martedì 17 novembre 2015

“Così fu Auschwitz” tra fondamento storico e valore memoriale.
Il germe di “Se questo è un uomo” e della testimonianza leviana.

recensione di Mattia Sangiuliano

“Così fu Auschwitz”, Primo Levi, Torino, Einaudi (2015), p.245, 13€.

Il dizionario Devoto Oli della mia libreria, alla terza definizione dedicata al lemma “germe”, quella figurativa, dice: «Quanto richiede e racchiude la possibilità di uno sviluppo; origine, principio»; tra i sinonimi: radice, premessa, causa. L'enciclopedia Treccani specifica: «In germe, locuz. usata con riferimento a cosa che sta per nascere, che è ancora in uno stato di abbozzo ma promette di assumere consistenza, forma definita e concreta»[1].

“Così fu Auschwitz” potrebbe essere definito il primo effettivo non-libro dello scrittore piemontese Primo Levi, il germe stesso della sua prima opera; alla base si trova il fondamento scientifico, dato dalla sua professione di chimico unito al bisogno di comunicare, un senso del dovere nei confronti del dramma di quell'esperienza oltre i confini dell'umanità in quell'universo di abbruttimento dell'esperienza umana: il lager.

Il sottotitolo del libro, “Testimonianze 1945-1986” raccoglie la definizione precisa della materia che lo sottende e la modalità di diffusione che era nell'intenzione originaria dello stesso autore: la testimonianza; tutti i documenti riprodotti in questo volume sono il frutto dei quattro decenni che videro l'impegno di Levi attivo nel portare la sua esperienza del lager all'interno della società, nelle aule dei tribunali per i processi contro i criminali nazisti e di smuovere – più in generale –, attraverso i suoi numerosi interventi, le coscienze nei confronti della storia conclusa ma non del tutto compresa, nel suo bagaglio di immagini e di significati.

Un libro che, con le sue ripetizioni, con il suo linguaggio, attesta la lucidità e il bisogno di chiarezza che portarono Levi a non far morire l'esperienza della Shoah nel silenzio o nelle celebrazioni eucaristiche degli anni successivi la liberazione; interrogandosi e domandandosi, tornando più e più volte a quell'esperienza, per un inesausto bisogno di chiarezza revisionando, prima di tutto, aggiornando continuamente – e correggendo – il suo vissuto, rendendo possibile il più grande servizio che si possa rendere alla memoria evitandone il declino, la corruzione, la dissoluzione, dunque la morte.

“Così fu Auschwitz” raccoglie al suo interno il fondamentale “Rapporto sull'organizzazione igienico-sanitaria del campo di concentramento per Ebrei di Monowitz (Auschwitz - Alta Slesia)” (1945) scritto a quattro mani da Primo Levi e da Leonardo De Benedetti, compagno di prigionia e amico – che compare più volte in altri scritti –, su richiesta dei sovietici del campo di Katowice (Polonia) a seguito della liberazione di Auschwitz. Il secondo capitolo – o documento, sarebbe meglio dire – è la “Relazione del dott. Primo Levi” (1945), mai pubblicata prima d'ora, «è una delle testimonianze più antiche di Levi, anzi con tutta probabilità la prima che egli abbia rilasciato dopo il suo rientro a Torino (19 ottobre 1945)»[2]. Seguono poi le deposizioni, le testimonianze ai processi, le riflessioni, gli interventi e gli importanti articoli in cui lo scrittore cercò di mostrare e chiarire, in quarant'anni di vita, la sua esperienza per vincere l'errore delittuoso del silenzio, come scrive Levi nella “Lettera alla figlia di un fascista che chiede la verità” (1959).

Primo Levi è stato chimico, storico – non a caso pongo in secondo luogo questa vocazione, più che professione –, scrittore, sopravvissuto e testimone ma anche, se pur brevemente, partigiano e resistente – anche nel lager, riuscendo a sopravvivere alla degradazione imposta dal regime della macchina nazista –; uomo dall'alto senso del dovere, critico nei confronti della storia, la sua storia innanzitutto, e della società, ha condotto la sua vita all'insegna di quella missione che lo voleva attivo dal basso per ostacolare e vincere quella deriva della memoria che, silenziosamente, voleva insidiare e rompere gli argini di un'umanità già duramente colpita.

“La Relazione è un resoconto in cui, sull'esercizio di memoria inteso a recuperare nomi e vicende personali, s'innesta un lavoro di ricerca dei fatti, e di deduzione logica a partire dai fatti stessi, che si appoggia a sua volta sull'esame critico di informazioni raccolte da Levi in momenti e in ambienti diversi: ad Auschwitz dopo la liberazione del Lager, durante l'avventura del ritorno attraverso l'Europa, nella città di Torino poco dopo il rientro, da precoci scambi di lettere con ex compagni di deportazione come lui sopravvissuti”[2].

“Così fu Auschwitz” è inoltre un articolo dello scrittore torinese, contenuto in questo libro, che viene a dare il titolo alla stessa opera. In questo articolo del 1975 Levi propone importanti riflessioni, il frutto germinato della sua attività di testimone in lotta contro la deriva della memoria: «Ora siamo ridotti a qualche decina: forse siamo troppo pochi per essere ascoltati, ed inoltre abbiamo spesso l'impressione di essere dei narratori molesti; talvolta, addirittura, si avvera davanti a noi un sogno curiosamente simbolico che frequentava le nostre notti di prigionia: l'interlocutore non ci ascolta, non comprende, si distrae, se ne va e ci lascia soli. Eppure, raccontare dobbiamo: è un dovere verso i compagni che non sono tornati, ed è un compito che conferisce un senso alla nostra sopravvivenza. A noi è accaduto (non per nostra virtù) di vivere un esperienza fondamentale, e di apprendere alcune cose sull'Uomo che sentiamo necessarie divulgare»[3].



[1]http://www.treccani.it/vocabolario/germe/
[2] Levi Primo; Così fu Auschwitz, Torino, Einaudi, 2015, p. 31.
[3] Ibid, p. 114.

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