venerdì 13 marzo 2015

Il cuore di Dylan Dog

Recensione di Mattia Sangiuliano


«Quanti cuori hai spezzato, Dylan? Quanti sorrisi hai capovolto? Quanto amore hai dato senza mai risparmiarti... e quanto ne hai preteso? E per cosa? …Per cosa? Altri sorrisi. Altre speranze. Altre illusioni. Quando ne avrai abbastanza, Dylan? Quando la smetterai di cercare? Dalla prossima volta... o da quella dopo ancora, magari.»

Il Dylan Dog n°342 si intitola Il cuore degli uomini (Sergio Bonelli Editore, Milano 2015). Il Don Giovanni Dylan Dog deve fare i conti con il suo cuore e, soprattutto, con l'ultima fiamma di cui si è invaghito che non prende bene la fine della loro storia. Che Dylan Dog fosse un vero e proprio rubacuori era dato acclarato da tempo, il suo innamorarsi di donna in donna, di albo in albo, lo ha fatto sospettare già da tempo. Eppure, che ne dicano i detrattori, Dylan ama, ama con trasporto, ne più ne meno di un qualsiasi altro essere umano. O uomo. L'amore che viene presentato in questa storia è un tipo di sensazione a tratti antitetica con l'idea dominante che si ha di questo sentimento e, al suo interno, non esclude tuttavia la passione e lo slancio emotivo, sentimentalistico e romantico, che contraddistinguono il porsi di Dylan nei confronti del gentil sesso.

«Io non ti amo. Non nel modo in cui credevo. Non nella maniera in cui ti ho lasciato credere. Io amo per essere amato. Amo per guadagnare l'amore. È l'unico modo che conosco per farlo.»

In questo albo quello che viene presentato è un amore individualistico che caratterizza, in un senso più ampio, tutte le relazioni sentimentali intessute dall'indagatore dell'incubo; quello di Dylan è un amore egoistico incentrato, similmente al bisogno sessuale, sul soddisfacimento di un bisogno ritenuto primario, in questo caso specifico l'essere amato, quell'imperativo riassumibile nello scambio alchemico di un “do amore per ricevere io stesso amore” in una relazione che prevede il coinvolgimento totale del soggetto amante. Almeno sino all'estinzione della fiamma. Argomento da cui prende avvio questo albo e che segna lo svolgimento della storia.

«Tu e lei vivrete per sempre felici e contenti come nelle fiabe?
Io non credo. Quello che succederà è che starete insieme qualche tempo. Andrete al cinema, al ristorante, farete l'amore, passeggerete nel parco, progetterete una vita insieme.
Poi, le cose cambieranno: tu smetterai di parlarle, tornerai a immergerti nel tuo mondo, la lascerai sola. Alla fine, lei ti abbandonerà, ma non prima che tu le abbia spezzato il cuore in maniera lenta e dolorosa.»

Il “do ut des” latino, io do affinché tu dia, declinato in un'altra prospettiva è atto a giustificare il desiderio individuale, un desiderio da cui lo stesso Dylan non è immune, vittima conscia a tratti fatalisticamente e drammaticamente succube di questo sentimento che lo spinge di donna in donna. La colpa dell'indagatore di Craven Road allora è quella di amare veramente e sinceramente tutte le amanti che si susseguono nella sua vita, di mese in mese, di storia in storia.

«Il cuore di una donna è misterioso e si nutre di sfumature invisibili al nostro occhio.
Quello di un uomo, invece, è primitivo e famelico. Divora quello che gli serve e poi lascia le carcasse delle sue prede alla mercé degli sciacalli.»

La storia di questo albo porta la felice firma di Roberto Recchioni, mentre ai disegni un Dall'Agnol molto contestato proprio per questa prova artistica con uno stile ritenuto poco appetibile dai più. Disegno ruvido, spesso, rende bene l'idea della storia ma risulta pesante nel porsi agli occhi del lettore; lo spessore del tratto e dell'inchiostro di alcune tavole si deposita tra la pagina e l'occhio diluendo l'attenzione mentre lo sguardo naviga nella trama. Stilisticamente non da celebrare o da incorniciare, tuttavia digeribile se accompagnato al tema di questa storia.


 


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