sabato 4 luglio 2015

“All'Avogadro si cominciava a ottobre” di Marco Aime.
Tra spazio e tempo, “cose” e storia.

recensione di Mattia Sangiuliano

“All'Avogadro si cominciava a ottobre, autobiografia di un quinquennio”, Marco Aime; Agenzia X, Milano, 2014, pp. 241 (14€).


1970/1975, questo è il quinquennio preso in esame dall'antropologo Marco Aime. Perché proprio cinque anni? Perché cinque anni sono il periodo di durata delle superiori. Perché proprio dal 1970 al 1975? Perché questo è il periodo in cui lo stesso Aime frequenta l'ITIS di Torino conosciuto con il nome di Avogadro, Avo per gli amici, scuola tecnica e non solo.

“È curioso, ci passi attraverso, ci vivi, la vivi un'epoca e neppure ti accorgi di quale è il suo posto nel tempo. Siamo animali da presente o meglio lo siamo noi persone comuni.” (p.206)

Il libro non narra del periodo scolastico in cui Aime si trova alle prese con la scuola superiore nel cuore di Torino. Il libro non è una vicenda vera e propria bensì la summa di fatti e avvenimenti rievocati quarantanni dopo con la scrittura; non un romanzo ma un museo in cui gli oggetti e i ricordi, le “cose”, prendono vita. Stili di vita e attitudini, oggetti e fatti, che hanno contribuito a creare una generazione, quella di Marco, prendono vita tra le pagine di questo almanacco della prima metà degli anni '70.

Soprattutto musica – Musica, modi di vivere, musica, scuola – si anche quella –, ancora musica, rapporto di amicizia e solidarietà fra compagni; audiocassette, mangianastri e vinili – quindi ancora musica –; viaggi, concerti – ancora una volta la musica, a significare come questa non fosse solo stile, passatempo, ma qualcosa di più: un importante momento di condivisione e di aggregazione, capace di comunicare prima ancora che significare, di gettare un ponte e un collegamento fra le persone o, in questo caso, ragazzi protagonisti di un cambiamento epocale, nella comunicazione e nello stile, proiettati al centro dello spazio e di quel tempo rivendicandoli come propri.
“E tutti a parlare di giovani. Ma proprio tutti. Pareva la scoperta del secolo. Sembrava che prima di quegli anni la gente fosse sempre nata vecchia.” (p.55)

Le “cose” e la storia – Un libro, questo di Aime, che parla della quotidianità, di oggetti, di caratteristiche, eventi distintivi di una generazione; sono “cose”. Nella prefazione di Andrea Bajani, che apre il volume, viene non a caso presentato il Museum der Dinge di Berlino, il Museo delle Cose. Questo museo, accostabile per contenuto e significato al libro di Aime, al suo interno contiene per l'appunto le “cose”, ovvero tutti quegli oggetti di uso quotidiano che hanno trovato impiego nella vita di ogni giorno negli ultimi sessantanni.

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Le “cose” – oggetti di una quotidianità ormai sbiadita, proveniente da un altro tempo, sono simulacro di un passato che si trova alla spalle. Questi oggetti sono però capaci di far rivivere, nella memoria dell'osservatore, una dimensione temporale di cui è stato egli stesso partecipe o in varia misura testimone. Un passato comune che viene intravisto, rispolverato attraverso quelle “cose” vecchie, anche se non vissuto e conosciuto in prima persona quando quelle “cose” erano nuove, ma per le generazioni successive attraverso il filtro del vintage, che rende le “cose” più appetibili, rispolverate dall'incrostazione del tempo che si era sedimentato su tutti quegli oggetti. Come nel video della canzone de i Ministri, “Noi Fuori” (2010), un testo che è elenco di tutte le cose che non appartengono ai membri del gruppo, così come gli oggetti presentati nelle sequenze del video, “cose” conosciute, anche dallo spettatore più giovane, ma non vissute, eco di una generazione passata.

“I grandi sono quelli che invece lo capiscono il senso della storia, lo sanno raccogliere e raccontare. Noi no, noi ci limitiamo a esistere e a spiluccare quel che ci passa a tiro.” (p.206)

Ma il libro di Marco Aime non è solo un museo di “cose”, oggetti, è un altare di valori, ideali, di un tempo vissuto, passato; Aime è raccoglitore di queste “cose”, dall'Eskimo simbolo di una generazione intera, la sua, narrata a noi, e di tutti quegli scontri generazionali – ma non troppi –, più o meno aspri, più o meno presenti rievocati per noi che leggiamo; sono i mangianastri e le audiocassette, così come Leonard Cohen, Battisti, i Led Zeppelin, King Crimson e tutta la colonna sonora di quel quinquennio che Aime porta nella sua memoria di ex-studente dell'Avo di Torino. “Cose” di un quinquennio che non è solo scuola, anzi, che è stato anche scuola, ma che prima di tutto è stato vita, una vita pulsante; come quelle “cose” e tutti i ricordi che ad esse si accompagnano ogni volta che i visitatori del Museo di Berlino animano i locali di quel museo, così vengono ridipinte e ravvivate le pareti di quella memoria che porta in sé un ricordo vivo di quel tempo, o un ricordo trasmesso da chi ha vissuto quel periodo come Marco. Sicuramente Marco è stato un bravo raccoglitore, interprete critico della sua generazione, di quel suo passato, capace di fare il confronto con il presente senza cadere in vacue nostalgie o nel troppo facile tentativo di bistrattare il presente, un presente che troppo spesso si ha il timore di comprendere.

I ragazzi sono i protagonisti – Ragazzi simili, in ogni epoca, quelli del passato e quelli del presente, nonostante prodotti di generazioni diverse, cambia al massimo la forma ma la sostanza intima si differenzia di poco. Il libro di Aime cita vinili – tornati di moda, ma che volete farci, sono vintage, mica anticaglie – e l'eskimo, il tascapane, luoghi della Torino di allora ci sono ancora, cambiano poco, cambia il valore che hanno assunto nel corso del tempo, con il passare degli anni, a cominciare dallo stesso Avo. Ci sono i giradischi, i mangianastri, le forme e i colori che, sentendoli ora, viene proprio spontaneo, figurarseli, o andandoseli a cercare su internet, magari alla voce vintage. E non ci si sbaglierebbe molto a definirli così, poiché oggi, per molti, questo sono quegli oggetti: vintage. Nel libro i veri protagonisti non sono però gli oggetti ma i ragazzi. Tutti, non solo l'autore.

Dagli oggetti, dalle “cose”, ai momenti, gli attimi di vita, i concerti e le serate, i viaggi, in corriera o in treno, dalla periferia di Borgaretto alla Torino vera e propria, il biglietto dell'autobus, la vicinanza con gli altri ragazzi, compagni di scuola, compagni di lotta; compagni e basta. Ogni specificazione di termine risulta superflua, sbiadita, passa in secondo piano. La scuola non è il luogo in cui imparare arti e mestieri, è il momento in cui si getta la base di qualcosa di più, in cui si capisce che il numero è la forza, in cui la corporeità e la massa possono fare la differenza, soprattutto per la generazione di quel tempo, quella rievocata da Aime, che ha letteralmente occupato lo spazio.

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