mercoledì 23 aprile 2014

“La guerra non era finita” di Francesco Trento

recensione di Mattia Sangiuliano

“La guerra non era finita” sottotitolato “i partigiani della Volante Rossa” (2014), è un libro di Francesco Trento, edito da Laterza per la collana i Robinson (p.200, 18€).


Una cinquantina di ragazzi nel dopoguerra si uniscono, aggregano le loro forze nell'intento di creare qualcosa di nuovo continuando l'esperienza della Resistenza. Sono giovani appena ventenni i ragazzi di cui Francesco Trento narra le gesta, in una Milano e in un'Italia teatro di un vero e proprio scontro armato, dopo la Liberazione, ma ancora lontana da una necessaria pacificazione. Trento non lascia campo a equivoci di fondo, il fascismo è ancora in agguato e compito dei giovani della Volante Rossa è quello di stanarlo e dargli battaglia.

Il libro segue la vicenda storica della volante milanese, capitolo per capitolo, senza dimenticare il contesto in cui i protagonisti si muovono, in un atlante storico in cui i nuovi partigiani prendono le mosse, tra legalità e illegalità, con incarichi ufficiali e una seconda faccia, che procede dando la caccia ai fascisti, graziati, là dove la giustizia della nuova Repubblicana non è riuscita ad arrivare, o dove ha finito col concorrere in una collusione di intenti, procedendo nell'incarcerazione di ex partigiani e nella liberazione di volontari fascisti, militanti nella Repubblica di Salò.

Il primo capitolo parla chiaro già dal titolo, quello in cui gli italiani si muovono è “Un dopoguerra armato”:
«Il 25 aprile del 1945, l'Italia è finalmente libera. Ma la guerra, per molti, non è ancora finita. Vendetta e giustizia sono divenuti sinonimi per un popolo che ha vissuto negli stenti e nel terrore, un popolo torturato e sfruttato che ora rinasce e odia, e crede sia giunto il momento di saldare i conti.»

“Non è ancora tempo di pace”, e la base è agitata, invoca il cambiamento dello stesso moto di liberazione: “trasformare l'insurrezione in atto rivoluzionario”, Togliatti ha il compito di mediare, smorzare i toni e le iniziative, avviare le forze verso la legalità in seno alle nuove istituzioni repubblicane, ma non è facile, e il compito risulta essere ben presto ingrato. L'Italia versa in una condizione disastrata, “la disoccupazione è a livelli di guardia, e arriverà a toccare addirittura il 40% delle forze lavorative”. I borsaneristi allungano le loro mani sui beni alimentari ancora disponibili e sui rifornimenti di generi di prima necessità, fra cui proprio le derrate alimentari, mentre l'abbondanza sulle vetrine dei negozi minaccia di far scoppiare una vera e propria rivolta.
Il conflitto sociale è un'altra dura realtà che si scontra con un'Italia finalmente libera dal regime, dalla guerra, ma stremata e dolorante, affamata di pane e di vendetta.

Incominciano a tornare gli italiani dai campi di concentramento, andando ad alimentare l'odio nei confronti del nazismo e del regime nazista nonché contro gli eccidi perpetrati nella tragica parentesi della Repubblica di Salò.
Il problema della legalità va a toccare in primo luogo proprio i militanti nelle formazioni partigiane che, con la liberazione, e l'ordine di riconsegnare le armi, si sentono vittime di una spoliazione del loro ruolo nel periodo del conflitto. Molti partigiani, non a caso, temono il ritorno del fascismo, per questo, trasgredendo all'ordine delle autorità, riconsegnano vecchi cimeli d'anteguerra, provvedendo invece a nascondere le armi più nuove e ancora funzionanti.

C'è chi rigettata l'ottica della “guerra civile” che molti storici assumono, è il caso di Nuto Revelli (scrittore, ufficiale e partigiano): per i resistenti, gli occupanti e i sostenitori repubblichini, altro non erano che stranieri invasori.
In questo contesto, per molti ragazzi, partigiani e figli di partigiani, o di semplici civili, vendicarsi “lavare nel sangue i torti subiti”, diviene l'unico scopo che li spinge a continuare la lotta.

Come questi ragazzi Giulio Paggio, nome di battaglia “tenente Alvaro”, appena diciottenne giura vendetta di fronte alla strage di piazzale Loreto del 10 agosto 1944, decisa dal capitano nazista Theodor Saevecke in seguito al bando emanato da Kesselring nel giugno dello stesso anno. La strage, fucilazione di quindici partigiani italiani, è il suggello della ferocia dell'occupazione nazifascista di cui lo stesso giovane partigiano Giulio è testimone, e che lo spingerà a cercare vendetta. Il “tenente Alvaro” si contraddistinguerà già nel 1944 in pericolose missioni contro gli occupanti, ne è un esempio l'assalto al commissariato di polizia di piazza Piola, o l'attacco al gruppo rionale fascista alla Casa del Fascio di via Conte Rosso.

Nel 1945 la crisi e il conflitto sociale erano alle stelle e sempre più stridenti, da più parti arriva la richiesta di mantenere una certa organizzazione in seno allo stesso Pci, organizzare insomma “organismi militari clandestini”, assicurarsi contro un fascismo sempre in agguato e l'eventualità di sostenere le masse dei lavoratori. A Milano – ex roccaforte bordighiana – molti gruppi operai e di ex partigiani rimangono in attesa. “Il più importante di questi gruppi è quello fondato da Giulio Paggio a Lambrate, che nell'estate del 1945 conta ormai quasi cinquanta iscritti.”

Il volto ufficiale della Volante è quello della celebrazione della Resistenza, ivi inclusa la commemorazione delle gesta partigiane e delle vittime del nazifascismo. La volante di Lambrate, con sede nella Casa del Popolo in via Conte Rosso, sarà organizzata su più livelli, rispondenti all'esigenza, in primo luogo di mantenere attiva la battaglia contro il fascismo e, in secondo luogo, di presentare la stessa Volante Rossa nella sua veste legalitaria, organizzando escursioni, gite, balli, presenziando a manifestazioni e in cortei con la totalità degli aderenti; questo è il terzo gruppo. Il secondo gruppo, intermedio, composto di una ventina di aderenti viene utilizzato nel corso di operazioni che richiedono meno segretezza come scontri in piazza, devastazioni di sedi fasciste e occupazioni.
Il nucleo ristretto, infine, è quello segreto, vi appartengono un pugno di fedelissimi agli ordini di Paggio, in questo gruppo vengono prese le decisioni e si organizza l'aspetto di illegalità della formazione, dai sequestri agli assassini di fascisti implicati nelle stragi condotte all'epoca del ventennio o ai danni di gerarchi repubblichini.

In un vero e proprio clima che precede lo stato d'animo della Guerra Fredda, in Italia si assiste ad uno stravolgimento delle parti in campo; per via dell'applicazione di leggi precedenti alla liberazione molti ex partigiani verranno arrestati mentre, invece, si vedranno graziati gli stessi gerarchi fascisti per mano dei quali un ingente numero di persone, tra civili o membri dei comitati di liberazione, perse la vita.
In un clima di continua sconfitta ed esclusione da una giustizia equa, la formazione di Lambrate riuscirà a farsi strada nel cuore di una Milano e di una Italia minacciata, nell'immediato dopoguerra dalla ricostituzione di piccoli partiti neofascisti, di una destra radicali (fra cui l'Uomo Qualunque) o monarchici anticomunisti, legati a un revanscismo mussoliniano, poi coagulatisi nel Msi.

Nel 1945, dopo i primi attentati di stampo neofascista, saranno i membri della Volante a imbracciare nuovamente le armi portando avanti una giustizia personale, di una vendetta partigiana, in risposta agli estremismi di un fascismo mai sopito; una vendetta che verrà anche strumentalizzata da alcune frange di partiti, fra cui proprio la Democrazia Cristiana, per escludere il Partito Comunista, addossandogli di voler perseguire una rivolta armata, in collegamento all'acuirsi dello spettro comunista in Europa.

In una lucida analisi storica, attingendo alla cronaca dell'epoca, alle testimonianze storiche, alle interviste, e agli stessi militanti, Trento si muove con maestria tra le 27 pagine di fonti storiche corredo dell'opera, ponendo non solo analisi ma anche dubbi e interrogativi che ancora oggi aleggiano attorno alla formazione milanese del “tenete Alvaro”, ponendo in primo piano, grazie ad una narrazione filmica e curata in ogni particolare, interrogandosi anche su un paradosso di fondo che ha attraversato la giustizia italiana nell'immediato dopoguerra.

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