lunedì 21 luglio 2014

Transavanguardia. L’ansia comunicativa nell’opera di Enzo Cucchi.

di Mattia Sangiuliano


«Quello che voglio sapere è come la terra sia a filo con la superficie.»

Enzo Cucchi, artista marchigiano, è esponente della Transavanguardia teorizzata dal critico d'arte Achille Bonito Oliva nel 1979.
Cucchi, artista, uomo di cultura dalla poetica multiforme, all'inizio della sua carriera artistica poeta e scrittore, osservatore della natura, dello spazio, delle forme e, soprattutto, della storia; sin da ragazzo si interessa di quadri e di arte, si dedicherà così alla pratica del restauro, nel capoluogo marchigiano.
Originario di Morro d’Alba (1949), iscrittosi presso l'accademia di Belle Arti di Macerata, sarà un attivo frequentatore del circolo intellettuale maceratese raccoltosi attorno alla rivista Tau; predilige in questa prima fase della sua esperienza artistica la scrittura, in particolar modo il componimento poetico, ottenendo varie pubblicazioni sulla rivista. Sarà poi riconosciuto nel panorama internazionale come uno degli interpreti del movimento della Transavanguardia.

La produzione artistico-pittorica di Cucchi muove dal 1979 e si mantiene relativamente costante nel tempo, tra uso del carbone, penna a sfera e acquerello. A impieghi delle tecniche tradizionali si aggiunge la componente istintuale, mossa da quell’ansia di comunicazione che spinge l’autore nel suo gesto artistico quasi ad aggredire la tela, divenendo preda del furor artistico; si ritrovano così i segni delle bruciature sulle tele delle opere di Cucchi, e l'affacciarsi di elementi dell'arte concettuale in varie sfaccettature, della pratica del collage in primo luogo. Il rapporto che lega autore, materiale, ed esigenza comunicativa è quello sella spontaneità.

Dalla osservazione attenta dell’opera traspare, il sentimento basilare, quasi feroce dell’uomo che plasma il materiale da lui scelto; l’urgenza di imprimere la sensazione sulla tela, sembra quasi scavalcare ogni sorta di progettazione, di sistematica e programmatica organizzazione del materiale e dell'intenzione. Urgenza comunicativa sembra così coincidere con l’impellenza di imprimere l’estro creativo, nel suo gesto comunicativo, sul supporto impiegato dall’artista. Non si percepisce tuttavia il moto di azioni casuali, bensì l'impressione di un movimento collaudato volto a erodere tutte le possibilità comunicative entro uno stesso ambito.

L'opera pittorica di Cucchi è narrativa, spesso seguita da descrizioni che accompagnano i singoli frammenti rappresentati dalle stesse opere, trasmettendo immagini fantastiche in una continua commistione di ambiti e saperi, dalla storia alla mitologia passando per la filosofia. A ciò si aggiunge la vasta commistione di materiali, dal carboncino tradizionale, al legno, ferro con un chiaro intento di citazione delle tradizioni primordiali.

La narrazione sembra quasi svincolata da un racconto omogeneo. Ogni tela è una storia a sé, di difficile interpretazione, narrante un proprio racconto; il linguaggio criptico di Cucchi narra evocando delle immagini, intessendo una fitta rete di rimandi tra significato e significante, nel procedere di un'opera modellata sul gesto spontaneo di cui si riappropria l'artista:
“Raccontare è un gesto molto concreto che caratterizza un’opera manifestandosi in modo ben riconoscibile”.[1]

Spontaneità che non vuole significare anarchia, libertà incondizionata e imprescindibile in pieno contesto postmoderno; si lega a questo concetto, a questa cifra stilistica dell’agire artistico, la ripetitività di certi moduli e, non certamente meno importanti, di certe tematiche. La pulsione comunicativa non cancella quelli che sono gli elementi portanti del suo modellare artisticamente la materia, imprimendovi la propria impronta.
“Quando ti si accende il cuore e comincia a pompare con forza, per prima cosa lo devi disciplinare; ci vuole un metodo per regolarlo, per domarlo: il talento spinge troppo, è come un animale, devi sapere allora tenere le briglie per armonizzare il tutto, altrimenti, quando il segno si abbassa, rischi di scivolare nella decorazione”.[2]

Una certa crudezza attraversa la poetica di Enzo Cucchi; la guerra, il conflitto, sono le tematiche fondamentali che traspaiono dalla sua opera pittorica; ricca di rappresentazioni di teschi, concorre a rafforzare la netta separazione tra bene e male, in un conflitto continuo e perenne.

«L'arte, in ogni caso, non si applica alle persone, ma è importante per il mondo»

Enzo Cucchi; Paesaggio Barbaro.jpg
“La Transavanguardia sono Sandro Chia, Enzo Cucchi, Nicola De Maria, Mimmo Paladino, Francesco Clemente. A tenere insieme le loro ricerche ci sono alcuni principi: recupero della pittura, idea di contaminazione, riassemblaggio e riciclaggio, attenzione ai codici e i simboli delle tradizioni popolari, amore per il colore, ricerca del lato sensibile dell’arte.”[3]

Negli artisti degli anni '70 “la concentrazione diventa deconcentrazione, bisogno di catastrofe, rottura del bisogno sociale. L'esperienza artistica è un'esperienza laicamente necessaria che ribadisce l'ineliminabilità della rottura, l'insanabilità di ogni conflitto e di ogni conciliazione con le cose.”[4]
Unità ed equilibrio sono due aspetti utopici che l'arte cerca di rappresentare quasi trasversalmente nella loro impossibilità di raggiungimento. Difatti, per le caratteristiche tipiche di uno stesso artista, esiste una forte sperimentazione in primo luogo personale che va a toccare una gran quantità di corde e di espressioni.
La frammentarietà del panorama dell'epoca, in termini artistici, viene a configurarsi come rappresentazione di quella stessa catastrofe che spezza, annichilendolo, il “principio dell'omologazione linguistica”. Il nomadismo su cui giocano gli artisti degli anni '70 ricrea lo spostamento che coinvolge il muoversi da un'opera all'altra. Su tutto il moto viene spinto dal fluire della soggettività individuale dell'artista che con il gesto, elemento fondamentale del linguaggio, ripristina il contatto con un “sé” prima sacrificato, spersonalizzato: omologato; viene posta in rilievo persino la tanto deprecata intimità. Senza escludere totalmente i valori e l'esperienza dell'arte concettuale.
Nel panorama della Transavanguardia si torna ad una rappresentazione per così dire “naturalistica” intesa nella sua metamorfosi fantastica o surreale, nutrita degli elementi topici propri dell'individualità dell'artista.
Come dice lo stesso Oliva:
“L'arte finalmente ritorna ai suo movimenti interni alle ragioni costitutive del suo operare, al suo luogo per eccellenza che è il labirinto, inteso come “lavoro dentro”, come escavo continuo dentro la sostanza della pittura.”[5]
La cifra stilistica di questi pittori li sospinge a rinnovare il legame e la lezione degli espressionisti del primo novecento. Le tendenze espressive dei primi anni '80 vengono subito definite neoespressioniste. L'Italia è così uno dei massimi centri di discussione e di propagazione di questa nuova esperienza artistica, di cui la Transavanguardia teorizzata da Achille Bonito Oliva ne è il frutto maturo.

Nella pittura contemporanea si torna ad una pittura legata a stilemi tradizionali, constatando il sostanziale fallimento dell'esperienza dell'arte concettuale; si tende a recuperare le forme, ed un'idea di opera d'arte, proprie della figurazione del XX secolo e contemporaneamente la ricerca di una nuova espressione, riscoprendo gli elementi tipici – nonché gli strumenti – della pittura e, soprattutto, della figurazione; proprio quest'ultima intesa come esigenza primaria di ristabilire un rapporto concreto con il gesto dell'artista.

La Transavanguardia si fonda sul concetto di nomadismo inteso come movimento avulso da ogni presupposto ideologico che vincola l'agire artistico del singolo. Transizione dall'esperienza dell'avanguardia. La pulsione dell'artista è l'elemento fondante del fare arte, un agire svincolato da ogni imperativo – anche morale – che non sia proprio dell'artista che si ritrova ad attingere a piene mani dal materiale di cui dispone.
Nel suo fondamento teorico la Transavanguardia si configura come nomadismo legato solo al valore dell'istantaneità del momento e dell'opera artistica; fa proprio il “movimento” in quanto tale e l'azione slegata da un principio di determinazione aprioristica che non viene però a configurarsi come rifiuto post-scientifico. L'opera tipica della Transavanguardia vuole chiudere il campo della rappresentazione rassicurando l'occhio che la osserva, a differenza dell'avanguardia storica sempre aperta che sembra incutere una certa inquietudine nell'osservatore.

“Movimento” è la cifra stilistica che caratterizza l'opera di Enzo Cucchi, quasi una sorta di “caduta rallentata” sfruttando – aggrappandosi a – tutti i materiali disponibili, in una continua commistione di voci e toni, atti a far precipitare l'osservatore nell'immagine, nella rappresentazione evocata dall'artista. Una caduta che prende forma dalla combustione del materiale che Cucchi incanala nell'opera da cui scaturisce, come un lampo, un abbaglio, “un'apparizione”, elemento altro dal quotidiano facendo leva in special modo su elementi mutuati da un universo talmente intimistico da sembrare favoloso, surreale, a tratti grottesco; irrompe una corruzione della materia, filiazione diretta – e al contempo radice – della creazione.
Tra vita e morte, questo l'indirizzo nella geografia intimistica e poetica dell'artista che costella le sue opera di numerosi teschi; a questa rappresentazione il senso dell'essere vivi proprio in quanto radicati profondamente nella presenza costante della morte, dello sfiorire; radice della vita è la morte stessa. L'arte rimane vitalità pura, rappresentazione, comunicazione e tramite, ponte gettato fra il mondo degli uomini e quello delle forze primordiali, di cui si rende impellente la rappresentazione; molto forte il legame tra Cucchi e un altro artista, e sciamano, come Joseph Beuys cui l'artista marchigiano deve molto, culmine del suo personale avvicinamento all'espressionismo di matrice tedesca.
Le rovine rappresentate da Cucchi sono il materiale su cui ergere – e da cui far ripartire – l'intenzione di ricostruire. L'arte necessita di una “preventiva catastrofe” che azzeri l'esistente riducendolo a repertorio di materiali da manipolare. “La materia non si crea e non si distrugge” e così “La potenza creativa non può inventare nulla dal nulla, ma può umanamente assemblare insieme elementi estranei tra loro”.


____
note e fonti:
[1]Giovannetti, Paolo; Il racconto, Carocci (2012);
[2]Artribune, QUI (19/07/2014);
[3]ibid.
[4]Transavanguardia / Achille Bonito Oliva; Firenze; Giunti, c2002 (Inserto redazionale di: Art e Dossier, n. 183);
[5]ibid.

-Tonti, Stefano (a cura di); Riflessi nell'arte, percorsi italiani tra arte pop, concettuale, transavanguardia e citazionismo; Edizioni Artemisia, 2004;
-Ginesi, Armando (a cura di); Pittori figurativi italiani della seconda metà del 20. secolo: Ancona, Mole Vanvitelliana, 16 luglio-02 ottobre 2005.

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