martedì 7 ottobre 2014

La purezza della razza nel fascismo di oggi e di ieri.

di Mattia Sangiuliano.

Facevo le superiori quando, un giorno, ritrovai la città tappezzata di manifesti di Forza Nuova. Erano manifesti semplici quanto oggettivamente rivoltanti. Rivoltante come il tema che avevano per oggetto. Rivoltanti quanto la semplificazione disarmante che li sottendeva e li rendeva, agli occhi di molti, "tollerabili". Poche parole lapidarie e un invito politico corredavano l'immagine che, più di tutto, era stata posta al centro del manifesto con il chiaro, e riuscito, intento di essere rivoltante.
Recentemente mi sono imbattuto in manifesti d'epoca che con quelli di FN hanno non pochi punti di contatto. Non stupisce dunque il loro essere risalenti all'epoca del fascismo, sembrano così ripetere, oltre che la stessa tematica la medesima strisciante idea nazionalista tipica del fascismo.

Adunata di balilla
Il nazionalismo, unito all'idea di un necessario revanscismo, si pone alla base del pensiero fascista nel primo quarto di secolo del novecento. La Grande Guerra è stata un fallimento, i milioni di morti (QUI: "O Gorizia tu sei maledetta". L'accusa dei militi senza nome) ne sono una prova inconfutabile; la patria piange i suoi figli caduti nelle trincee lungo il fronte settentrionale ma, ben lungi dall'innescare un meccanismo di rigetto della guerra e della morte che la sottende, una vasta frangia di individui, saldati in un movimento sempre più compatto riesuma il nefasto bagaglio sotteso a questa esperienza di sangue. Proprio dalla simbologia della morte che pervade l'iconografia squadrista del primo fascismo – come anche quella del primo nazionalsocialismo tedesco – il movimento si fa carico di un bagaglio di immagini che verranno a caratterizzare gli aspetti di distruzione e incitamento all'odio, uniti sotto un'unica bandiera contro un nemico comune, aspetti che contraddistinse i regimi totalitari del '900.

A fondamento del nazionalismo di stampo fascista si pone l'idea della rivoluzione mancata; quell'atto che, dal momento dell'unità dello stato italiano, è venuto sempre a mancare, connotatosi più come compromesso che come vera rivoluzione. L'idea di una parziale unificazione incompiuta, il mito della rivoluzione mancata, viene così declinato, confluendo, nell'idea del bisogno di una nuova guerra per estendere il proprio dominio coloniale, verso la “quarta sponda” sottomettendo le altre razze, naturalmente inferiori.

Con queste radici, profondamente radicate nel simulacro di valori e ideali fascisti, sin, soprattutto, dalla prima espressione squadrista del fascismo e, in fattispecie, propria dei fasci da combattimento, si rafforza l'idea di essere figli di quella grande guerra che mieté così tante vittime; dalla guerra siamo nati, nella guerra ci siamo lavati ottenendo il nostro battesimo, sembra dire l'iconologia di immagini che il primo fascismo elegge come sacrari della sua battaglia.

Le donne, le madri, le mogli, le figlie che piangono la morte degli uomini sul fronte del primo conflitto mondiale divengono il simbolo di quella vittoria insanguinata, di quella battaglia di autodeterminazione del popolo italiano che ha portato alla perdita di centinaia di migliaia di vite umane.
Il fascismo sembra farsi carico anche di questa eredità di morte, sventolando la tutela delle donne italiane.

Famiglia fascista
Anche le donne emergono in questo universo di immagini e di propagande, confluendo come parte integrante della strisciante motivazione sociale che, nel mare di elementi e valori ripresi, ha il compito di cementare le fondamenta del nuovo movimento; la raison d'être dell'aspetto del fascismo legato alla purezza della razza, alla superiorità spirituale, fisica e morale della “italianità” fascista, che trova il suo compimento nella famiglia fascista, nella sua tutela che è anche una tutela razziale; nella prosecuzione della razza pura.

Le donne italiane devono essere difese dall'aggressione perpetrata dal diverso, dal nemico; il gesto di protezione di chi appartiene al gruppo razziale autoproclamatosi superiore crea il germe della divisione tra due parti contrapposte anche sotto il profilo iconografico: il simbolo della purezza e la femminilità, la donna italiana da proteggere da una parte e dall'altra il nemico che perpetra l'offesa ai danni dell'italianità, che si impone con la violenza su una cosa che non gli appartiene in quanto, prima di tutto, essere inferiore sotto il profilo razziale.

La difesa delle donne italiane affonda le sue radici nell'elemento razzista del fascismo, nell'avversità verso il diverso visto come forma di impurezza, veicolo di impurità ai danni della stessa perfezione razziale che è l'elemento centrale, fondante, della propaganda fascista; fomentando la campagna di purificazione della razza.
Nei manifesti dell'epoca fascista compare l'intimidazione del diverso che commette il vilipendio ai danni della razza pura; è stupratore per sua natura, criminale in quanto animale.
"Difendila!" è il monito lanciato dal regime, contro la barbarie del nemico, del diverso. Il monito è però anche un invito alla difesa della superiorità della razza italiana, contro un eventuale incrocio tra razze.

In questa direzione intimidatoria con le leggi razziali adottate sul finire degli anni '30 lo scopo primo del regime era quello di evitare il tanto temuto meticciamento tra razze; la paura di questa eventualità era diretta verso il punto di contatto tra i due mondi, verso il fronte coloniale che vedeva soldati italiani mischiarsi con le popolazioni autoctone, paventando la minaccia di poter veder vanificato il progetto della ricercata purezza di “italianità” propagandata del fascismo.

In epoca contemporanea con il rinfocolarsi dei movimenti di estrema destra ritorna la stessa iconografia, le immagini di violenze crude perpetrate contro le donne svolgono il ruolo sociale di muovere un senso di indignazione contro il diverso, colui che è presente in ogni città, in ogni quartiere, lombrosianamente incline alla violenza in quanto diverso, un individuo altro, esterno. La violenza sessuale sembra prerogativa di una sola categoria di individui inclini alla bestializzazione, mossi da istinti animali primordiali; complice, spesso, anche la politica mediatica del sensazionalismo da cronaca.

Il movimento politico non diversamente da qualsiasi altra struttura che, adottando un'impostazione di consumo, deve vendere un certo prodotto veicolando determinate formule con determinati contenuti, deve dunque essere riconoscibile da un target specifico ma al contempo eterogeneo ed estendibile: in poche parole all'uomo medio, fonda così il proprio dominio su un ampio spettro di possibili utenti; da questi ottiene il consenso di cui ha bisogno. Da qui l'importanza dell'utilizzo di esplicite immagini di violenza senza filtri, reale in quanto cruda, diretta e messa a nudo; le protagoniste sono donne qualsiasi, potrebbero essere chiunque: le nostre madri, le nostre mogli, le nostre figlie. Trovare un unico chiaro ed identificabile colpevole, o meglio una categoria di colpevoli, rende tutto più semplice. E il messaggio più efficace.

Allora la violenza contro le donne, il femminicidio, diviene lo strumento per far leva sull'opinione pubblica sfruttando un argomento che in vasti strati della popolazione gode di un alto tasso di partecipazione. L'obiettivo però non è la sensibilizzazione verso un problema sociale, in cui la donna è vista alla stregua di un oggetto da possedere; la condanna non è di una categoria di criminali ma, in toto, di individui macchiatisi, per loro natura, di una colpa razziale: colpevoli dell'essere diversi; colpevoli di un crimine genetico, dunque per questo perseguibili. Oggi come allora.

Certe cose rimangono costanti, nel tempo non mutano. Certe cose non cambiano mai. Come il razzismo. E gli strumenti di cui ci si serve per renderlo accettabile.



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