martedì 9 dicembre 2014

Macerie e arte nell'età dell'estremismo.

recensione di Mattia Sangiuliano


L'età dell'estremismo; Marco Belpoliti, Guanda collana Biblioteca della fenice (2014) p.285, 18€.

«Si sbaglierà di rado se si ricondurranno le azioni estreme alla vanità, quelle mediocri all'abitudine e quelle meschine alla paura.» (Friedrich Nietzsche; Umano troppo umano)

Il libro di Marco Belpoliti è una sorta di romanzo della contemporaneità ed è, dalle intenzioni dell'autore stesso, una sorta di tentativo di disegnare la mappa di «un mare procelloso e profondo che non è sempre facile navigare, e tanto meno cartografare»
È il mare della modernità nell'età dell'estremismo, visto attraverso la lente caleidoscopica dell'arte, un'epoca raccontata in «un romanzo di idee e di fatti estetici».

Punto di partenza del nucleo narrativo e tematico è da rintracciarsi in un libro dello stesso Belpoliti, pubblicato dieci anni prima per la casa editrice Einaudi, dal significativo titolo Crolli (2005) che, già dal titolo, richiama in campo una parte considerevole delle tematiche centrali che sottendono questa nuova opera di Belpoliti; ben 21 capitoli del precedente libro del 2005 sono stati inclusi in “L'età dell'estremismo”, altri scritti che compongono l'opera risalgono a lavori e articoli che l'autore aveva pubblicato presso testate giornalistiche o riviste – ad esempio “Alias”, allegato de Il Manifesto o, ancora, “La Stampa” e “Domus”.

Per risalire all'origine della frase che costituisce il titolo bisogna riandare al 1965, anno di pubblicazione di un saggio che la scrittrice e intellettuale statunitense Susan Sontag dedica all'Immagine del disastro, un'opera che risulta di un'allarmante attualità nonostante il tempo trascorso:
«La nostra è effettivamente un'epoca di estremismi. Viviamo infatti sotto la minaccia continua di due prospettive egualmente spaventose, anche se apparentemente opposte: la banalità ininterrotta e un terrore inconcepibile.»

La Sontag pone queste riflessioni a corredo di alcune analisi inerenti il genere fantascientifico nel cinema statunitense; il tema centrale della sua riflessione è come la fantasia «servita in razioni abbondanti delle arti popolari» permetta di «tenere testa a questi due aspetti», la banalità e il terrore. La fantasia ha il potere di «sollevarci dalla monotonia e distrarci dalle paure» oppure può portare a «normalizzare ciò che è psicologicamente insopportabile, assuefacendoci così a esso. Nel primo caso la fantasia abbellisce il mondo, nel secondo caso lo neutralizza».

Le riflessioni di Susan Sontag chiamano in campo la questione del kitsch, ampiamente ripresa dallo stesso Belpoliti che, nella sua trattazione, fa scendere in campo le riflessioni sollevate dallo scrittore praghese Milan Kundera nel romanzo “L'insostenibile leggerezza dell'essere”, pubblicato negli anni '80, in cui il kitsch è parola chiave legata al sentimentalismo, di cui è espressione assieme alla “dittatura del cuore”.

Elemento tematico centrale che emerge dalla lettura delle prime pagine del libro, o semplicemente osservando la copertina del volume, è quello delle macerie e dei molteplici significati e impressioni, nonché dinamiche, che sono in grado di sollevare. L'estremismo spinge l'uomo a scagliarsi contro il suo simile, attraverso l'integralismo, nella guerra, mediante la corsa ai droni che sorvolano molti teatri di conflitto e sono in grado di uccidere con estrema precisione usando un joystick – come nei videogiochi. Le macerie sono anche rappresentazione. Entra in gioco la componente artistica, l'iconografia, la scultura e l'architettura; il libro di Belpoliti è un gioco di continui richiami a un multiforme mondo composto da una grandissima varietà di linguaggi. Linguaggi visivi si congestionano attorno a quella tematica centrale: le macerie. Anche la storia entra in questa visione; il muro di Berlino, eretto dopo la seconda guerra mondiale è il simbolo di un nuovo conflitto – la guerra fredda – che dalle macerie dell'Europa minaccia un nuovo e precario equilibrio, dividendo il mondo in blocchi contrapposti. Ancora macerie. Il muro abbattuto è esso stesso una maceria, dopo il 1989. Il vallo atlantico, voluto da Hitler per difendere il confine del vecchio continente, migliaia e migliaia di chilometri di bunker interrati che hanno cambiato la topografia di vasti territori ora nient'altro che meta per turisti.
Un altro muro è quello del pianto che divide Gerusalemme, ancora una volta in un Est e in un Ovest, contrapposti; è la storia del conflitto tra Israele e il mondo musulmano, tra soldati israeliani e guerriglieri palestinesi, da qui l'adozione di nuovi armamenti, nuove tecnologie che spingono a distruggere le mura delle abitazioni e delle case dei nemici o, come troppo spesso accade, dei civili presunti tali.



È un viaggio attraverso macerie e rovine, dove, prestando attenzione alla storia e ai fatti, si è in grado di ricostruire gli avvenimenti, di sentir parlare le macerie stesse dall'impatto visivo che queste suscitano in noi che le osserviamo. L'opera del 1993 che l'artista tedesco Hans Haacke eseguì alla Biennale di Venezia persegue questo chiaro intento, il tema delle macerie occupa la memoria dei tedeschi, in un lembo di storia che congiunge la fine del conflitto e la caduta del muro che divideva in due Berlino e il mondo; Haacke ha eseguito l'opera prendendo una porzione di pavimento, costruito durante il nazismo, e lo ha divelto scomponendo e sollevando i blocchi che lo componevano, distruggendone e contorcendone la struttura. Il titolo dell'opera è Germania.

«Un milione di tonnellate di bombe in quattrocentomila incursioni» nell'arco di quattro anni, sono il risultato dell'offensiva della Royal Air Force britannica contro il nemico tedesco. Lo scrittore tedesco Sebald ha contato che, ad ogni abitante di Dresda, città maggiormente colpita dai massicci bombardamenti, sono toccati ben 42,8 metri cubi di macerie.

Impossibile non evocare le torri gemelle, il World Trade Center di New York, ormai nella mente del mondo come il luogo del disastro, dove prima si ergevano i due giganti resta il Ground Zero, luogo in cui sono sedimentate le macerie e le vittime dello schianto, passeggeri e impiegati che, l'11 settembre, erano entrati nei due edifici per lavorare. L'illustratore Art Spiegelman (autore della graphic novel Maus) si è dovuto confrontare con la rappresentazione del disastro.
Dal Ground Zero, dopo la rimozione delle tonnellate di calcestruzzo, cemento armato, acciaio e corpi delle vittime, si è ricostruito; un altro grattacelo, unico, svetta sul luogo dello schianto. Ma il WTC resta il luogo dove sono perite migliaia di persone, vittime dell'estremismo, dell'integralismo religioso, di un conflitto. Il nuovo grattacielo è anche una lapide, un memoriale che ricorda le vittime?


Il memoriale è anche l'imponente monumento voluto dal parlamento tedesco, opera di Peter Eisenman, che, a Berlino, sotto la porta di Brandeburgo, a poche decine di metri dal bunker in cui Hitler si è tolto la vita, vuole ricordare le vittime che il nazismo ha mietuto nei campi di concentramento e di sterminio, sorti in tutta l'Europa piegata alla follia della croce uncinata. I monoliti che compongono il memoriale rievocano, nella loro brutale semplicità, delle lapidi che si sollevano da un terreno scomposto, depresso nella parte centrale, foriero di un senso di oppressione, per tutti quelli che passeggiano al suo interno, nel ventre di quella lapidaria e tremenda memoria che rievoca. A pochi metri dal bunker in cui Hitler si è asserragliato nelle ultime fasi del conflitto, un bunker che ritorna nella rappresentazione del film La Caduta diretto da Oliver Hirschbiegel con Bruno Ganz nei panni del dittatore nazista.

L'immaginario che il bunker evoca torna prepotentemente dopo i fatti dell'11 settembre 2011; la caccia è aperta e l'obiettivo è il capo della cellula terroristica che ha ordito l'attacco alle Twin Towers di New York: Osama bin Laden, che si suppone si sia rifugiato in un bunker in qualche area mediorientale. L'idea del bunker è però infondata; dopo un decennio di ricerche infruttuose e falsi allarmi, il leader della cellula terroristica di Al-Qaida non era nascosto in un bunker – forse naturale – tra le rocce delle montagne afghane ma in un compound in Pakistan. Luogo dove venne ucciso il 1° maggio del 2011, individuato e raggiunto dai Navy Seal statunitensi, in un'operazione segreta voluta dal presidente Obama. Nonostante le presunte analogie tra il dittatore nazista e il capo terrorista di Al-Qaida, molte sono le differenze tra le due dipartite; mentre Hitler muore suicida e dispone che la sua salma venga distrutta affinché il nemico non possa sconsacrarla, al terrorista yemenita, ucciso da un commando dopo aver opposto resistenza, viene negata una sepoltura in terra affinché il sepolcro non divenga terreno sacro per i suoi seguaci, il cadavere viene così appesantito e lasciato sprofondare nel Mar Arabico.

Le macerie con il loro ingombro fisico, spesso di cui liberarsi, sono un'occasione per rielaborarne il concetto: da ingombrante peso, non solo fisico, sono un'occasione per riflettere sulla loro materialità, non una cosa da dimenticare o da assimilare, divorandola, da non sacralizzare ma neppure da lasciar cadere nell'oblio; forse in questo senso è bene ricordare il racconto di Primo Levi de “Il passa-muri”, la storia di un alchimista che, imprigionato, riesce a evadere passando attraverso il muro della propria cella; forse assimilare la storia non è la via, quanto più passare attraverso il cumulo di macerie, percependole, sentendole scorrere dentro di noi, facendo si che non siano solo depositi o deiezioni del tempo passato.

La leggerezza, l'assenza di peso sembra connotare la figura del francese Petit, ragazzo e aspirante funambolo che nell'inverno del 1968 maturò il proposito tendere un cavo le due torri del World Trade Center e camminare sul vuoto. Nel 1971 tocca alle due torri del Notre-Dame. Il 7 agosto 1974, il francese Petit, porterà a termine il suo “colpo” tra le torri gemelle del WTC.

La maceria irrompe con violenza nello spettro della guerra nucleare, oltre la guerra fredda i rischi della devastazione atomica terrorizzano come il peggior scenario possibile. Non più per impiego bellico, l'ingegneria nucleare preoccupa sempre più per un suo esteso impiego civile; non solo Chernobyl e le città ucraine limitrofe, anche Fukushima scenario di desolazione, entrambi i casi vengono rievocati, visti attraverso l'obbiettivo di fotografi giunti sul posto per documentare i disastri che hanno come protagonista l'uomo e il suo porsi dinnanzi alla natura. Città fantasma, terreni abbandonati a sé stessi per chilometri e chilometri, aspettando che decada la radioattività, le fuoriuscite cessino; restano vuoti e spettri di un passato che testimonia solo la catastrofe in un presente di abbandono, di macerie. Mentre il ricordo svanisce a poco a poco. L'identica tragedia stringe in una morsa il tragico destino di Pryp'jat', situata a pochi chilometri da Chernobyl nel 1986, e i territori dell'ormai “zona proibita” sorti all'ombra della centrale nucleare di Fukushima dopo il 2011.

Pyongyang viene vista nella sua utopia comunista, contraddittoria e silenziosa, misteriosa e inaccessibile, attraverso gli occhi degli architetti italiani dell'Accademia dell'architettura, di artisti o cronisti che l'hanno visitata e raccontata, ne è un esempio il resoconto scritto – e ritratto – dal fumettista canadese Guy Delisle; il “futuro anteriore” della modernità architettonica che riprogetta l'altrimenti invisibile capitale Nord coreana, intenta a perpetrare il suo culto di identificazione con il regime dinastico che governa il paese. Dagli occhi degli architetti, e dagli scatti che il fotografo italotedesco Armin Linke immortala emerge un dialogo a tratti antitetico, tra una chiusa ed ermetica Corea del Nord con le sue architetture, le sue «rovine della modernità».

In Posthuman del critico Jeffrey Deitch la rovina è base essenziale, condizione estetica necessaria, di questo movimento artistico dei primi anni novanta; le immagini che emergono dal ciclo dei cinque lungometraggi dell'artista americano Matthew Barney, Cremaster (1994-2002), mettono al centro la tematica dell'ibrido, similmente alle operazioni cui si sottopone Orlan o alle meccanizzazioni di Sterlac; l'umanesimo tradizionale è in crisi. Due storici e critici d'arte, Bois e Krauss, curano l'esposizione francese l'Informe (1996), più radicale di Posthuman, si prefigge di disfare la forma andando oltre una classificazione fatta di dualismi – bello-brutto, bianco-nero, biologico-meccanico – simile a quanto aveva postulato Donna Harvey nel suo Manifesto Cyborg (1991), secondo il quale le coppie di opposizioni non hanno più alcun senso.

L'opera di Belpoliti è la summa di un viaggio all'interno della Storia attraverso, l'arte – performance artistiche, fotografie, architettura – e allo stesso tempo nell'arte per spiegare la storia della seconda metà del '900. Viviano in un'epoca di attesa, dove la catastrofe illumina con la sua luce l'uscita dal tunnel. È il frutto delle macerie accumulatesi nei conflitti di un intero secolo – il novecento.

La domanda è quanto influenzino tutti questi eventi, in un mondo che continua a mutare sempre più in fretta, in un'accelerazione vertiginosa. Nell'introduzione del libro Belpoliti unisce due eventi lontani, distanti nel tempo, ma simili, per spiegare quella sorta di oblio che sembra investire la storia. Il 28 giugno 1992 il presidente francese Mitterrand giunge a Sarajevo. Nessuno sembra accorgersi della concomitanza delle date. Il 28 giugno del 1914 il duca Francesco Ferdinando venne assassinato a Sarajevo. Secondo lo studioso inglese Hobsbawm nessuno colse la coincidenza perché la memoria storica non era più viva. I giovani sono abituati a vivere in un eterno presente. Ma forse non solo loro.

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