lunedì 27 febbraio 2017

Science fiction e Shoah.
Il gesto della scrittura fantascientifica in Primo Levi.

di Mattia Sangiuliano


Ogni primavera l'editore Einaudi pubblica il frutto della lezione-conferenza che il Centro Studi Primo Levi tiene l'autunno precedente. Ogni anno viene confezionato un volume specifico bilingue, italiano e inglese, che trattando un determinato argomento si prefigge di scandagliare determinati aspetti della produzione di Primo Levi.

Il 2016 ha visto la pubblicazione della settima lezione tenuta dal prof. Francesco Cassata che pone ai lettori un quesito. Riprendendo Storie Naturali (1966), la prima raccolta di racconti di Levi, Cassata ripropone una domanda che era stampata sulla fascetta di quel libro e che dà anche il titolo alla sua lezione: Fantascienza?[1] La domanda, dopo aver letto i racconti di Levi e il giudizio di apprezzamento che ne diede il coevo Italo Calvino – Primo, scienziato “prestato” alle lettere, Calvino, invece, letterato prestato alla scienza, verrebbe da dire semplificando – dovrebbe diventare affermazione: Fantascienza! Per via delle tematiche e della forma con cui vengono trattate le questioni al suo interno, tutt'altro che semplice scrittura del fantastico. Per via del modo di scrivere limpido di Levi, critici illustri – fra cui Pier Vincenzo Mengaldo[2] – ne esaltano tutt'ora le proprietà formali; la scrittura è estremamente vicina a quella dei report settimanali che ogni chimico deve compilare accompagnando le proprie relazioni, comprensibili e di un'essenzialità che evita accuratamente la ridondanza, l'espressionismo vuoto e fine a se stesso, o il manierismo caratteristico di altre esperienze letterarie.

La lezione di Francesco Cassata viene strutturata in cinque momenti corrispondenti ad altrettanti capitoli tematici del libro. Incominciamo il nostro viaggio agli albori dell'idea leviana di scrivere fantascienza (o science fiction) con il racconto I mnemagoghi, addirittura risalente agli anni 1946-48. Il rapporto tra fantascienza e memoria del Lager è presente nei racconti leviani ma non in forma allegorica – direi latente in forma quasi archetipica –, aleggia tra le righe e talvolta qui viene plasmato. Levi oscilla nella definizione del genere che abbraccia e che accompagna, di pari passo, la sua attività di testimone della Shoah; come nota Cassata, lo scrittore torinese esita, nella prima metà degli anni '60, invece di adottare l'espressione “fantascienza” «preferisce parlare di “favole”, “divertimenti”, “stranezze”, “storie di tenie e di centauri”» (p. 37); teme di tradire il pubblico che forse non apprezzerebbe le storie morali celate dietro le costruzioni fantascientifiche che intesse, ma che invece non rappresentano una cesura netta con l'esperienza del Lager. Dagli anni '70 adotterà senza più remore la definizione adatta per i suoi racconti portando alle stampe una seconda raccolta, ideale prosieguo della precedente, significativamente intitolata Vizio di forma (1971).

Domandandoci del perché uno scrittore affermatosi da poco come testimone dello sterminio, e come sopravvissuto alla follia del Lager nazista, si spinga a scrivere racconti fantascientifici dobbiamo tenere presenti alcuni fattori caratteristici di questa personalità: in primo luogo Levi era un chimico di professione, in secondo luogo era appassionato di scienza sin da quando era bambino e nonostante i dissapori con la struttura crociana della scuola fascista che fa passare in secondo piano quelle scientifiche, la sua onnivora passione per la lettura – trasmessagli dal padre – lo accompagnerà sempre. Questi aspetti confluiscono nell'idea di una scrittura fantastica che lo visita già tempo prima dell'esperienza di Auschwitz e, addirittura, sopravvivrà al campo di sterminio assieme a lui approdando negli anni sessanta sotto forma di quella prima raccolta di racconti fantascientifici. Altra fonte che conferma la sua passione per l'intessere racconti di quella che viene definendosi science fiction, ci è data dal suo compagno di prigionia – scomparso l'8 settembre scorso –, il “Pikolo” Jean Samuel protagonista del capitolo Il canto di Ulisse di Se questo è un uomo, che conferma l'intenzione di Primo di voler scrivere la storia di un errante atomo di carbonio che troverà poi posto nel racconto di chiusura della raccolta de Il sistema periodico (1975).

Homo Homini Lupus scriveva il pensatore inglese Thomas Hobbes a corollario di una lunga tradizione artistico-letterario-filosofica che, muovendo dalla letteratura greca sino al mondo contemporaneo, accosta l'atteggiamento dell'essere umano a quello degli animali, talvolta animalizzando gli uni oppure umanizzando gli altri, divenendo così simboli archetipici, portatori dei vizi o delle virtù dell'essere umano. Nella raccolta Ranocchi sulla luna[3], curata da Ernesto Ferrero, vengono riuniti gli scritti concernenti queste tematiche animalesche offrendo al lettore una proposta omogenea ed unitaria del modo di scrivere e di trattare proprio di Primo Levi che, senza mai adottare un punto di vista smaccatamente antropocentrico o sentimentale, si muove tra scienza e fantascienza; Levi è intento a ricucire, talvolta con una nota di umorismo come appare negli “elzeviri” giornalistici o nelle “interviste immaginarie”, lo strappo prodottosi nel tessuto della storia della civiltà contemporanea. Nella finzione fantascientifica prende corpo anche la figura della chimera, l'ibrido, come fusione tra due elementi diversi (Quaestio de Centauris, apparso per la prima volta in Storie naturali) o come frutto dell'esperimento, capace di fallire o di riuscire (Angelica farfalla sempre da Storie naturali), racchiudendo in sé tutte le possibilità e le potenzialità creatrici – o distruttrici – insite nella volontà dell'uomo.

La scienza curvata – il rapporto scienza-fantascienza in Levi tiene un occhio puntato sull'aspetto di devianza che la modernità porta con sé; aspetto, questo della devianza, insito nella modernità stessa, da qui la spiegazione che si da della macchina di sterminio nazista come implicazione insita nel progresso[4] e come esempio di quel tipo di essere umano capace di ergersi come lupo nei confronti del proprio simile. Il racconto fantascientifico viene visto non solo come possibilità di esorcizzazione, come sorta di valvola di sfogo, ma come occasione per poter esperire questa dicotomia che investe la scienza. Il ritorno di Levi al suo ufficio di scienziato è esso stesso un atto di resistenza, di rivalsa attiva contro l'orrore del campo in “la scienza è stata curvata”[5]. Ritornare a fare il chimico nonostante l'orrore visto e subito – sotto la forma del numero 174517 che porta tatuato sull'avambraccio sinistro e che decide di non farsi cancellare – è un gesto per riappropriarsi della propria vita ed è al contempo un gesto non solo simbolico ma concretamente politico, nel suo piccolo, volto al raddrizzamento di quella disumanizzazione che era stata concepita nel cuore della progredita Europa. Lo scrivere di fantascienza, intessendo talvolta trappole morali, non è frutto di un disimpegno collaterale che fa da corollario alla sua attività di testimone; è una scrittura dotata di una sua propria espressività che getta luce sulle potenzialità e le problematiche della modernità.




[1] Cassata, Francesco; Fantascienza? Torino, Einaudi, 2016.
[2] Levi, Primo e Ferrero, Ernesto (a cura di); Ranocchi sulla luna e altri animali. Torino, Einaudi, 2016.
[3] intervista a Piervincenzo Mengaldo apparsa sulla pagina di Arte e Cultura su La Repubblica del 12/02/2017: http://www.repubblica.it/cultura/2017/02/12/news/mengaldo-158156041/
[4] in proposito: “Modernità e Olocausto”; di Bauman, Zygmunt. Bologna, Il Mulino, 2012.
[5] Levi, Primo; Anniversario, in “Torino. Rivista mensile della Città e del Piemonte”, 1955. Citato in “Cassata, Francesco; Fantascienza?” (p. 49).

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