giovedì 31 luglio 2014

Primo Levi. Il lavoro del testimone, il valore della comunicazione.


di Mattia Sangiuliano

Primo Michele Levi nacque a Torino il 31 luglio del 1919. Si laureò nel 1944 in chimica, successivamente decise di militare attivamente sulle colline piemontesi imbracciando le armi contro l'occupazione nazifascista, come partigiano all'interno della formazione Giustizia e Libertà. Dopo qualche mese venne catturato e, a seguito dell'ammissione della sua origine ebraica, internato a Fòssoli e da qui espatriato, deportato verso Auschwitz. Con queste premesse si ha l'avvio del romanzo autobiografico intitolato Se questo è un uomo, ambientato all'interno del tristemente noto Lager presso l'omonima cittadina di Auschwitz, in Polonia.

Il lavoro è una tematica centrale all'interno del discorso di Primo Levi. Attraversa, assumendo varie sfumature, gran parte della sua produzione; torna in varie e multiformi sfaccettature nella quasi totalità delle sue opere investendo parimenti il ruolo, e il dovere comunicativo, del testimone sopravvissuto all'Olocausto.
Già dal primo romanzo, attraverso la testimonianza della vita nel campo di concentramento di Auschwitz-Monowitz vengono presentate le condizioni disumane in cui sono costretti i prigionieri, gli Häftlinge di varie nazionalità, ritenuti colpevoli e criminali, dunque condannati, dal sistema nazista; fra le colpe più gravi proprio quelle razziali, codificate dal regime nazista nelle Leggi di Norimberga. Dopo la spoliazione, l'umiliazione della nudità – come vermi pronti ad essere calpestati, è la similitudine leviana –, si subisce la privazione di ogni possibilità di un contatto concreto con il lavoro che, all'interno del Lager, rivestiva un ruolo di vitale importanza, rappresentando l'unica possibilità di sopravvivenza. Era l'attività che sanciva il discrimine fra la vita e la morte, nonché – in certi casi – la possibilità di ottenere una serie di vantaggi materiali.
Attraverso questa occupazione, cui tutti erano costretti, si manifesta la possibilità di degradare ulteriormente i prigionieri, seguendo i dettami del progetto nazionalsocialista:

“il disconoscimento, il vilipendio del valore morale del lavoro era ed è essenziale al mito fascista in tutte le sue forme. Sotto ogni militarismo, colonialismo, corporativismo sta la volontà precisa, da parte di una classe, di sfruttare il lavoro altrui, e ad un tempo di negargli ogni valore umano. Questa volontà appare già chiara nell’aspetto antioperaio che il fascismo italiano assume fin dai primi anni, e va affermandosi con sempre maggior precisione nella evoluzione del fascismo nella sua versione tedesca, fino alle massicce deportazioni in Germania di lavoratori provenienti da tutti i paesi occupati, ma trova il suo coronamento, ed insieme la sua riduzione all’assurdo, nell’universo concentrazionario.”[1]

L'umiliazione, l'assalto psicologico, la prostrazione stessa in cui versavano i prigionieri erano i fattori che riuscivano ad oliare la macchina del Lager, uniti alla costante minaccia dell'atrocità che si svolgeva sempre uguale, un giorno dopo l'altro, in una prigionia di cui era impossibile scorgere la fine, nello scenario desolante di una gerarchizzazione schiavistica di perpetua e funzionale sottomissione delle razze inferiori. L'unico modo per porvi rimedio, trovare una via di fuga, era la morte; ma prima di questa l'annullamento di ogni forma di resistenza: piegando e spezzando la volontà dei prigionieri che dovevano accettare la degradazione e la disumanizzazione. A questo prezzo si poteva sperare di sopravvivere più a lungo.
Le continue vessazioni delle SS, dei Kapos e dei vari “prominenti”, miravano a distruggere la capacità dei singoli di usare lo strumento della comunicazione; in un arcipelago di culture all'interno di una babele di lingue, l'obiettivo era quello di causare uno stato di afasia e attraverso questa distruggere la memoria di quanto avveniva all'interno dei campi di sterminio; distruggere fisicamente e nel profondo, estirpando i connotati umani degli Häftlinge, dei prigionieri. Così risuonavano le minacce degli aguzzini nazisti ricordate da Levi, riprendendo le parole di Simon Wiesenthal:

“In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l'abbiamo vinta noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scappasse, il mondo non gli crederà. […] E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi. La storia del Lager, saremo noi a dettarla.”[2]

Era necessaria la privazione, la spogliazione di ogni dignità intellettuale dello schiavo ebreo, zingaro, o più in generale non-ariano, all'interno del sistema concentrazionario che sarebbe dovuto diventare il prototipo di quel fantomatico “Ordine Nuovo” agognato dal Terzo Reich; “ordine” che, da alcune riflessioni di Levi, in merito alla cultura, contenute nel saggio I sommersi e i salvati viene a tingersi di una connotazione distopica di imbarbarimento delle vittime – non ariane – sino alla loro completa animalizzazione; non a caso l'autore ricorda Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, quasi domandandosi “che cosa significherebbe essere costretti a vivere in un mondo senza libri, e quale valore assumerebbe in esso la memoria dei libri”[3]; in questo “ordine”, in cui le razze ebraiche o zingare non erano previste – in quanto estirpate – le altre razze, di poco superiori, dovevano essere asservite all'utilizzo che i padroni ariani si arrogavano:

“ad esempio gli slavi in genere ed i russi in specie sarebbero state asservite e sottoposte ad un regime di degradazione biologica accuratamente studiato, onde trasformarne gli individui in buoni animali da fatica, analfabeti, privi di qualsiasi iniziativa, incapaci di ribellione e di critica.”[4]

Nel panorama di devastazione umana, di soppressione della libertà, la capacità e il coraggio di sottrarsi al meccanismo di annichilimento rappresentato dal Lager poteva essere quella stessa cultura, conditio sine qua non propria dell'essere umano, appiglio cui aggrapparsi per resistere ostinatamente alla degradazione:

“La cultura poteva dunque servire, anche se solo in qualche caso marginale, e per brevi periodi; poteva abbellire qualche ora, stabilire un legame fugace con un compagno, mantenere viva e sana la mente.”[5]

Ma, oltre a palliativo con cui indorare le gabbie della prigione, la cultura poteva essere un'arma a doppio taglio che agisce ai danni dell'intellettuale o del prigioniero colto, infatti “L'uomo semplice, abituato a non porsi domande, era al riparo dall'inutile tormento del chiedersi perché; inoltre, spesso possedeva un mestiere o una manualità che facilitavano il suo inserimento.”[6]

La penalizzazione degli intellettuali era funzionale al sistema che invece privilegiava i soggetti più prestanti, adatti a sopportare il carico dello sfruttamento cui i prigionieri erano sottoposti. La cultura infatti il più delle volte non garantiva i prigionieri, non li salvava dalle selezioni in cui “un'occhiata avrebbe deciso se avrei dovuto andare subito alla camera a gas, o se invece ero abbastanza forte per lavorare ancora.”[7] Solo in rari casi, quando dipendeva non dai Kapos bensì dai civili che possedevano i campi di concentramento “privati”, come quello di Monowitz, impiegare Häftlinge specializzati, difficilmente rimpiazzabili, in altre attività.

L'esame di chimica cui Levi fu sottoposto nel periodo invernale del '44-'45 gli consente un sensibile miglioramento della sua condizione di schiavo; in quanto prigioniero “privilegiato”, ha diritto a maggiore zuppa, “e ha diritto a camicia e mutande nuove e deve essere raso ogni mercoledì”[8], nonché la prospettiva di svernare in un ambiente riscaldato e confortevole mentre gli altri prigionieri, sterratori, erano costretti a trascorrere gran parte della giornata lavorando sotto la neve al ritmo di turni disumani e massacranti, con la scarsa razione alimentare e la concreta possibilità di non veder sorgere la primavera successiva. “Adesso basta, adesso è finito. È l'ultimo atto: l'inverno è incominciato, e con lui la nostra ultima battaglia”[9].
In questa condizione di privilegiato, all'interno di un laboratorio di chimica, nonostante ancora scansato dalla maggior parte dei civili che lavorano all'interno dello stabile, lontano dalla contingenza estrema del Lager, Levi matura l'idea di raccogliere i fatti della sua prigionia, di fissarli, affinché possano portare testimonianza degli abomini subiti da lui e dagli altri prigionieri; contro l'oblio propugnato dai gerarchi nazisti e dai Kapos del campo.

Il bisogno di comunicare e di capire, trarre dallo scambio comunicativo spiegazioni, poter comprendere la realtà che si ha di fronte, è una delle libertà insopprimibili dell'essere umano, pena la sua soppressione: “comprendi a tue spese che la comunicazione genera l'informazione, e che senza informazione non si vive.”[10]
La comunicazione è la funzione, il compito del sopravvissuto; testimoniare e vincere l'oblio, ciò che invece gli aguzzini nazisti avrebbero voluto infliggere ai loro prigionieri: non solo testimoni bensì portatori di memoria, ricordo vivente di ciò che è stato. Levi assolse a questo suo mestiere di testimone, accanto a quello di chimico, scrivendo e parlando, raccontando, incontrando, entrando nelle scuole, comunicando ciò che fu costretto a subire.
Levi insegna come la libertà di comunicare debba essere tutelata proprio oggi che, sovente, è un bene dato per scontato, affinché non si ripetano gli errori del passato:
“Come per la salute, solo chi la perde si accorge di quanto valga. Ma non se ne soffre solo a livello individuale: nei paesi e nelle epoche in cui la comunicazione è impedita, appassiscono presto tutte le altre libertà; muore per inedia la discussione, dilaga l'ignoranza delle opinioni altrui, trionfano le opinioni imposte.”[11]



Fonti:
-Primo Levi, in «Triangolo Rosso», Aned, novembre 1959 [1][4]
-Levi, Primo; “Se questo è un uomo”, Einaudi (1984) [8][9]
-Levi, Primo; “I sommersi e i salvati”, Einaudi (2006) [2][3][5][6][7][10][11]

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