martedì 1 aprile 2014

“Tutta nuda” poesia di Luciano Folgore

Quadro di Serge Marshennikov
analisi e commento di Mattia Sangiuliano
Te, nuda dinanzi la lampada rosa,
e gli avori, gli argenti, le madreperle,
pieni di riflessi
della tua carne dolcemente luminosa. 
Un brivido nello spogliatoio di seta,
un mormorio sulla finestra socchiusa,
un filo d'odore, venuto
dalla notte delle acacie aperte,
e una grande farfalla che ignora
che intorno a te
non si bruciano le ali,
ma l'anima.
(da Città veloce. 1919)

Continua il nostro viaggio nella poesia di Luciano Folgore proponendo un altro componimento tratto dalla raccolta “Città Veloce”.
In netto contrasto con lo spirito della scuola futurista, il Folgore di “Città Veloce”, continua una sperimentazione che trascende lo stesso Futurismo. Il 1919 è la data che segna questa conversione poetica e spirituale del poeta che, qualche anno prima, veniva presentato dall'”incendiario” Filippo Tommaso Marinetti come un grande interprete della poetica futurista.
Non più dunque la brama di voler “cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità”, seguendo quanto scritto nel Manifesto Futurista ma l'iniziazione ad una nuova poetica che vira dalla scuola del dinamismo di stampo marinettiano.

In Tutta nuda continua il desiderio di Folgore di voler tingere il mondo, ritraendolo nella sua veste impressionista, nella sua statica bellezza e nel piacere che ne deriva dall'osservazione. Non più l'azione, la “lotta”, la “bellezza della velocità”, come si legge nel manifesto Futurista del 1909, guidano il poeta; a dieci anni di distanza, si registra la ricerca di un Folgore autonomo, che si allontana dai dettami iconoclastici della sua scuola di appartenenza per abbracciare un mondo di colori, di sensazioni, di impressioni che il mondo stesso suscitata, portandolo ad una sorta di poetica fusione con il mondo della natura; non più esaltazione per il meccanico e il mito di una scoperta scientifica inarrestabile, ma amore una naturalità distesa e assorta, consonanza con il ripiegarsi verso una maggiore essenzialità.
Accanto alla tanto disprezzata “immobilità pensosa”, abiurata dai futuristi, torna la figura della donna, pura, nuda, cui il poeta si rivolge direttamente, in netto contrasto con “il disprezzo della donna” propugnato dallo stesso manifesto.
L'intimismo giovanile squarcia la scena; Folgore pone la donna al centro della tela, sul palco, descrivendone solo la purezza denudata, spogliata dal peso di ogni altro connotato, passa poi a descrivere la cornice in cui la figura femminile campeggia, ponendo attenzione ai piccoli particolari visivi e ai rimandi sensoriali che danno volume alla figura femminile, in luogo del loro essere divagazioni: i dettagli della scena danno spessore alla donna.
In questo la parola luce non viene nominata, ma viene tinta dagli oggetti che la richiamano, in una iridescenza propria degli oggetti che nella descrizione fanno da corredo alla donna nuda.
La prima stanza raccoglie sensazioni visive, introdotte dalla presenza della donna nuda di fronte alla “lampada rosa” e a tutti quegli oggetti “avori”, “argenti e “madreperle”che riflettono la “carne dolcemente luminosa” (v. 4) della donna; attuando uno slittamento tra l'oggetto che produce la luce, la luce stessa e ciò che viene illuminato, in un rimescolamento che vede la donna del componimento come fonte da cui la luce si irradia.
Nei primi quattro versi della seconda strofe si scende nel magma delle sensazioni fisiche raccolte dall'Io lirico e un richiamo continuo agli aspetti sensoriali che arricchiscono il quadro percettivo in una epifania di sensazioni. Tre versi iniziano allo stesso modo descrivendo tre sensazioni diverse, “un brivido”, “un mormorio”, “un filo d'odore”. Dove lo stesso odore delle “acacie aperte”, sbocciate, porta con se il richiamo alla purezza che quel fiore rappresenta.
L'elemento della natura fa la sua comparsa, ancora una volta, come nella poesia Mondo sotto lucernario verde, prima come introduzione ad elementi minerali e alla “carne” della prima strofe, poi nella seconda strofe come “acacie” e infine alla apparente irrazionalità della “farfalla”.
La farfalla, ignorando quanto sia di breve durata la sua vita nello scorrere del tempo, “ignora” che attorno a quella figura, da cui sembra svilupparsi quella luce, “non si bruciano le ali,/ ma l'anima”.

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