martedì 5 agosto 2014

"O Gorizia, tu sei maledetta". L'accusa dei militi senza nome.

di Mattia Sangiuliano

«La mattina del 5 di Agosto
si muovevano le truppe italiane
per Gorizia le terre lontane
e dolente ognun si partì
»
(O Gorizia, tu sei maledetta)

«Da quella bara che riunisce er pianto
de tante madri, un fijio chiam: - Mamma!
E ogni madre risponne: -Fijio santo!

De tanti cori s'è formato un core:
ardeno tutti nella stessa fiamma
strazziati dar medesimo dolore»
(Trilussa)

Un grido di dolore riecheggia, rimbomba di luogo in luogo, la memoria della storia si interroga sul perché; perché sia stato possibile; perché un odio così cieco e sordo; perché un'adesione così vasta, da ogni schieramento politico, da ogni istituzione, attraverso ogni gerarchia, si sia trasmessa al popolo di una nazione assetata di costruire se stessa. Questo è il tema della costruzione dell'identità nazionale, dello spirito della Nazione, attraverso il quale, con un movimento pedagogico, si è cercato di formare e legittimare la costituzione di un organismo patrio, retto sulla comunanza di caratteristiche proprie, unito e coeso non solo su dati topo-geografici, ma sulla somma di valori culturali comuni. Accanto a motivi di prestigio veicolati da élite precise, in grado di trovare terreno fertile per le loro idee in vasti strati di popolazione.

L'idea che la guerra forse voluta – se non cercata – dalla classe politica e della nobiltà delle classi superiori e dalla casata dei Savoia, era un'idea largamente diffusa tra i soldati italiani che combatterono disseminati sul fronte dell'Italia settentrionale. La gran parte dei quadri dell'esercito regio erano costituiti da contadini, braccianti strappati dalle varie regioni della penisola con l'obiettivo di muovere guerra a un nemico imprecisato, collocato al di là del confine. Già dall'unità d'Italia, proprio l'esercito doveva essere un fattore di aggregazione funzionale per la costituzione dell'identità nazionale; in molti però, non vedevano che in questo un detrimento ai danni della propria condizione già di per sé difficile; quella alle armi era una chiamata nefasta, un dovere cui molti – militi improvvisati – tutt'altro che soldati di professione, erano chiamati a compiere. Questa idea di una guerra voluta dall'alto, dalle istituzioni dell'Italia monarchica e parlamentare era assai diffusa proprio sul fronte, mitigata e propagata da una cultura e da un immaginario popolare. Non erano rari i casi di processi militari – e in casi estremi di condanne ed esecuzioni – per quanti venivano sorpresi a cantare o recitare versi di canzoni, filastrocche o stornelli, di stampo antimilitarista, che avrebbero vilipeso il valore del conflitto; nonostante la guerra si stesse rivelando come un sanguinoso spargimento di sangue, voluto dalle istituzioni prima che dagli italiani.

La Grande Guerra fu, per vastità del fenomeno, per impatto culturale e sociale, nonché politico e geopolitico – con movimenti di irredentismo sempre latenti e striscianti, spartizioni territoriali, ridefinizioni di confini – uno degli aventi che avrebbe profondamente scosso gli albori del '900, e la cui eredità sarebbe poi confluita nell'Europa dei totalitarismi. Nella Prima Guerra Mondiale morirono 9.722.000 di soldati. I civili non furono risparmiati: circa 950.000 morirono a causa delle operazioni militari e circa 5.893.000 persone perirono per cause collaterali, in particolare carestie e carenze di generi alimentari, malattie ed epidemie, oltre che a causa delle persecuzioni razziali scatenatesi durante il conflitto[1].

«La guerra di massa, che ha generato l'orribile carneficina di massa, pretenderà un riscatto celebrativo in cui la morte anonima assurga al posto più alto, al riconoscimento supremo, come tale indiscutibilmente apprezzato dall'intera comunità nazionale.»
La fine del conflitto, lo smembramento di sogni di egemonia, il ridimensionamento internazionale, i conti delle distruzioni materiali, sono nulla se paragonati al peso in termini di vite umane che la guerra porta con sé; accanto a questa pesante e opprimente eredità il bisogno di una redenzione collettiva, di rievocare le vittime, tutte le vittime del conflitto, identificando, in un luogo ideale, la tragedia della Grande Guerra. Il Vittoriano, l'Altare della Patria, sarà eletto a questa funzione sacrale, attraverso la celebrazione di un soldato caduto in battaglia.
«La salma del Milite Ignoto verrà inumata il 4 novembre 1921. Ma, prima, un complesso movimento celebrativo farà si che il teatro dell'avvenimento sia divenuto il Paese intero […] mettendosi in scena la più grande manifestazione patriottica corale che l'Italia unitaria abbia mai visto.» Per rendere possibile ciò una commissione costituita dai quadri dell'esercito regio venne incaricata di ricercare «dai primi di ottobre in segreto, arrampicandosi per gli sparsi cimiteri militari dei vari fronti della guerra, dallo Stelvio al mare, gli undici resti irriconoscibili, uno per ogni zona dove più aspra e accanita si era accesa la battaglia: Rovereto, Dolomiti, Altipiani, Grappa, Montello, Basso Piave, Cadore, Gorizia, Basso Isonzo, S. Michele, Castagnevizza».
Il 27 ottobre ad Aquileia si svolse la solenne cerimonia della scelta dell'urna destinata ad essere consacrata all'Altare della Patria; una popolana triestina, Maria Bergamas, madre di un disperso, viene incaricata di compiere questa scelta. All'interno dell'iconografia celebrativa, attraverso la persona della Bergamas, Mater Dolorosa, viene esaltata la pregnanza del gesto della scelta e della commemorazione: la donna, la madre, commossa, dovrà scegliere l'urna senza nome e accompagnarla sino a Roma, attraverso varie regioni d'Italia, consacrando, con questo itinerario, un movimento che voleva essere innanzitutto di aggregazione attorno alla sacralità della celebrazione. In questa figura femminile si trasmette, in una variante di sfaccettature, il dolore del singolo e quello collettivo, la sofferenza di madri, mogli e figlie, il martirio della perdita, dell'assenza, della morte; la lacerazione collettiva di fronte alla guerra viene ricomposta in una figura femminile chiamata a rappresentare l'Italia stessa, coesa, madre non più simbolica dell'Ignoto che perdette la vita sul fronte italiano.

«La cerimonia di Roma, fulcro e picco eminente dell'intera apparecchiatura encomiastica. Si dilata perciò verso tutta l'Italia.»

Il cerimoniale è molto complesso, coinvolge tutta l'Italia, la proietta in una prospettiva europea, l'obiettivo non è quello di glorificare la guerra, né di esaltare la pace, bensì edulcorare il valore del singolo, del Milite Ignoto in cui ogni soldato, disperso o no, ogni italiano possa identificarsi e riconoscere il valore e l'onore del gesto, non dell'offesa, ma della forza che lo accompagnò sino alla fine. «Un tributo di venerazione al sacrificio compiuto in silenziosa obbedienza: questo è lo scopo ufficiale dell'iniziativa».
L'Italia si configura nella sua impostazione monarchica. Nel rito – secondo Labita – si compie «l'esaltazione di quella passiva abitudine alla disciplina che è la virtù per eccellenza del suddito» e si mettano in luce «le due caratteristiche essenziali, e volute, del nuovo simbolo: la rappresentazione dell'eroismo anonimo del combattente e la comunanza cameratesca della tragedia della guerra».
L'aria è densa di sacralità:
«A Roma le regine si inchineranno sulla tomba dell'Ignoto, mentre il re sull'attenti, i principi la mano alla visiera del cappello, gli rendono onore. I ruoli paiono invertiti: l'umile fante contadino è assurto nell'omaggio che riceve, alle altezze sovrane.»

La coreografia del tributo, della memoria commossa, si svolge secondo uno schema cadenzato e misurato, in cui persino il silenzio della celebrazione, dell'unione e del raccoglimento, deve svolgere una funzione ben precisa; il feretro dell'Ignoto deve dominare la scena, riempirla della sua pregnanza simbolica, con la sua presenza fisica che è, in primo luogo, caricata di un altissimo valore ideale e spirituale; attorno a lui la cornice delle istituzioni deve stringersi in un caldo abbraccio, in una presenza inamovibile e, anch'essa, dominare la scena con il suo tributo, e la sua partecipazione:
«Davanti al feretro incede la banda dei Carabinieri, le rappresentanze delle armi, la banda della Marina; dietro avanza il nero gruppo delle dieci madri e delle dieci vedove di guerra. Seguiranno ministri, deputati, senatori, generali, rappresentanze della città decorate di medaglia d'oro, quelle delle armi a cavallo, gli ex combattenti, i reduci, i mutilati.»
Le istituzioni si stringono attorno all'Ignoto martire caduto per la patria affinché il suo sangue potesse alimentare la linfa della Nazione, attraverso la celebrazione istituzionalizzata del Milite, nella sacralità del momento. Le stesse istituzioni vengono purificate dal culto e dal mito della guerra; le campane di tutta Italia si uniscono al canto, rintoccano mentre le salve dei cannoni del Gianicolo accompagnano alcuni cruciali momenti del rito.

Una canzone popolare come “O Gorizia, tu sei maledetta”, j'accuse composta al fronte, dovrebbe far riflettere su questo clima, sul conflitto e sul ruolo delle istituzioni prima, durante e, nel caso dell'invenzione del Milite Ignoto, dopo la Grande Guerra. Ma ciò che traspare dalla messa in musica di un testo popolare, che conobbe una gran varietà di riadattamenti e di tributi, è il sentimento di avversione verso la guerra, non in chiave antipatriotica, bensì intesa come mero strumento di una classe di uomini incuranti delle sofferenze del popolo; contro le istituzioni si scaglia la rabbia di soldati che non sanno il perché della loro morte: “O vigliacchi che voi ve ne state/ con le mogli sui letti di lana/ schernitori di noi carne umana”. Il dolore di un popolo che non sente la guerra come culmine ideologico di una propria battaglia ma di un vago prestigio corroborato da mire espansionistiche, citando l'annosa questione dei limiti del territorio, massima espressione della percezione della guerra proiettata offensivamente oltre l'Italia: “Voi chiamate il campo d'onore/ questa terra di là dei confini”. Il grido di dolore richiama la memoria del conflitto e del sangue versato senza un perché che possa lenire la perdita di centinaia di migliaia, milioni, di vite umane. Dove si alza il canto la colpa ricade su chi volle la guerra, la condanna da parte degli anonimi soldati che persero la vita raggiunge la sua massima intensità: “quì si muore gridando assassini/ maledetti sarete un dì”.




Note e bibliografia:
-Tobia, Bruno; “L'altare della patria”, il Mulino (2011); cap. III “L'invenzione del Milite Ignoto”.
-Mantovani, Sandra (versione di); “O Gorizia, tu sei maledetta” https://www.youtube.com/watch?v=hWG0bhpgc0A

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