sabato 14 novembre 2015

Frammenti di due tragedie.
13.11.2015 e 11.09.2001

di Mattia Sangiuliano


“La scena l'abbiamo vista tutti, migliaia di volte. Eppure non smettiamo di guardarla.”
Belpoliti Marco, L'età dell'estremismo (dal capitolo Nero sulle Torri – p.83)

13.11.2015
Venerdì sera, siamo a cena in un pub della zona. Non in centro, appena fuori, sulla strada comunale tra un modesto comune e la frazione di una più grande città vicina. Uscendo sulla strada la nebbia avvolge il benzinaio dirimpetto al locale; voltandosi la coltre di nebbia satura l'ampio parcheggio ingombro di auto depositando sulla carrozzeria il frutto gravido di milioni di gocce d'acqua condensata. È un freddo umido che ti congela a poco a poco, incomincia dall'esterno e a poco a poco ti penetra dentro, nelle ossa. Un gelo simile, molto simile, lo proveranno milioni di persone che, per lo più involontariamente, verranno a conoscenza dei fatti che hanno turbato un analogo venerdì sera a Parigi, dall'altra parte d'Europa.

Siamo seduti al tavolo del pub, pizza margherita ormai divorata e birra media bionda alla spina (una lager) ridotta a un dito giallognolo sul fondo del bicchiere. Un'amica della mia ragazza, seduta alla mia sinistra, scorre la home di facebook sul suo smartphone. Sta cercando di approfondire qualcosa. Alza lo sguardo dai cristalli del piccolo schermo del dispositivo apple e mi guarda, in quel momento dice: “C'è stato un altro attentato a Parigi”. È l'irruzione della tragedia, seppur edulcorata e filtrata, nella quotidianità, tanto più drammatica quanto inattesa ma solo a patto che ci si fermi un attimo a soppesarla; l'urto non si verifica, è un colpo abbastanza forte, ma la sensibilità accuserà dolori e contusioni solo dopo, a mente fredda.

Ci si ferma a parlare un attimo. Due parole. Qualcosa di circostanza: “È l'Isis vero?”, “È stato rivendicato?”, “Ci sono morti o feriti?”. Risposte affermative su tutta la linea. È solo una parentesi di qualche secondo uno sparo prima della mezzanotte del trentuno di dicembre. La conversazione cade quasi subito, non continua, ci si distrae. La ragazza continua però a cercare informazioni su internet e io, distrattamente, osservo le immagini che scorrono sotto il tocco delle sue dita, sfioramento dopo sfioramento, di notizia in notizia. Poi nulla. La mente vira completamente su altre questioni; la strage – ancora non esplicitamente definita come tale, bisognerà attendere lo sviluppo e la conta delle vittime – viene accantonata da qualche parte nella mia mente.

11.09.2001
Cosa ricordo di quel giorno? L'attentato. Ma più che l'attentato in sé forse le sequenze dello stesso, le riprese viste in diretta, le stesse viste successivamente in più di un'occasione da ogni angolatura possibile, in ogni commemorazione o rievocazione, tanto da aver reso quasi impossibile la ricostruzione di quella sequenza originaria; io, come tanti altri, ricordo perfettamente ciò che stavo facendo quel martedì di settembre del 2001. Ricordo soprattutto il disappunto di fronte a queste sequenze che mi impedivano di guardare i miei programmi televisivi, eppure continuavo a guardarle, non perché le ritenessi sorprendenti – i miei cartoni erano di certo molto superiori per straordinarietà – ma per qualcosa che quelle immagini si portavano dietro, per quella realtà concreta, fonte di verità, veicolata da quell'inaspettata edizione del telegiornale.

Ricordo perfettamente l'attesa per guardare i cartoni animati del pomeriggio con mio fratello, avevo nove anni io e sei lui, ricordo qualche sequenza del telegiornale – mai visto a quell'ora –, mia madre al telefono che ancora non si era accorta di nulla. Sullo schermo tutto ci sembra normale. Le torri, l'America simbolo di potenza con quei suoi due grattacieli; persino il fumo denso e maestoso che si alza dal fianco di una torre ci sembra normale. Lo schianto di un aereo – il secondo, ma lo scopriremo dopo e capiremo solo molto più tardi, forse solo realmente in una quantità di tempo calcolabile nell'ordine degli anni, il suo valore – soltanto un incidente. Qualcosa di ordinario e distante. Due aspetti – ordinarietà e distanza – capaci di alzare un muro, frapporre un filtro polarizzante tra l'oggetto e l'occhio. L'incomprensibilità del fatto passa attraverso queste due tematiche.

Mia madre riattacca e torna da noi, capisce la non ordinarietà dell'evento. Oggi non ci saranno i nostri cartoni, anche lei si ferma a guardare il loop ossessivo delle sequenze e ad ascoltare le voci concitate. Poi niente. Sarà tutto archiviato. Il giorno dopo, a scuola, le maestre torneranno sull'argomento. Ciò che abbiamo visto entrerà nella storia. Ma lì non ce ne possiamo rendere conto. Neppure le maestre, forse, se ne rendono conto. Nessuno può rendersi conto del nesso storia-tragedia nel momento presente in cui vive o, anche, è solo spettatore.

L'11 settembre sarà impresso a fuoco nelle nostre menti come marchio generazionale; una rottura parziale della routine, entrata silenziosamente da una porta di servizio nelle nostre case e nelle nostre vite: attraverso la televisione. Un simbolo di guerra dove la guerra non dovrebbe esserci, in una città pulsante di vita e indirettamente nella vita delle nostre case, tra i nostri affetti; il crollo di un paradigma assieme alla potenza degli USA cadenzato dagli istanti che accompagnano il contorcersi e l'agonia delle torri. La tragedia ha dato spettacolo.

Frammenti di due tragedie.
La mente si raffredda. Analogie e differenze prendono corpo. Scrive Primo Levi nel primo capitolo, intitolato La memoria dell'offesa, della sua ultima opera I sommersi e i salvati: “La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace”. Nulla di più vero, nulla di più attuale, a quasi trentanni dalla pubblicazione di quella frase.

Nel giro di un quindicennio, quattordici anni e qualche mese appena, dall'attentato dell'11 settembre al WTC ci si ritrova in una situazione analoga ma non combaciante; quattordici anni fa l'informazione percepita casualmente dalle nostre TV per via dell'interruzione dei programmi che stavamo guardando ci ha portato a sospendere, di fatto, ogni nostra attività creando, almeno momentaneamente la figura dello spettatore, introiettato nelle sequenze del dramma dell'attentato – poche persone videro in diretta lo schianto del primo boeing sulle torri, ma quasi tutti videro lo schianto, o le riprese, del secondo velivolo abbattutosi sulla città di New York. L'attentato dell'11 settembre ha prodotto un cambio di rotta nelle modalità con cui l'informazione, soprattutto di cronaca, viene raccolta dagli spettatori, per lo più passivamente.

Con i fatti di Parigi l'abitudine a venir bombardati passivamente da notizie cui difficilmente si riesce a dare un'importanza gerarchica è venuta meno; in molti hanno cercato di ristabilire attivamente un contatto con i fatti di Parigi, cercando, selezionando, appagando la sete di informazioni, percependo la gravità, ristabilendo un ordine valoriale nella gerarchia dei fatti. Tutto questo si è svolto per lo più nei luoghi pubblici, mediante smartphone, avendo percepito qualche informazione parziale, spesso mutila, o attraverso il passaparola con il proprio vicino. Tanto più la tragedia sembrava complessa tanto più è divenuto necessario attingere a una rete più vasta di informazioni, per far chiarezza, allo scopo di ricomporre tutti i frammenti.

Una tragedia può essere quantificabile in costi, in danni materiali o morali? Due tragedie possono essere paragonate tra loro?
Verrebbe da dire che una tragedia possa essere quantificabile solo subdolamente, in una maniera direttamente proporzionabile alle conseguenze indirette e al ritorno che genera. La strumentalizzazione cui una tragedia si presta può essere la carta moneta che ne determina la quantificabilità. Efferatezza – metro di giudizio qualitativo – e dimensione – metro quantitativo – sono unità di misura che collaborano e permettono di unificare, nella sostanza, due eventi altrimenti distanti. Come l'irrompere della tragedia sia direttamente accelerato dalla velocità della disponibilità dell'informazione, dipende dall'informazione – e il bisogno naturale dell'individuo di ottenere informazioni – che si propaga direttamente tanto più la gravità – e la percezione di gravità di un fatto – sia grande e pervasiva, abbia in tal senso una maggiore ricezione da parte dell'opinione pubblica, che ne viene urtata.

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