venerdì 4 dicembre 2015

“Annientamento”, trilogia dell'Area X, vol.1
Psicologia, incubo e fantascienza dell'immaginario.

Recensione di Mattia Sangiuliano

 “Annientamento”, di Jeff VanderMeer, Torino, Einaudi, 2015, p. 182, 16€.


Primo libro di una trilogia costruita apposta per non vuole dipanare i dubbi, nello svolgimento della trama, bensì fomentarne di nuovi, al massimo tentare, abbozzandola assieme al lettore, qualche tesi; avanzando di ipotesi in ipotesi, attendendo la risoluzione dell’enigma, si giunge all’ultima pagina del libro senza aver completato quel mosaico che Jeff VanderMeer, autore della trilogia, lascia irrisolto. Viene da pensare ad un’opera in divenire o ad una struttura pensata apposta per essere divisa intenzionalmente in una trilogia. Eccezionale la copertina, di questo e degli altri due volumi della serie.  Forse un motivo in più per prendere in mano i libri e vedere dove voglia andare a parare l’autore.

Un mistero pervade la trama e il compito che la XII spedizione, reclutata dall'organizzazione governativa conosciuta con il nome di Southern Reach, dovrà svolgere in quella misteriosa zona estranea, aliena, conosciuta con il nome di Area X. Una serie di misteri avvolgono l'Area X e le dinamiche che la investono; primo su tutti il mistero della sua comparsa. In questo alone di sospensione – ma anche vaghezza andrebbe bene – la dimensione psicologica della protagonista, la biologa della spedizione che, assieme alle altre tre componenti, ha rinunciato al proprio nome, è l'appiglio cui aggrapparsi, l'unico spazio concretamente sondabile nel progredire della trama, capace di instaurare un “dentro” e un “fuori” da quel confine che avvolge il mistero dell'Area X, tra misteri, scoperte – parziali – e flashback che fanno slittare il piano narrativo.
 
Elemento straniante la perdita del nome e, quasi, la rinuncia all’identità, all’individualità una volta varcato il non meglio precisato, ed evanescente, confine che conduce nella fantomatica Area X. Per riappropriarsi del proprio Io si instaura un dialogo serrato con sé stessi; un monologo diaristico sussurrato al proprio orecchio interiore che ha il duplice compito di auto-indagare la propria mente e di cercare una spiegazione al mistero. La denunciata limitatezza dei sensi dell’Io narrante è lo stratagemma narrativo escogitato per poter sbirciare nel vuoto, stando attenti a non buttarvisi dentro – non senza rammarico –, e rintracciare così una possibile spiegazione del mistero; una soluzione accennata fra le tante, non necessariamente quella giusta e definitiva che, dopotutto, non poteva di certo arrivare dai sensi.

Lo stratagemma dell’indicibile, della rivelazione che non riesce a far presa sui sensi del narratore e, di conseguenza, su quelli del lettore è il motivo di avvio dei dubbi; il combustibile propulsivo che mette in moto la fantasia. Stratagemma che, se vogliamo lasciar strizzare l’occhio allo scrittore verso un lettore distratto, ci consente di ingoiare il rospo; boccone amaro, ammettiamolo, ma tutto sommato digeribile. Azione, descrizioni, momenti di riflessione, in quel soliloquio interiore, evitano di far cadere il libro nella più militante – e fiera – letteratura di genere. Imprigionandolo però in un limbo tra la paraletteratura, degna di questo nome, e la narrativa.

Si ha il presentimento di un best seller con tante buone intenzioni, pubblicate però troppo in fretta. È certamente un buon compagno per poter passare una settimanella spalla a spalla col mistero che avvolge l’Area X e le sue vicende, le ansie che è in grado di suscitare e i pericoli che è capace di risvegliare dalle profondità più recondite della mente umana: il più alieno ed estraneo dei mondi possibili; a tratti sembra quasi di sentire il ronzio di un silenzioso e strisciante incubo innominabile.

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