venerdì 24 febbraio 2017

"Arrival" di Villeneuve –
Tra fantascienza, linguaggio e amore materno.

recensione di Mattia Sangiuliano


Denis Villeneuve è il regista di Arrival film fantascientifico, tratto da Storie della tua vita di Ted Chiang, ambientato su una Terra improvvisamente visitata da dodici oggetti – in un primo, e molto breve, momento – non identificati che atterrano in altrettante zone del pianeta, scegliendo apparentemente a caso il luogo dell'atterraggio. Prima di questa repentina e inaspettata visita extraterrestre vediamo muoversi in primo piano, dopo una breve introduzione, la protagonista della storia: la linguista Louise Banks, alias Amy Adams. Louise viene coinvolta dopo la comparsa delle astronavi nelle operazioni militari del caso nel tentativo di comunicare con i misteriosi visitatori nella loro complessa lingua così da poter chiarire il prima possibile le loro intenzioni ed eventualmente prendere le adeguate contromisure – la prospettiva della difesa contro un eventuale aggressione è la prima ipotesi che la razza umana, per sua nauta guerrafondaia, deve paventare.

Louise è una scienziata, non meno del fisico Ian Donnelly, interpretato da Jeremy Renner, suo collega in questa missione. Dopo alcuni iniziali tentennamenti, una volta giunta sul sito dell'atterraggio e al cospetto di questi viaggiatori interplanetari che verranno nominati eptapodi (“sette piedi”), la linguista sfodera tutta la sua conoscenza in materia, con doti maieutiche denotate da una instancabile pazienza e profonda dedizione allo studio e alla comprensione, intesse un rapporto diretto di scambio con i visitatori, allo scopo di insegnare loro e far apprendere al team degli scienziati terrestri un vocabolario comune, così da evitare incomprensioni e poter rivolgere ai visitatori la fatidica domanda di cui tutti cercano di scovare la risposta: il perché della loro apparizione sulla Terra. La fiducia che la professoressa Banks ripone nella controparte extraterrestre non sembra ben vista da tutti, attorno al suo compito si addensano cupe nubi di diffidenza.


Il regista gioca con la struttura narrativa della sceneggiatura; alcuni frammenti introduttivi definiscono il personaggio di Louise Banks, saranno le briciole per seguire gli sviluppi psicologici della trama. Dal momento del contatto in poi, con la progressiva acquisizione di una sorprendente competenza relativa al complesso linguaggio degli eptapodi da parte della protagonista, con la quale comunicano rimanendo in un mezzo diverso da quello abitato dall'essere umano tracciando i loro logogrammi su uno schermo che li separa fisicamente dagli uomini, Villeneuve incomincerà a giocare con l'andamento apparentemente lineare della trama raffinandola con l'intreccio dato da quelli che apparentemente erano flashback o sogni di Louise; piegherà così l'arco narrativo della vicenda offrendo una perfetta struttura circolare, molto simile alla scrittura degli alieni. Villeneuve approda oltre dipingendo un dramma umano, profondo quanto l'universo.

Alla fine emerge, in tutta la sua toccante drammaticità, non sola la scollatura del linguaggio che si scontra con l'incapacità effettiva di poter comunicare concretamente con l'altro ma, ancora, con la rinnovata consapevolezza umana della propria impotenza di fronte ad un destino che si palesa, nella sceneggiatura offerta, in tutta la sua ineluttabilità. Certe guerre, certe catastrofi, per quanto quasi insite nel codice genetico dell'essere umano, possono essere evitate; non lo sono invece certe pieghe della storia – con la “s” minuscola – di un singolo individuo, infinitamente piccolo, breve parentesi nel corso dello scorrere della Storia universale. Una singola minuscola esistenza si rivela capace di caricarsi di un fardello tanto gravoso quanto necessario, rivelando un'indole in grado di rasentare l'eroico, dietro le sembianze di un'amorevole e toccante tempra materna che, nonostante tutto, accetta il proprio destino.


1 commento:

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