venerdì 19 dicembre 2014

Così diluì Zarathustra.

di Mattia Sangiuliano.

Lessi lo Zarathustra di Nietzsche, per la prima e unica volta, a 18 anni; ero nel periodo che segna il confine tra la maturità e il primo anno universitario, quando presi in mano il volume edito da Fabbri Editore, per la collana I classici del pensiero, con la ferma intenzione di leggerlo proprio quella estate. Incominciai a sbocconcellarne le prime pagine durante la stesura della tesina per l'esame di Stato – rigorosamente in ritardo –, non riuscendo a privarmi del pane quotidiano di un libro da leggere, ma lo ripresi in mano con maggior determinazione nei giorni subito successivi la prova finale e, dunque, a suggello del mio iter nella scuola superiore.



Impiegai circa un mese e mezzo per leggerlo tutto – forse due mesi –; in un certo senso potrei dire, certo di non peccare di presunzione – evitando di parlare in maniera generica e generale poiché, per non creare scompiglio in quella fauna di lettori accaniti di ogni tipo, non mancherà certo di saltar fuori il Lettore, con la L maiuscola, pronto a sventolare il suo primato da guinness per averlo letto in un tempo nettamente inferiore – è stato come averlo divorato. Questo perché bisogna tenere presente la natura del libro in questione.

Può capitare che io impieghi anche meno di una settimana per leggere un libro che richieda un impegno medio-basso o, anche, una media di una settimana per un libro relativamente molto semplice e scorrevole (magari anche scritto grande!), stimare una media è molto difficile; la media infatti va a farsi friggere se si considera l'altalenanza del tempo libero e degli impegni – diritti e doveri – che (ci) sottraggono tempo che invece potrebbe essere dedicato alla lettura e al piacere che ne deriva...

Considerando che era estate, quando lo lessi – per la prima e unica volta –, in un periodo di relativa quiete, lo Zarathustra fu per me una lettura che mi assorbì totalmente ma, allo stesso tempo, solo a tratti; mi distraevo, è vero, e non per il caldo: era impegnativo, tornavo a rileggere alcuni passi o non prestavo particolare attenzione ad altri, ma rifiutavo di allontanarlo; certi passaggi mi lasciavano l'amaro in bocca e sulla punta delle dita che sfogliavano le pagine e sulle pupille che scorrevano febbricitanti sulle righe del testo. Ero desideroso di divorare quel libro così citato, così fantasmagorico, misterico nella sua aura esoterica, tra nichilismo, deismo profetico e profetico ateismo, da perdere di vista il piacere della lettura. Forse non basterebbe uno scaffale di biblioteca per raccogliere tutti i saggi scritti (o che si potrebbero scrivere) in merito a come si legge – e come si dovrebbe leggere – un libro, in generale, e lo Zarathustra, nello specifico.

All'università piovevano citazioni già dal primo anno. Se qualche professore citava un passo ricordavo di averlo letto, era parte di me. Le immagini venivano rievocate, ridestate dal loro torpore e riportate alla luce, la prova che era sedimentato in me; sentivo muovere quel corpo una volta estraneo, lo percepivo fremere sotto la superficie verso una lenta risalita che lo portava a riemergere; me lo ricordavo.
(Rimane il dubbio che invece molti, tra studenti e, molto probabilmente, anche tra i professori, proprio quelli che lo citavano e non si limitavano solo a nominarlo, non lo lessero.)

Nel corso delle mie letture tornai più volte su quelle pagine, per riprendere dei passi, stuzzicando il mio appetito qua e là, ma mai in maniera organica e ordinata.
Studiando e leggendo, Nietzsche tornò ancora; a dire il vero lo incontrai spesso nel mio percorso, quasi per caso, in certe circostanze, un paio di volte – o forse più – con ostinata intenzionalità. Era sempre un piacere; anche perché, fra me e me, potevo vantare di averlo già aggredito nella sua opera più temibile.

Così parlò Zarathustra, un libro per tutti e per nessuno

Mi ritrovai a leggere, sovente in maniera del tutto collaterale – e filtrata – altre sue opere. Non tornai mai, però, allo Zarathustra. Un paio di volte, per distrarmi, quando non trovai nient'altro da leggere nei paraggi – eppure c'era tanto altro – lessi l'incipit, le prime pagine, ma non andai mai oltre, anche perché non avevo intenzione di leggerlo nuovamente tutto. Poche volte ho letto un libro più di una volta, eccezion fatta per i libri universitari, e lo Zarathustra non era certo un libro che abbia mai avuto voglia o sentito il piacere, o il bisogno, di rileggere una seconda volta.

L'unico consiglio che posso offrire, per chiunque voglia leggere il libro, un consiglio mio, personale, tenendo presente l'entità del libro che si vuole affrontare e la propria disposizione d'animo – e la mia esperienza – è di non tuffarsi nella lettura dello Zarathustra come fosse un best seller, un Tom Clancy, o di aggredirlo come si avesse tra le mani un manuale universitario per un esame – di 3 o 15 cfu non importa – con l'intenzione di divorarlo o, similmente, di volerselo togliere di torno il prima possibile.

Poche persone riescono a dedicarsi alla lettura come e quanto vorrebbero. Lo Z., alla pari di altri libri, potrebbe essere allora, a seconda dei casi, una lettura con cui diluire il tempo dell'ozio; come altri libri una lettura d'elezione con cui trascorrere il tempo libero. A seconda della casistica, questo non esclude però che la lettura non debba essere a sua volta inframmezzata, ulteriormente diluita da altro.

Nessun lettore si conosce bene come sé stesso. La capacità e la voglia di diluire la lettura rispondono solo alla personalità e ai gusti del singolo, come la ricetta di una pietanza in cui bisogna compensare l'equilibrio degli ingredienti creando rapporti quantitativi per rendere concreto il fine qualitativo, osservando gli effetti e, soprattutto, provando; sempre a seconda del singolo, della sua disponibilità, potendo anche scegliere di smettere o, semplicemente sospendere.

Lo Zarathustra può essere visto come un contorno, non come una portata principale, qualcosa da distribuire nel tempo e nell'organismo, un qualcosa da accompagnare con altro. Un consiglio per la lettura potrebbe essere tenerlo sul comodino, a portata di mano, assieme ad un altro libro – magari sotto il Dylan Dog del mese corrente – e di leggerlo con leggerezza – non con superficialità, si badi bene! – alternandolo; amalgamarlo, prenderlo come un forte ingrediente per un piatto, un ingrediente da diluire nel tempo e da combinare, mescolandolo e facendolo aderire con altre letture. Un libro da diluire per essere digerito.

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