giovedì 21 gennaio 2016

“La calligrafia del dolore” porta più di una firma – DD n° 352

recensione di Mattia Sangiuliano


Chissà se di originalità si può morire. Così non fosse le vittime di questo mese sarebbero state vane. Non mi riferisco solo a quelle dell'albo ma anche all'altra “vittima” ricordata questo mese dall'editoriale di apertura. Mi riferisco a Marco Marcheselli (autore del mio albo preferito di DYD: Oltre la morte, n°88), firma originale e – non a caso – storica dello staff dylaniato, giunto proprio questo mese al pensionamento dopo anni di onorato servizio in casa Bonelli. Una vecchia firma che si prende un po' di riposo, mentre nuove firme trovano spazio tra le pagine di Dylan Dog.


Chissà se di originalità si può morire. Certamente con le molteplici (e lente) fasi dell'era Recchioni ci stiamo un può assuefacendo a tutte quelle innovazioni che hanno attraversato, di questi tempi, le pagine del nuovo, ma allo stesso tempo vecchio – dunque sempre riconoscibile, nda – Dylan. Questo mese originale commistione di autori alle prese con le tavole di questa storia. Ben otto mani: Luigi Piccatto ai disegni, coadiuvato da Giulia Massaglia, Renato Riccio, Matteo Santariello.




Buona la storia sceneggiata da Andrea Cavaletto che imposta la narrazione all'insegna dell'intreccio dei fatti, delle vicende individuali, apparentemente distanti fra loro ma immancabilmente legate dall'imperativo del “tutto si tiene”. In questo caso tutto è saldamente tenuto dal filo conduttore con cui l'autore tesse – o scrive – la trama della vicenda, in questo caso l'oggetto che apre la storia, ripreso dall'ansiogena copertina, estremamente dettagliata, dell'immancabile Angelo Stano: la penna stilografica che traccia e unisce i destini e le vicende dei personaggi. Macchiandoli con l'incubo.


L'indagine segue i brandelli delle intuizioni dell'indagatore che si muove, di tavola in tavola, sulla scorta delle chine dei tre disegnatori che coadiuvano Luigi Piccatto, capace di dettagliare non solo gli ambienti (con simpatiche citazioni) ma gli incubi mostruosi che, più o meno allegoricamente, prendono forma dai risvolti della storia. Buona la dose di splatter che, nel contesto, potrebbe far venire in mente una versione più sobria – meno pacchiana – di una sorta di “final destination d'autore”. Meno dirompente delle originali tavole esplosive dello scorso mese, ma graficamente pienamente godibile in ogni suo tratto.




Un albo apprezzabile sotto ogni aspetto: dalla storia che progredisce seguendo l'indagine, affrontando tematiche tutt'altro che banali, con quel comparto grafico che sa accompagnare il lettore sin dentro l'incubo senza tediarne la lettura. Un albo per cui non si muore di certo – parlando di originalità della storia –, ma che è capace di regalare una buona storia per qualche ora di piacevole lettura.




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