lunedì 12 dicembre 2016

Mater dolorosa – DD n° 361

recensione di Mattia Sangiuliano


Fuochi d'artificio e lancio di mortaretti. Dylan Dog (testata) compie trentanni e il suo Dylan Dog (protagonista) non perde lo smalto che dal settembre 1986 lo ha caratterizzato sino ad oggi. Ne sono successe di cotte e di crude – editorialmente parlando – e altre ne succederanno ancora. Ci sono stati alti e bassi, alcuni bassi sono stati particolarmente sentiti da parte del pubblico, diciamocelo. La polemica e la critica, soprattutto nell'ultimo corso della vicenda (editoriale) del nostro eroe, non sono mancate. Ma il nostro Dylan si è sempre rialzato. Nulla può abbatterlo. Neppure la madre di tutte le malattie.


Dylan Dog “cade” anche in questa storia sceneggiata da niente meno che il suo curatore: Roberto Recchioni, un grande ritorno sulle pagine dell'indagatore dell'incubo per la sceneggiatura di una storia celebrativa estremamente accattivante. Roberto guida, tracciandolo, il destino del nostro protagonista tra i flutti della disperazione, nel mare dei ricordi e sui cavalloni di flashback chiarificatori; sulla scorta d'una colorazione estremamente curata, si getta altra luce sul passato del nostro Dylan.


Gigi Cavenago ci delizia con le sue eccezionali tavole. Un'esplosione di colori, letteralmente. Cavenago, in questa prima prova, si rivela essere il degno erede copertinista, successore dello storico Angelo Stano, per la serie regolare; disegnatore a dir poco capace ne da così prova in questo suo battesimo per la testata di punta dell'indagatore. Episodio da lui stesso disegnato e colorato, elevato al grado di opera d'arte; spicca per cura la tanto apprezzata Madre Dolorosa, tornata sui suoi passi per reclamare il suo ambito premio, il seme che ha lasciato dietro di sé sta per schiudersi, catapultando Dylan nel suo tormentato e oscuro passato.

Recchioni tiene la barra del timone a vele spiegate dentro il dolore che tutto sovrasta, la sofferenza per una malattia che trascina a fondo, nel gorgo di una disperazione straziante, nel vorticare di volti – ci sono quasi tutti – vecchi e nuovi. Ci guida tra grandi ritorni in scena, su tutti quello di Mater Morbi (che fa impallidire il troppo a lungo eclissato Ghost), e flashback da incubo attorno alla periodicamente riesumata – e arricchita – vicenda umana di Dylan; in questo appuntamento col destino il nostro eroe dovrà affrontare il peggiore di tutti mali: la recrudescenza di un passato caduto nell'oblio.

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