venerdì 10 marzo 2017

Logan – The Wolverine.
Un eroe decaduto e la sua eredità.

recensione di Mattia Sangiuliano

È sbarcato il 1° marzo nelle sale italiane Logan - The Wolverine (2017), con il suo carico di violenza e artigli affilati. Il dramma dell’eroe decaduto si sposa egregiamente con un'aria western malinconica e ricca di azione.

Logan - The Wolverine (2017)
Artigli di adamantio e sangue, il menu apparentemente sembra lo stesso degli altri episodi, non fosse però che il regista, James Mangold, ha qualcosa in più per quello che sarà l’ultimo capitolo della lunga saga che ha portato sul grande schermo i supereroi mutanti di casa Marvel. Una compilation d’azione, in pieno stile mutante, che di sicuro non vi farà gridare al già visto. Il regista, di questo nuovo – e ultimo – capitolo, ancora una volta dedicato a Wolverine, ha miscelato qualcosa di più che una semplice dose di ultraviolenza e fiotti sanguinolenti; ha orchestrato, evitando i toni del melodramma, un’epica conclusione per l’eroe mutante che, più di tutti, ha dominato la scena fumettistica e quella cinematografica negli ultimi due decenni con la sua epopea. Ammiccando questa volta all'ambientazione polverosa propria del western.

Mangold ci mostra l’esito del peso dei circa due secoli di vita che gravano come non mai sulle spalle – e nelle ossa rinforzate – del protagonista. Il vecchio Logan liberamente – o, se si preferisce, vagamente – ispirato ai fumetti scritti da Millar e disegnati da McNiven, si muove in un universo supereroistico, lungi dall’essere decadente, letteralmente decaduto. Gli X-Men non esistono più, Wolverine, interpretato ancora una – e per l'ultima – volta da Hugh Jackman, è ormai l’ombra di sé stesso; Logan ha rinunciato al suo nome è un superstite in un’epoca in cui i mutanti non hanno più posto essendosi quasi del tutto estinti. Sopravvive arrangiandosi a fare l’autista e accudisce un professore Xavier (Patrick Stewart) novantenne e malato, che ha obliato un doloroso ricordo. Il dramma si consuma nelle tinte dell’eroe una volta invincibile ormai in declino; è sopravvissuto al suo passato e a tutti coloro, amici e nemici, che aveva incontrato nella sua lunga carriera. Anche il fattore rigenerante non è più lo stesso, si è indebolito; persino lo scheletro e gli artigli di adamantio sono ora una zavorra per il sempre meno immortale Logan.


Sulle spalle non grava solo il peso di quell'indistruttibile metallo che lo ha reso invincibile; è il peso di tutta la sua storia, di tutte le uccisioni che ha commesso, di quella inestricabile scia di sangue che lo perseguita sino al presente e che non lo tormenta più solo nei sogni. La voglia di combattere è scemata, e sembrerebbe essere giunto il momento di lasciarsi andare, sparire per sempre e definitivamente, su una zattera alla deriva nell’oceano, aspettando che le onde lo inghiottano assieme a tutto il suo ingombrante e doloroso vissuto. Ma il fato sembra voler giocare un’ultima partita con l’odierno Old Man Logan, spingendolo a imbarcarsi in un’ultima impresa.

Se il pensionamento è ormai prossimo bisogna trovare un erede per non lasciare il ruolo vacante. È ora di passare il testimone. Il nome che avanza in tutto il suo spietato splendore è quello di una sigla brevettata in laboratorio: X-23, alias Laura Kinney (Dafne Keen), il clone di James Logan Howlett alias Wolverine. “Innocenza perduta” (2005) era il titolo italiano del fumetto che ufficializzava l’entrata in scena di X-23 nell’universo mutante; la perdita di innocenza sembra ricadere tra le caratteristiche principali della gelida e silenziosa Laura, trasposta su pellicola da Mangold. Il regista coglie appieno la sostanza di questo personaggio che si dibatte tra il suo essere una bambina smarrita privata dell'infanzia e il suo essere surrogato perfetto della temibile Arma X, di cui ha il medesimo corredo genetico e di cui ricalca le orme. E il destino.


Ritroviamo il lone ranger Logan, cowboy solitario tra la polvere al confine tra Texas e Messico, ha deciso di ritirarsi dalla scena e ora, dopo un inatteso incontro, viene spinto di nuovo in sella per sfidare un nuovo nemico; ancora una volta, dietro l'angolo, è in agguato l'ennesima macchinazione di individui senza scrupoli che, come gli episodi passati ci hanno mostrato, sono variamente interessati a estirpare o a piegare al proprio volere il potere dei mutanti. Torna il fantasma del soldato perfetto. Lo spettro del passato di Logan si riflette sulla nuova generazione mutante. Questo è il destino di Laura e di tutti gli altri bambini perduti; nient'altro che armi. Accompagnare il suo stesso sangue verso la salvezza è l'obiettivo; sarà un viaggio che, grazie a Laura, lo porterà a riscoprire quell'eroicità del passato che aveva deciso di sotterrare assieme ai suoi fantasmi.

A 17 anni dal suo debutto, era il 2000 l'anno che ha portato sul grande schermo la trasposizione cinematografica del primo X-Men, è arrivato questo decimo – e decisivo – appuntamento; è giunta l’ora di chiudere in gran stile una lunga stagione che ha visto alti e bassi. L'omaggio a questa lunga saga trova suggello con il riuscitissimo Logan che porta a margine delle sue sequenze di azione adrenalinica la bolla papale del R-Rating[1] di ultraviolenza che ne decreta l'imprimatur. La dose di violenza e sangue – su tutto spiccano gli headshots di artigliate che sono all'ordine del giorno nel repertorio di mosse del mutante canadese – non fanno però perdere la solidità della trama e non fanno venir meno la tenuta del personaggio; la vena nostalgica che attraversa il film e talvolta prorompe in certi passaggi contribuisce a delineare un eroe complesso e schiacciato sotto il peso degli eventi, in questa pellicola come non mai, oltre che gettare le basi del futuro della sua più che legittima erede: X-23.




___Note___

[1] R-Rating: vale a dire il “bollino rosso” che contraddistingue prodotti cinematografici non adatti ai bambini per la presenza di scene violente e sangue.

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