venerdì 7 novembre 2014

“Raccontare per la storia” di Anna Bravo.
Primo Levi e la Storia maestra per la vita.

recensione di Mattia Sangiuliano

 "Raccontare per la storia, Narrative for the history", Anna Bravo; Giulio Einaudi Editore, per la collana Lezioni Primo Levi, 2014, p.211, €18.



«Indietro, via di qui, gente sommersa,
Andate. Non ho soppiantato nessuno,
Non ho usurpato il pane di nessuno,
Nessuno è morto in vece mia. Nessuno.
Ritornate alla vostra nebbia.
Non è mia colpa se vivo e respiro
E mangio e bevo e dormo e vesto panni.»
(4 febbraio 1984)
Il superstite – Primo Levi

«Del resto mi è odioso tutto ciò che mi istruisce soltanto, senza accrescere o vivificare immediatamente la mia attività» (Goethe – Lettera a Schiller). Queste sono parole del poeta tedesco Goethe riprese qualche decennio più tardi da Friedrich Nietzsche e poste in esergo ad una breve opera dalla non scarsa importanza per le materie filosofiche e storiche. Tale opera, scolasticamente poco citata – ben che meno letta – viene collocata nel periodo “di mezzo” di Nietzsche, in quel periodo posto tra la giovinezza della prima fase del suo pensiero, e la nota terza fase, di quella maturità che lo figura armato di martello, intento ad abbattere i pilastri tutti della filosofia. La sua fase “di mezzo” è connotata dall'alto grado di sintesi di un pensiero filosofico indirizzato verso la costruzione e non verso la distruzione.

Prosegue così l'incipit della sua opera “Sull'utilità e il danno della storia per la vita”, datata 1874 nota anche come “Seconda considerazione inattuale”:
«Con queste parole Goethe, come un ceterum censeo energicamente espresso, può cominciare la nostra considerazione sul valore e la mancanza di valore della storia.»
Si delinea già dalle battute iniziali, la volontà del filosofo, non ancora trentenne, di indagare ed esaminare come la «febbre divorante» rappresentata dall'ansia di assimilare un sapere storico sia, in realtà, nient'altro che una forma di ipertrofia, un dannoso eccesso che, dalle parole di Nietzsche, ben si confà alle caratteristiche dei famelici tedeschi del suo tempo. Parimenti dannosa è la carenza di storia o di senso storico; anch'essa, come la prima situazione, va a detrimento della vita. Ma in che modo la storia può arricchire la vita?

Raccontare, narrare, testimoniare; tre parole apparentemente sinonimiche nel presentarsi al pubblico ma estremamente diverse nel loro rapportarsi con la storia. Ciascuna è portatrice di un proprio bagaglio di categorie che ne caratterizza il contenuto e le modalità di presentazione. Tre sinonimi per tre identikit di individui simili tra loro ma estremamente diversi per dei tratti particolari.

Primo Levi, nel corso della sua vita, è stato tutti e tre e nessuno dei tre in particolare; cantore dei campi di concentramento, dell'universo concentrazionario, narratore in grado di intessere vite e storie pregne di un insegnamento ricco di valore, testimone dell'olocausto ebraico, del genocidio e, non da ultimo, chimico orgoglioso del proprio mestiere.
A questi tre aspetti del suo rapportarsi con il materiale storico – cantore, narratore e testimone – è doveroso aggiungere il suo essere stato vittima innocente; un oppresso privo di colpa – così come le altre vittime dei Lager.

Dopo la liberazione Primo Levi è tornato alla civiltà; con la riguadagnata libertà ha potuto reimmergersi nella vita, nel suo mondo di affetti e di legami, tornando al suo interesse primo: la chimica. Lasciandosi alle spalle la dolorosa esperienza dell'olocausto? A quanto pare no.

Così fosse stato non avremmo mai potuto conoscere la potenza e il vigore dell'opera magna di Levi, “Se questo è un uomo” (Einaudi), la sua forza espressiva, così come non avrebbe potuto toccare con mano la vita dei detenuti dei campi di sterminio nazisti, le torture, la disumanizzazione, la violenza, che portò al massacro di milioni di vittime, quell'universo fatto rivivere nelle opere e negli interventi che videro Levi come protagonista.

«Una tentazione in cui si può cadere a proposito di Primo Levi è considerarlo l'icona del Grande Testimone. Sarebbe fargli torto. Un'icona è per definizione sempre uguale a se stessa, cristallizzata intorno a un solo significato, mentre Levi è stato sì un grande testimone, ma al tempo stesso un poeta, un saggista, un narratore che si è misurato con temi diversi dalla Shoah.»
Con queste parole inizia il recente saggio di Anna Bravo, Raccontare per la storia, edito da Einaudi, per la collana Lezioni Primo Levi (2014, p.211, €18)

L'opera di Anna Brava si compone di tre capitoli, tutti minuziosamente suddivisi in paragrafi tematici che affrontano determinate questioni e aspetti legati al rapporto tra Levi e la storiografia dell'olocausto; a questi va aggiunta una nutrita appendice che fornisce spunti e approfondimenti inerenti al tema. Come in tutti i libri della collana “Lezioni Primo Levi” anche questa è arricchita dal testo italiano e da una sua traduzione in inglese.

Anna Bravo contestualizza la vicenda di Primo Levi, la sua breve esperienza come partigiano interrotta dalla cattura e dalla conseguente deportazione in quanto ebreo; non mancano i riferimenti alle lentezze della storiografia dell'epoca in materia di olocausto; viene rievocata la sua posizione contro l'eccezionalismo. Nel terzo capitolo, che ha per oggetto il rapporto fra “storiografia e giudizio morale”, compare la tematica del nosismo e l'importante tematica della “violenza dei giusti”, che trovò ampio spazio nelle pagine scritte da Levi.

Nucleo centrale delle 211 pagine del libro è il secondo capitolo: “La zona grigia”; capitolo fondamentale, essenziale non solo in seno alla struttura dell'opera ma capitale per la codificazione e la comprensione del pensiero dello scrittore piemontese e dello stesso codice Levi. A questo vengono dedicate ben 57 pagine e, in appendice, viene riportato l'omonimo secondo capitolo dell'ultima opera scritta da Levi: I sommersi e i salvati (Einaudi).

La “zona grigia” è quell'area «dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Possiede una struttura interna incredibilmente complicata, ed alberga in sé quanto basta per confondere il nostro bisogno di giudicare» (I sommersi e i salvati p.29). Nel rapporto storiografia-narrazione di fatti reali, emerge la potenza di questa categoria di cui Levi ha la paternità. Raccontare fu per Levi la capacità di interrogarsi sulla storia e per la storia, di dar forma alla storia stessa e all'esperienza vissuta; così riuscire a far emergere la propria esperienza di vita dalla messe di dati della storia porta Levi ad andare oltre gli stereotipi del dramma dell'olocausto; la realtà dei fatti storici è molto più complessa, non può essere semplificata – e in questo senso la zona grigia non vuole essere semplificazione come non vuole essere esplicazione della tragedia. La “Zona grigia” è un'entità complessa che corrode e annienta gli individui, i prigionieri; nessuno è al sicuro, nessuno, nel sistema infero del Lager, può sottrarsi al contagio del potere. E Levi ne è lucidamente consapevole.

Ecco allora che si manifesta con più forza il valore dell'esperienza di Levi, un uomo come tanti che è tornato ma che ha avuto la forza di raccontare, di narrare, di parlare e giudicare la storia, la sua storia personale e la storia di quell'orrore che ha colpito l'Europa e il mondo. Oltre a questo il testimone non è chiamato a confrontarsi solo con la storia e con la sua esperienza, deve bensì portare la testimonianza delle vittime, dei “testimoni integrali” che non sono riusciti a sopravvivere: i sommersi. Il compito dei salvati dunque, anche loro individui che difficilmente riescono a sfuggire alle strette maglie della zona grigia, è quello di portare questa testimonianza.

La lucida analisi offerta dalla Bravo al lettore – attingendo a una nutrita bibliografia anche internazionale –, esamina anche il binomio storia-memoria, e con la memoria è chiamata a confrontarsi anche la “zona grigia” di Levi:
«Con una chiarezza fino ad allora mai raggiunta negli studi sulla Shoah, Levi introduce una doppia connessione: fra privilegio e memoria, fra privilegio e sopravvivenza» (p.55)
Il giudizio di Levi è impietoso, verso gli altri come verso sé stesso, verso chi è riuscito ad ottenere un seppur minimo privilegio ma sufficiente da consentire di sopravvivere all'abominio concentrazionario.

Il confronto non è più allora quello squisitamente inteso fra il testimone e la storia, bensì quello tra il testimone e la memoria, una memoria che nel corso degli anni – dal dopoguerra in poi, con l'emergere di una cultura fondata su queste tematiche – si arricchita di stereotipi ed è stata fissata in un'immagine fissa.
A ciò ha contribuito «da un lato, il lungo disimpegno diffuso fra gli storici, specie italiani aveva fatto ricadere sulla memoria dei testimoni un ruolo di supplenza. Dall'altro testimoniare non significa più riempire un vuoto, significava fare i conti con un pieno di immagini che venivano da libri, da film, da serie tv, da vecchi e nuovi “automatismi mentali” e da nuove o simil-nuove teorie filosofico-storiografiche» (p.55).

Nietzsche non mancava di sottolineare, nella sua seconda inattuale, come il “senso storico” portasse infelicità e fosse dannoso in quanto volesse inglobare il materiale storico senza alimentare lo scontro fra questo e la vita; fonte di felicità allora, e arricchimento per la vita, diventa il poter sentire in modo non storico.

L'attività del narratore-testimone quale era Levi, chiamato a confrontarsi con la storia e, soprattutto, con la sua storia, non vuole essere reazione in difesa della memoria; bisogna poter muovere un giudizio critico, poter conoscere, valutare ed esprimersi in merito ai fatti, rielaborando categorie superando gli stereotipi. “Raccontare per la storia” significa dare forma alla storia, farla rivivere, utilizzando a tale scopo gli strumenti del narratore e quelli del testimone; andando oltre l'intenzione di mera compilazione e eruditismo la storia diviene vita.

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