sabato 23 settembre 2017

Atomica Bionda – Azione e spionaggio, nella Berlino del 1989

Di Mattia Sangiuliano

Sequenze di azione e combattimenti adrenalinici ben curati, una trama fatta di spionaggio e giochi di potere in una vivida Berlino di fine anni '80. Questo è il mix che mette in scena Atomica Bionda.




Atomica Bionda, tratta dalla graphic novel The coldest city, è una spy story estremamente curata sotto il profilo dell’ambientazione storica, azzeccata nel cast, e caratterizzata da una buona dose di azione in un climax ascendente di combattimenti via via sempre più serrati, a mani nude o alla lama. Il filone del film d’azione rimanda a quel Jhon Wick diretto dallo stesso David Leitch e da Chad Stahelski. Sul versante della spy story invece sembra ammiccare al celebre I tre giorni del condor diretto da Sydney Pollack, per quella storia di spionaggio senza esclusione di colpi (anche fisici, per quanto riguarda la nostra bionda) e di voltafaccia, persino sotto fuoco amico.

Vediamo una bellissima e letale Charliz Theron in forma smagliante e atletica nei panni di Lorraine Broughton un agente dell’MI6 britannico al servizio di sua maestà, inviata in una fredda Berlino nel novembre del 1989 per recuperare un orologio contenente importanti informazioni relative alle spie che hanno dato il loro contributo nella guerra fredda. Inutile dire come questo oggetto conteso tra inglesi, tedeschi dell’ovest e sovietici dell’est sia una preda molto ambita, in grado di cambiare le sorti dell’Europa e del mondo nel periodo subito precedente il crollo del muro.

Contatto della nostra atomica protagonista è David Percival, alias James McAvoy, direttore della sede di Berlino da così tanto tempo da essersi mescolato – anche troppo bene – agli usi e costumi dettati dalle dinamiche che sottendono lo spazio all’ombra del grande e imponente muro che divide est ed ovest, il mondo sovietico dalla Berlino occidentale. Talmente dentro le dinamiche di potere da aver fatto propria una significativa citazione di Machiavelli che ben si presta a riassumere e descrivere la pellicola intera: «colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare».


Il prologo ci catapulta in quella che sarà l’atmosfera del film; un uomo mezzo svestito, in vestaglia, corre per le strade di una fredda Berlino di fine anni ‘80 sferzata dalla neve. Capiamo che qualcosa non va, l’uomo ha il fiato rotto: è inseguito. Presto verrà raggiunto ed eliminato. La vittima è un agente inglese dell’MI6, il sicario una sua controparte sovietica. Obbiettivo del russo è un orologio che la vittima ha indosso. Un inizio che neppure troppo lontanamente sembra ricordare quello della trasposizione cinematografica del Watchmen (2009) di Alan Moore, per la regia di Zack Snyder, con l’eliminazione del Comico.

Facciamo poi la conoscenza dell’agente Lorraine, in una stanza di Londra, intenta a medicarsi le ferite dopo il suo ultimo incarico. Qualche minuto e si capisce che la missione che sta cercando di lavarsi di dosso è quella che, tra poco, ci andrà a raccontare – facendo rapporto ai suoi superiori. Inizia così il flashback dei suoi “giorni berlinesi”, dal momento dell’assegnazione dell’incarico, di fronte ai superiori che l’hanno reclutata, sino al suo primo incontro-scontro con un non troppo gentile comitato di benvenuto firmato DDR al suo arrivo nella capitale tedesca. E di lì a breve la conoscenza dell’atipico David.

Per quanto concerne la sondtrack del film c’è poco da dire: è il fiore all’occhiello dell’intero progetto, accanto a scenografie, vestiti e colori che rispecchiano perfettamente la più che fedele ambientazione storica e culturale di quegli anni, nulla sembra essere stato lasciato al caso; le musiche sono un mixtape dei più grandi successi degli eighties, un susseguirsi di tracce che ti catapultano dentro la storia facendoti respirare l’aria berlinese del 1989: tra The Clash, David Bowie, The Queen, Depeche Mode e gli immancabili Eurythmics con la loro “Sweet Dreams”.


Non solo spy story ma riuscitissimo film d’azione in cui la protagonista si destreggia agilmente sfoderando volteggi ed acrobazie, di scazzottata in scazzottata, schivando – e prendendo, nda – colpi su colpi, per pregiate sequenze dall’alto tasso adrenalinico: complice il piano sequenza che, con la camera incollata su Charliz, segue tutti i suoi movimenti e le concatenazioni di mosse che, sempre in ambienti claustrofobici, la impegnano in una girandola di evoluzioni, usando anche armi non convenzionali che capitano a tiro, ingaggiando gruppi di nemici che si fanno sotto – e cadono – uno dietro l’altro.

Spicca senza ombra di dubbio per la sua crudezza lo scontro che si svolge dentro una palazzina prima del crollo del muro, forse la sequenza di combattimento più lunga della pellicola, capace di farti stare incollato allo schermo senza battere ciglio; o ancora l’ultimo scontro prima della conclusione che ha il sapore del regolamento di conti. L’epilogo finale rimette a posto gli ultimi tasselli del mosaico, andando a confermare la citazione principesca di David e il suo ruolo di eminenza grigia all’interno di questa spy story; ritratto perfetto del calcolatore di professione. Un ruolo veramente calzante, per il protagonista di Split (2017).

Le coordinate temporali di incipit, preambolo ed epilogo delimitano lo svolgimento di una trama curata e calcolata ancorata saldamente al tessersi del racconto-nel-racconto. È un intreccio ben misurato, aggrovigliato ma non complicato, che rende bene l’immagine del “nido di vespe” in cui l’agente Lorreine è stata spedita dai suoi superiori, per riportare un ordine impossibile; sequenze al cardiopalma, scandite da combattimenti violenti e senza esclusione di colpi, sono il coronamento di un’intensa e riuscitissima storia capace di mescolare sapientemente spionaggio ed azione.

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