mercoledì 8 ottobre 2014

Una donna per cui andare al cinema. Forse.

di Mattia Sangiuliano

Sin City, una donna per cui uccidere. Sono andato al cinema conscio del fatto che, molto probabilmente, non avrei trovato ciò che molti si aspettavano, sicuro del fatto che non avrei provato la stessa ebbrezza del primo episodio datato 2005. C'era da aspettarselo in fondo.
La pellicola del secondo episodio sacrifica molto del noir presente nel film di nove anni prima, prevale su tutto un'impronta hard boiled forse più marcata cui fa da sponda un fiume di pulp; è un film d'azione, violento e crudo, in bianco e nero; godibile come tale, così come tutte quelle cose già assaporate che, si sa, non torneranno indietro.
Ava Lord alias Eva Green

“Una donna per cui uccidere” o, almeno, se non siete così drastici o vi sentite presuntuosi al punto da esser certi di non venire insidiati dal suo fascino potreste accontentarvi di “una donna per cui andare al cinema”. Sto parlando di una Eva Green dallo sguardo seducente che squarcia lo scherno in bianco e nero, semi svestita per ¾ delle scene in cui compare; succinta o completamente spogliata, seni al vento e labbra che sembrano risucchiarti nello schermo; soggiogante pupa in una sordida ambientazione di bulli o, più semplicemente, sfortunati uomini pronti a gettarsi ai suoi piedi. E tu, quasi certamente non saresti da meno.
Ava Lord alias Eva Green, femme fatal a tutto tondo, anzi, tutta curve vertiginose, possiede l'arma più pericolosa e distruttiva di tutte nella peccaminosa City di Frank Miller: il fascino e un corpo da urlo. Arma di disinibizione di massa. Pronta a insidiare persino il detective Mort alias Cristopher Meloni (detective Elliot Stabler nella serie Law and Order, Special Victim Unit) in questa parte slegato dalla sua nota e abitudinaria scorza di integerrimo paladino prodotto del police procedural.
Ava e Dwight in una scena del film




Il film si apre subito con la prima storia, presentando i «150 chili di ferro» di Marv (Mickey Rourke), partorito dalla mente di Miller e gettato nell'inferno della City del peccato; inutile dire quanto si trovi a suo agio anche in questo secondo film ambientato nella turpe cittadina in bianco e nero e fiumi di rosso sangue e sbavature di rossetto.
È dunque Marv a fare gli onori di casa e stendere lo zerbino che ci accoglie di nuovo a Sin City, uno zerbino di quattro sfigati-fighetti che si sono messi sulla sua strada; niente fuori dell'ordinario è Just Another Saturday Night, “Solo un altro sabato sera”.

È un Marv in piena forma, che prende le sue medicine, un cittadino che fa il suo dovere eliminando la feccia di troppo; è subito riconoscibile, figlio del quartiere popolare della City peccaminosa, figlio della città vecchia da cui tutti i personaggi del racconto, antieroi più che eroi, sono usciti e in cui sembrano tornare, presto o tardi, richiamati dalla necessità o dal bisogno. La zona franca retta da regole tutte sue.
La città vecchia è in mano alle prostitute, alla lussureggiante eden di libido ammassata nel quartiere dove neppure la polizia ha il permesso di addentrarsi impunemente; la legge delle amazzoni non perdona i trasgressori.

La città vecchia accoglie e ristora con i suoi dolci e peccaminosi frutti, basta stare alle regole di Gail.
Sempre che si riesca a sopravvivere al gelido silenzio della bella e letale Miho e al suo entrare in scena, che non preannuncia niente di buono; non proferisce parola «la piccola e letale Miho», sinuosa ciliegina su una torta insanguinata, miete più vittime lei in dieci minuti di film che tutta l'accozzaglia di psico-sociopatici della criminosa città, Marv in testa, nell'intera durata del film. Katana alla mano e un arsenale di shuriken più un'inesauribile scorta di frecce pronte a fare il loro dovere, rigorosamente al centro della testa del bersaglio. Cerchiamo di non citare Kill Bill solo per aver visto una katana, qualche tarantiniano potrebbe trovare da ridire sulla liceità dell'analogia. Forse avrebbe ragione.
Spicca quel passaggio tricromatico di bianco, nero e sangue ad un semplice bianco e nero molto fumettistico, anche troppo fumettistico nel caso del Sin City di Frank Miller, nel momento del massimo orgasmo di sangue nel culmine del massacro; dà da pensare. Complice il passo felpato della silenziosa, fredda e impassibile Miho.

Dwight Mc Carthy, a qualcuno dovrebbe suonare un campanello dall'allarme da qualche parte, personaggio con principi morali relativamente saldi, fotografo scandalistico su commissione certo, ma bisogna pur guadagnarsi il pane in qualche modo, tra i rivoli del malaffare che ammorba la città; sicuramente più onesto di molti suoi concittadini. Una delle sue leggi morali gli impone di non uccidere nessuno sul suo cammino. Nobile. Lo troviamo dedito a combattere i demoni, o meglio un mostro del suo passato, di un tempo trascorso da cui emerge nientemeno che la dea Ava e che sembra voglia sprofondarlo ancora una volta nell'abisso; è pero Dwight stesso a scegliere, malato di un amore folle e bruciante, di gettarsi nel baratro solo per aver visto gli occhi di lei risplendere nel fondo di quella vertigine; già conscio del fatto che la caduta gli farà davvero male. L'impatto potrebbe persino ucciderlo. Ma questo si capisce, è parte del gioco, lo sa anche lui o meglio lo intuisce.

Storia lineare? No grazie. Anche questa volta il plot del film risulta essere un po' complesso; niente di esagerato. Difficile solo per chi è digiuno di questo tipo di storie, di chi, nonostante la buona dose di violenza e sparatorie, non digerisce il passaggio da un capitolo all'altro o, magari, commette l'errore, comune anche tra gli spettatori più navigati e con lo stomaco di ferro, di affezionarsi ad uno dei personaggi.
La vera difficoltà non è propriamente il modo in cui sono legati fra loro i vari capitoli del film ma il modo in cui questi richiamino i fatti del primo Sin City – datato 2005. Unito a questo i rimandi interni creano una situazione tutt'altro che lineare, fatta di sobbalzi, cambio di tono, a tratti sembrano dare allo spettatore poco allenato, o distratto, magari poco preso dalla trama, l'idea di una contraddizione se non addirittura di un paradosso che attraversi la trama, facendo della frammentazione della storia una polverizzazione di personaggi.

Cambi di scenari, di storie, di personaggi che si alternano, tutto questo fa parte dell'universo della peccaminosa City; un personaggio lascia lo schermo giunta a compimento la sua missione, non per forza eliminato brutalmente, e subito senza troppi preamboli entra in scena un altro personaggio, un altra vicenda, viene aggiunto qualche altro scenario.
Così scorrono le storie nella torbida Sin City, il personaggio secondario di una vicenda diventa il protagonista di un'altra vicenda e così via anche per la storia successiva, dopo la parentesi o l'epilogo di un'altra.
A fare da spalla a Dwight, in una notte pregna di cattivi presagi, viene chiamato il colosso Marv; nella loro fuga dentro la città vecchia con alle calcagna gli sbirri di Sin City, fanno la comparsa le amazzoni della lussuriosa fauna di questo luogo di piaceri, alcune delle quali già presenti nel primo Sin City.
Lo stesso Marv guardia della piccola (ma tutt'altro che indifesa, in questo capitolo) spogliarellista Nancy alias Jessica Alba, sostituitosi nel ruolo di angelo custode dal fu John Hartigan (Bruce Willis) sempre del primo Sin City tratto dal capitolo “Quel bastardo giallo”, tornerà ancora per spalleggiare la sua protetta.

In buona sostanza per chi è digiuno delle graphic novel di Miller e si aspetta un semplice sequel del primo film si sbaglia di grosso; per chi invece ha perso il primo Sin City e confida in una storia unica e monolitica altro errore di calcolo. Nella trama di Una donna per cui uccidere alcuni capitoli sono legati al primo film con l'obiettivo di tracciarne un seguito; alcune vicende risultano essere state variamente mescolate tratteggiando i caratteri temporali del prequel. Apparentemente sembrerebbe di essere proiettati in un universo cronologicamente parallelo al primo episodio, ma da questo dipendente; come un'appendice.
La trama è nel complesso godibile, matematica, soprattutto nel modo in cui i singoli eventi, e i vari capitoli, sono cuciti fra loro.

Giudizio. Volete davvero un giudizio sul film? Non vorrei sbilanciarmi. Sicuramente non è una pellicola da elogiare, non so quanti la elogeranno. E forse così ho già detto tutto.
Un grande peso della pellicola? Essere un numero due, questo certamente influisce e grava su ogni possibile giudizio. Chi è andato a vedere il film avendo in testa il primo Sin City – come me – è stato variamente deluso: chi confidando in un film di caratura pari o superiore al primo è stato molto probabilmente smentito, chi invece è andato a vederlo sapendo che non avrebbe mai eguagliato il primo è stato amaramente soddisfatto. Qualcosa mi fa pensare che la prima categoria di cineasti sia molto rara.
Il noir del primo Sin City sembra sbiadire nei tratti tipici di un film d'azione, comunque sia ben riuscito. Esaltante invece l'introspezione psicologica degna della graphic novel firmata Miller; dove l'impianto fumettistico viene forzato oltre il parossismo, il risultato rischia di far perdere la presa sul pubblico e la piena godibilità del tratto, fortunatamente l'eccesso è raro e circoscritto a passaggi ben precisi. Il giudizio complessivo sull'opera resta comunque positivo.
C'era da aspettarselo. Emerge il ritratto di un Sin City sottotono. Eva Green a parte. Ma questo, forse, non è un valido motivo.

Forse ci si è buttati su Una donna per cui uccidere con troppa foga. Siamo la generazione delle troppe aspettative mai sopite. Peccato. O per fortuna.

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