venerdì 12 dicembre 2014

Interstellar e la nostalgia dell'esploratore.

di Mattia Sangiuliano.



La natura dell'esploratore spinge l'uomo a sondare l'ignoto oltre i confini della conoscenza, ad andare oltre i limiti dell'occhio umano e della scienza che lo guida e sorregge. Nulla di trascendentale, la speranza dell'uomo riposta in un “altro” da lui viene negata nel momento in cui sembra materializzarsi la spiegazione ultima; al centro dell'universo viene ricollocato l'uomo e, soprattutto, l'esploratore; il viaggiatore, spinto ai limiti dell'universo conosciuto e oltre, dentro l'ignoto insondabile, è il centro gravitazionale del suo stesso viaggio.

È come se ci fossimo dimenticati chi siamo, Donald: esploratori, pionieri. Non dei guardiani. (Cooper)

Il viaggio e il ritorno a casa, la speranza di trovare una nuova dimora e il bisogno di tornare indietro anche abdicando al proprio compito di esploratore; salvare l'umanità o far si che l'arca partita possa approdare e far sopravvivere la razza umana; il bisogno di fermare lo scorrere del tempo, di non doversi sentire così insignificanti nell'immensità dell'universo. Queste alcune ambivalenze tematiche che si rincorrono mentre la pellicola si svolge sotto gli occhi dello spettatore. Il viaggio non è solo spostamento, movimento o dinamismo, senso dell'avventura, non è evoluzione individuale o scoperta, è qualcosa di più individuale che emerge dal dramma corale e collettivo: il viaggio è anche nostalgia, come in molte rappresentazioni artistiche. Il più antico e illustre antecedente può essere rintracciato nei nostoi greci, le opere e le storie che prendono avvio da un nucleo comune, quello del ciclo poetico originatosi dal concludersi del ciclo troiano e che si apre con l'Odissea, con il viaggio di ritorno a Itaca di Ulisse. Radice stessa della parola nostalgia, di origine greca, sono le parole “algos”, dolore, e “nostos”, ritorno, letteralmente “dolore del ritorno”. In tedesco Heimweh letteralmente “il dolore della casa”.

Le musiche di Hans Zimmer si fanno sentire, riuscitissimo corredo del viaggio interstellare e dei dissidi e drammi interiori dei protagonisti, l'insidia del viaggio e la fragilità del singolo chiamato a confrontarsi con la sua infinita fragilità; sullo sfondo una Terra avviata verso una fine ormai inevitabile e un gelido universo, sconfinato e insidioso; il dramma o, se si vuole, il melodramma – visto l'impatto che suscita la musica –, vengono cadenzati dalle musiche del compositore tedesco (stabilitosi negli States) che, già per altri film di Nolan – per tutta la trilogia di Batman, Begins, The Dark knight e The dark knight rises o Inception – aveva dato il suo contributo artistico. In Interstellar il contributo di Zimmer si sente, ed è molto apprezzato.


Illustre antecedente citato – a tratti in maniera ossessivo-compulsiva – quando si parla del nuovo film di Cristopher Nolan è la celebre pellicola 2001. Odissea nello spazio del registra Stanley Kubrick, che certamente è un'icona per lo stesso Nolan. Interstellar mette – differenziandosi da 2001 – il nudo e spoglio eroismo individuale, ma più che l'eroismo il grido di libertà del singolo; il protagonista che muove i primi passi su uno scenario desolante, lo spettro di una Terra che verrà, in cui il grano muore a causa di una “piaga” e in cui le missioni spaziali sono state abbandonate da tempo; un promettente ex-astronauta si ritrova a fare l'agricoltore, l'unica attività che sembra poter garantire la salvezza del genere umano. Ma in segreto qualcosa si muove, è il progetto Lazarus.

E come il Lazzaro dei vangeli anche il protagonista è portato a svegliarsi più volte nel corso della pellicola, forse negando il suo ruolo di genitore, diviso – solo apparentemente lacerato – dal dramma della separazione che lo porterà anni luce lontano dal suo pianeta e dai suoi figli, la sua vocazione da pilota e il suo essere padre, due facce a confronto di un individuo che si strugge ma che confida nella sua missione, che sacrifica e si duole per le sue scelte, che paga sulla sua pelle per le sue decisioni, ma che non si tira indietro; su tutto il memento mori della fragile umanità, il sapersi pentire per le proprie scelte. La paura si presenta su vari piani: è quella di non riuscire a tornare, di fallire la propria missione e non solo – e non soprattutto – il non riuscire a salvare il genere umano, altrimenti condannato alla rovina, ma il concreto timore di un padre che teme di non poter tornare dai propri cari mancando la propria promessa; emerge l'egoismo del singolo, declinato in varie sfaccettature, accanto allo struggimento della nostalgia. L'astronauta, non l'argonauta, è lanciato nella sua missione sapendo che, difficilmente sarà in grado di tornare indietro. La solitudine e l'angoscia fanno vacillare il cuore dell'esploratore che si specchia nel baratro tetro e insondabile della sua natura.



La fantascienza si mescola con la scienza, con le teorie dello studioso californiano, fisico teorico, Kip Thorne di cui Nolan ha reinterpretato le ricerche e le tesi poste alla base della sua sceneggiatura. Dove la scienza è teoria, il fantastico, l'immaginario è libero di creare, di interpretare o reinterpretare la realtà, creando nessi in una trama che si mescola su più piani, dalla soggettiva individualità, alla missione che trascende i confini del singolo individuo. Il filo narrativo non lascia nulla al caso, la storia si evolve seguendo la linearità della fabula, l'intreccio è solo apparente, influenzato dal centro gravitazionale di una gelida oscurità siderale che ingoia tutto ciò che gli capita a tiro.

Un tempo per la meraviglia alzavamo al cielo lo sguardo sentendoci parte del firmamento, ora invece lo abbassiamo preoccupati di far parte del mare di fango.
(Cooper)

Dalla crisi della soggettività non nasce il timore di Dio, di un dio che regge i fili o di un insperato altro che ordisce la salvezza dell'umanità dietro i fondali di scena, nessuna quarta parete viene abbattuta, è solo un fremito che suggerisce una possibile soluzione all'enigma, un sussurro attraverso lo spazio e il tempo, vincendo la gravità che ci vuole solidamente ancorati; è l'uomo e il suo porsi dinnanzi al proprio destino, esploratore, a uscire rafforzato, eucaristicamente solo nell'universo.

Do not go gentle into that good night (Non andartene gentile in quella buona notte) recita il professor Brand, riprendendo i versi (1951) di una poesia di addio che il poeta gallese Dylan Thomas (1914-1953) compose per il padre morente, un cupo ma speranzoso viatico per i viaggiatori ed esploratori chiamati ad abbandonare il proprio pianeta per l'ignoto, non sapendo se faranno mai ritorno, un invito a non lasciarsi ingoiare dalle proprie paure o dalle tenebre della notte misteriosa e solitaria; la maledizione del navigatore che si incammina verso i confini di ciò che è noto per andare oltre.

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