domenica 13 luglio 2014

Il Negazionismo e la stella "uncinata" di Davide.

di Mattia Sangiuliano

«Siamo stati capaci, noi reduci, di comprendere e di far comprendere la nostra esperienza?»
-Primo Levi, I sommersi e i salvati.

Inizia un nuovo giorno e la cronaca estera si tinge di rosso sulla striscia di Gaza. Una nuova tornata di massacri – o dichiarati tali da fonti governative – nei territori medio-orientali a cui corrisponde una nuova e strisciante enfasi mediatica, sponda ai sanguinosi eventi che caratterizzano regioni periferiche – o ritenute tali – del globo; l'informazione fornisce un'eco edulcorante attorno a nuove carneficine giocando sull'apparente lontananza di contesti geopolitici che – adagiati su di una polveriera è dir poco – minacciano di detonare da un momento all'altro, danneggiando irreparabilmente uno squilibrio che rischia di ingoiare un'intera regione.

Ad ogni colpo di mortaio nei pressi di Gerusalemme, ad ogni siluro sparato da un drone nella striscia di Gaza, l'indignazione generale corre più veloce della notizia in sé, il “massacro” o – a volte – del presunto tale, la fa da padrone. Rimbalzano notizie ma ancor peggio pareri e opinioni di personaggi di spicco, eminenze politiche in testa, che non si esimono dal prendere una posizione. E l'opinione pubblica non è da meno.
Ad ogni colpo esploso, da una parte o dall'altra, ad ogni vittima mietuta, indiscriminatamente tra civili o soldati, la distanza da una possibile risoluzione del conflitto sembra allontanarsi sempre di più.
Se la risoluzione pacifica si allontana l'opinione resta, ed è spesso delle peggiori: si tinge di rancore e di un fazionismo arroccato sempre più su millantate posizioni ideologiche, quando non si sporca la bocca con dichiarazioni pacifiste, già patteggiando però con la parte “più pulita”. Volano parole e le opinioni sono sempre pronte, i social si intasano dello stesso sgomento mentre l'indignazione generale rigurgita parole sempre più lontane dal loro vero significato e dal loro contesto; merito di chi le ha introdotte con espedienti retorici ricucendole e rattoppandole di volta in volta, di contesto in contesto, così come si allontana il senso della storia, se non la Storia stessa, dall'esperire vivente svuotando di senso parole dette più o meno inconsciamente.
Tornano spettri e nomi, affibbiati come etichette, col favore della cronaca e della scarsa lungimiranza – o retrospezione – a minare e a rendere possibile un concreto giudizio critico, sull'attualità così come sulla storia. Il “massacro” diventa “genocidio”, quella che era “vittima” un “carnefice”, facendo chiudere la storia in un macabro cerchio, preciso e circolare, digeribile da tutti.

Nell'annoso conflitto arabo-istraeliano la posizione è netta: la sinistra è dalla parte palestinese, così era già dagli anni '80, più precisamente dal 06 giugno 1982, allo scattare dell'operazione “Pace in Galilea”: nome in codice dell'invasione a scopo preventivo del Libano, nel sud della regione, ad opera dell'esercito israeliano sotto il primo ministro Begin e il ministro della difesa Sharon, con l'intento di colpire il fulcro dell'OLP, l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, attiva in territorio libanese e mirante a non riconoscere il ruolo ma, soprattutto, la legittimazione dello Stato d'Israele, vedendo anzi, nella costituzione dello stato ebraico, la propaggine di interessi coloniali delle potenze occidentali, penetrate con Israele, in Medio oriente: un'area di vitale importanza strategica ed economica se si contestualizzano le vicende nello svilupparsi della divisione globale in blocchi contrapposti.

Proprio nella divisione in blocchi contrapposti, Israele viene a configurarsi come un importante alleato statunitense, opposto alla predilezione del blocco sovietico per l'alleanza con i paesi musulmani per il naturale combaciare di intenti in chiave anti-occidentale.

L'OLP viene così a configurarsi come un'organizzazione mirante alla liberazione “attiva” dei territori occupati dagli israeliani riconoscendo l'uso della “lotta armata” contro l'“imperialismo sionista”.
"Il testo della Carta Nazionale Palestinese, così come emendata nel 1968, contiene numerose clausole che richiamano l'esigenza della distruzione dello Stato d'Israele."[1]
L'OLP fu fondata il 2 giugno 1964. "Le sue Dichiarazioni di proclamazione dell'Organizzazione asserivano: "... il diritto del popolo arabo palestinese alla sua sacra patria della Palestina e l'affermazione dell'inevitabilità della battaglia per liberare le sue parti usurpate e la sua determinazione a generare la sua effettiva entità rivoluzionaria e a mobilitare le sue capacità e potenzialità oltre che le sue forze materiali, militari e spirituali". All'epoca Gaza e Cisgiordania non erano occupate da Israele, ma da Egitto e Giordania. Per parti usurpate, si intendeva lo Stato di Israele."[2]

Come altre aree del pianeta anche il Medio oriente è ben lontano dall'essere esente dall'influsso – tipicamente occidentale [nda] – del negazionismo di stampo olocaustico che qui però “ha goduto tuttavia di uno sviluppo autonomo, alimentando e accreditando essenzialmente la polemica antisionista”[3].
Il negazionismo arabo si sviluppa in varie fasi che prendono le mosse dall'anno della costituzione dello Stato d'Israele (1948), sino all'epoca recente, e trovano nella sconfitta araba del 1967, nella guerra dei Sei giorni, l'evento che ha contraddistinto il rafforzarsi e il radicalizzarsi del pensiero negazionista nell'ambito del conflitto arabo-israeliano, essenzialmente elaborato in chiave antiebraica; quello che sarà dunque il cavallo di molti politici e rappresentanti di varie fazioni arabe che fonderanno la loro protesta sull'intrusione del mondo occidentale in Medio oriente:
“A tutt'oggi, tuttavia, il riferimento alla dimensione coloniale e all'«egemonia imperialistica occidentale» rimane un elemento centrale nel discorso negazionista arabomusulmano. Le accuse rivolte contro la condotta delle potenze alleate durante la Seconda guerra mondiale, alle quali vengono imputati crimini pari o superiori a quelli commessi dai nazisti , si riannodano al forte risentimento nutrito nei confronti dei paesi occidentali. A questi, e alle loro politiche, è attribuita la responsabilità dei problemi nei quali si trovano i popoli arabi. Non di meno gli si imputa anche una deliberata sottovalutazione delle violenze subite dalle popolazioni così come un cinismo manipolatorio di cui la «leggenda dell'Olocausto» sarebbe parte fondamentale, per tacitare anticipatamente ogni legittima rivendicazione. […] L'insofferenza per il discorso occidentale sulla Shoah si trasforma in rivendicazione della propria sofferenza e in strumento di verbalizzazione della propria impotenza.”[4]
Su queste fondamenta si erge un impianto di pensiero che “anche nel mondo arabomusulmano, non nasce dall'ignoranza dei fatti. Si tratta piuttosto di una rilettura selettiva, fortemente ideologizzata della storia, soprattutto di quella derivante dalle fonti occidentali”[5].
Negli anni '80 prenderà poi avvio il processo di traduzione e diffusione nel mondo arabo di opere negazioniste di autori europei e americani, dando poi dimostrazione di aver assorbito una gran quantità dei discorsi e delle fondamentali tematiche negazioniste prodotte nell'Occidente:
“Le critiche si muovono su due binari paralleli: da un lato si imputa al movimento sionista la corresponsabilità nell'ideazione e nella promozione delle violenze naziste contro gli ebrei tedeschi ed europei; dall'altro si riafferma quello che è oramai divenuto una sorta di articolo di fede, ovvero che il numero delle vittime è stato di molto esagerato e che quanto meno una parte dei massacri e dei crimini tedeschi sono una deliberata invenzione, ad uso strettamente propagandistico”[6].

Nel procedere degli eventi prende forma un crescente riduttivismo generale che vede la storia come materiale manipolabile, serie scorporabile di eventi che possono essere offuscati, riassestati, cristallizzati per essere adattati ad un più agevole uso strumentale. Gli appiattimenti e le semplificazioni diventano manifeste nel linguaggio popolare di tutti i giorni, proprio da parte di un occidente che guarda il Medio oriente attraverso un cannocchiale rovesciato, per lo più schermato da una lente colorata, tinta da venature ideologiche. La storia, anche se semplificata, diventa ancora una volta strumento svuotato del suo significato. La storia perde la sua memoria.
La sproporzione del trattamento arbitrario divide la storia, ancora una volta, in vittime e carnefici, sommariamente classificati – o declassati – a buoni o cattivi.
La storia diviene strumento di giudizio di massa per interi popoli: “massacro” possibile ed eventuale diventa un fatto concreto, “massacro e “genocidio” diventano sinonimi e, per una macabra logica interna solo i “nazisti” compiono genocidi. Sono tutti nazisti, ecco il mantra di chi spiega la storia in un sistema matematico e circolare: se inizia con “genocidio” è più facile che finisca con “genocidio”. Tornano i “nazisti”, senza svastiche, ma con la stella di Davide sul braccio.
Si dimenticano le atrocità del passato e che le stesse atrocità naziste sono state scoperte molto dopo l'attuazione della “soluzione finale” e hanno impiegato ancora molti anni prima di divenire storia accettata da tutti; anche se il revisionismo negazionista asservito a logiche ideologiche sembra far supporre il contrario. Vengono alla mente le preoccupazioni dello stesso Primo Levi, tutt'altro che infondate, quando già in apertura de “I sommersi e i salvati”, quasi a voler parafrasare l'assunto nicciano del «è assolutamente impossibile vivere in generale senza oblio», non poteva non constatare quanto la memoria umana sia “strumento meraviglioso ma fallace”.

Dell'impegno di Levi come scrittore, giornalista, uomo di cultura nonché testimone ebraico e vittima del perverso meccanismo concentrazionario nazista, rimane la sua attività di uomo che mosse una lucida critica all'appiattimento della memoria storica che aveva per oggetto il periodo della seconda guerra mondiale, in fattispecie l'orrore nazista; in anni in cui l'oblio del ricordo e l'intensificarsi di frange negazioniste sembravano, già nel 1982, strisciare con più insistenza nella società civile di fronte all'inasprirsi del conflitto arabo-israeliano:
“non è raro, sia nella stampa generalista che in quella di sinistra, trovare quel parallelo, respinto da Levi stesso, tra Israele (oppure Begin, Sharon) e il nazismo, che era binomio non del tutto nuovo; per esempio su «Repubblica» Miriam Mafai scrive che l'esercito israeliano «deporta per destinazioni ignote»; similmente sull'«Unità» del 12 giugno 1982 un fondo del titolo Non è questa la via della pace si afferma: «Israele intende occupare stabilmente il Libano meridionale, “ripulito” dai palestinesi procedendo ad una guerra di polizia e di annientamento. E siccome si ammette che ciò si scontrerà con una guerra di difesa, si prevede che l'occupazione cesserà solo con la “soluzione finale” della scomparsa fisica del nemico»”[7].

Le parole che Levi lanciò il 24 giugno 1982, diciotto giorni dopo l'avvio dell'invasione del libano, constatando la sproporzione tra minaccia e risposta della legittima difesa, non possono che risuonare come un accorato appello, privo di ogni strumentale ideologizzazione; un appello alle generazioni di oggi che sembrano aver perso il senso della storia, e per coloro che potrebbero cambiarla irreparabilmente:
“Non ho vergogna ad ammettere la mia lacerazione: il mio legame con questo Paese sussiste, lo sento in certo modo come la mia seconda patria, lo vorrei diverso da tutti gli altri Paesi; ma proprio per questo provo angoscia e vergogna per questa sua impresa. Diffido del successo ottenuto con l'uso spregiudicato delle armi. Provo sdegno per chi frettolosamente assimila i generali israeliani ai generali nazisti, ed insieme devo ammettere che Begin questi giudizi se li sta tirando addosso. Vedo con sconforto rarefarsi la solidarietà dei Paesi europei. Temo che questa iniziativa, spaventosamente costosa in termini di sangue, infligga all'ebraismo una degradazione difficilmente guaribile e ne inquini l'immagine. Avverto in me, non senza sorpresa, un vincolo sentimentale profondo con Israele, ma non con questa Israele”[8].


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Fonti:
[3]Claudio Vercelli, Il negazionismo, Storia di una menzogna, Editori Laterza, 2013 (p.142)
[4]Ibid. (p.146)
[5]Ibid. (p.147)
[6]Ibid. (p.149)
[7]Andrea Rondini, Anche il cielo brucia, Primo Levi e il giornalismo, Quodlibet Studio, 2012 (p.93)
[8]Primo Levi, Chi ha coraggio a Gerusalemme?, «La Stampa» 24 giugno 1982 (Opere, II, p. 1171-1172)

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