giovedì 10 aprile 2014

"Donne appassionate" poesia di Cesare Pavese. Tra mare e sensualismo.

Analisi e commento di Mattia Sangiuliano
Paul Gauguin; donne tahitiane


Le ragazze al crepuscolo scendono in acqua,
quando il mare svanisce, disteso. Nel bosco
ogni foglia trasale, mentre emergono caute
sulla sabbia e si siedono a riva. La schiuma
fa i suoi giochi inquieti, lungo l'acqua remota.

Le ragazze han paura delle alghe sepolte
sotto le onde, che afferrano le gambe e le spalle:
quant'è nudo, del corpo. Rimontano rapide a riva
e si chiamano a nome, guardandosi intorno.
Anche le ombre sul fondo del mare, nel buio,
sono enormi e si vedono muovere incerte,
come attratte dai copi che passano. Il bosco
è un rifugio tranquillo, nel sole calante,
più che i greto, ma piace alle scure ragazze
star sedute all'aperto, nel lenzuolo raccolto.

Stanno tutte accosciate, serrando il lenzuolo
alle gambe, e contemplano il mare disteso
come un prato al crepuscolo. Oserebbe qualcuna
ora stendersi nuda in un prato? Dal mare
balzerebbero le alghe, che sfiorano i piedi,
a ghermire e ravvolgere il corpo tremante.
Cl son occhi nel mare, che traspaiono a volte.

Quell'ignota straniera, che nuotava di notte
sola e nuda, nel buio quando muta la luna,
è scomparsa una notte e non torna mai più.
Era grande e doveva esser bianca abbagliante
perché gli occhi, dal fondo del mare, giungessero a lei.
(da Lavorare stanca, 1936) 

L'ambientazione della poesia è quella di una spiaggia, il mare domina l'ambientazione ma, il luogo viene subito posto come subalterno all'azione, alla connotazione temporale e alle protagoniste della scena. “Le ragazze” sono l'elemento centrale in una coralità e compresenza di più persone, tutte di sesso femminile, intente a bagnarsi nell'acqua marina tra i cavalloni delle onde in piena estate, la poesia infatti porta la data del 15 agosto 1935.
Una piccola digressione a metà del verso 2 introduce la descrizione di un bosco, che verrà poi ripreso al verso 12 mentre, dopo essere emerse “caute”, come circospette, dalle acque, le ragazze si siedono sulla riva.
Le alghe mezzo sepolte dal moto ondoso possono avvolgersi alle gambe o alle spalle delle bagnanti, o a qualsiasi parte scoperta del loro corpo denudato. Ritornano velocemente a riva e si chiamano per nome “guardandosi intorno”. Le ombre a largo, enormi, sembrano muoversi incerte; incutono un certo timore nel loro allungarsi verso le bagnanti, il bosco potrebbe essere un rifugio ben più sicuro della spiaggia su cui si trovano nude. Alla ragazze abbronzate piace però star sedute all'aperto, non ripararsi nel bosco, con il loro lenzuolo raggomitolato. Sedute stringono il lenzuolo sulle loro gambe perdendosi nella contemplazione del mare che sembra come un prato al tramonto. Qualcuna di loro si azzarderebbe a sdraiarsi invece nuda su un prato, e non sulla riva del mare? Fantasticando il poeta immagina che le alghe possano allungarsi dal mare per ghermirle e avvolgere i loro corpi tremanti come le foglie del bosco (v.3), forse per il ribrezzo che causa loro proprio il contatto con le alghe. Il riverbero della luce morente sul muoversi delle onde a largo dà l'impressione di occhi tremolanti.
La poesia culmina con la comparsa di una figura femminile che domina la strofe conclusiva, una stanza ricca di elementi autobiografici in cui il riferimento al candore della bagnante, ora singola protagonista, potrebbe essere un riferimento a quella Bianca Garufi, amante di pavese e musa di alcuni di quei dialoghetti mitici con Leucò; oppure un richiamo alla balena bianca dell'americano Melville. L'ignota straniera che nuotava “sola e nuda” potrebbe essere la stessa luna che sorge e tramonta anch'essa dopo il crepuscolo che apre il componimento. Ancora, all'ultimo verso viene ripetuta la parola “occhi” rimandando alla scena conclusiva della strofe precedente, in un continuo rimando interno tra gli elementi della poesia.
La poesia è costruita su un caratteristico andamento prosastico del verso lungo in sintonia con l'intento narrativo di Pavese, cifra stilistica questa che caratterizza per intero la produzione poetica dello scrittore richiamando caratteristiche comuni a molti poeti americani, primo fra tutti Walt Whitman, cui Pavese si riallaccia apprezzandone e ammirandone l'opera.
Il verso lungo inoltre affonda la sua radice in un particolare uso degli schemi metrici più tradizionali, dall'alessandrino – verso composto da almeno due emisticchi, ciascuno con di sei sillabe – e serie di piedi anapestici.
L'immagine della nudità e del prato accostati assieme rimandano ad un'altra poesia di Pavese, anch'essa contenuta nella raccolta “Lavorare stanca”, intitolata Crepuscolo di sabbiatori. Anche qua la connotazione temporale è quella del tramonto; in un continuo alternarsi di immagini ai lavoratori che caricano barconi con la sabbia raccolta dal fondo del fiume, compaiono delle figure femminili, ricordo di un altro tempo, che giungevano a quei lidi non per il faticoso lavoro dei sabbiatori ma per altri motivi. “Tanti corpi di donna han varcato nel sole/ su quest'acqua. Son scese nell'acqua o saltate alla riva/ a dibattersi in coppia, qualcuna, sull'erba” ma “quelle donne non sono che un bianco ricordo”. Il colore bianco è un legame anch'esso con la nudità della poesia precedente, anche qua compaiono “Donne appassionate” rievocate dal ricordo, quando si “qualcuna scendeva/ seminuda e spariva” o ancora “l'ingiuria moriva/ sulla donna distesa come fosse già nuda”.

Il legame tra l'immagine del mare e un certo sensualismo che attraversa le sfaccettature dell'opera di Pavese sembra offrire certi spunti di riflessione proprio dalla poesia Donne appassionate. Il mare come elemento verso cui si protende un leggero fantasticare e una certa sensualità come legame tra il mondo dell'infanzia e quello della maturità.
Come dice in una nota del suo diario lo stesso Pavese “In città quando si sogna la campagna, in campagna quando si sogna la città. Dappertutto quando si sogna il mare”. Il mare coincide con l'altrove, etereo non-luogo, condensazione utopica verso cui si sporge l'animo del poeta, come sponda a quel “vuoto” del “salto”, luogo e snodo centrale dell'ambientazione del noto romanzo “La luna e i falò” posto tra la maturità e la giovinezza, eco di quei miti che alimentano la ricerca poetica ed esistenziale dello stesso Pavese, che vive attraverso i suoi personaggi in un continuo sovrapporsi di scrittura e vita; di arte e biografia. Su questa linea, come concorda Elio Gioanola nella sua introduzione alla raccolta di racconti Feria d'agosto «il mare custodisce le sue potenzialità immaginative a patto di darsi come assente»; il mare come immagine propria del vuoto, secondo una linea poetica già marcata anche e soprattutto sulla scorta dell'infinito leopardiano dove “s'annega il pensier mio:/ e il naufragar m'è dolce in questo mare». Il mare viene visto come un non-luogo, continuo vagheggiare giovanile e parte del mito.
La scena della poesia Donne appassionate è quella di un paesaggio marittimo concreto, sfondo materiale in cui la scena prende vita e si svolge; questo a differenza della sola allusione che caratterizza la sezione di Feria d'agosto intitolata, per l'appunto, “Il mare”. Nella poesia il mare, mantiene la sua valenza di luogo del desiderio in cui si manifesta la tensione del poeta, non dissimile da una sorta di sensualismo fisico e carnale che alimenta il riflesso di quella iniziazione che passa attraverso la contemplazione della nudità femminile in un rapporto continuo con l'altro sesso che attraversa gran parte dell'opera di Pavese, in filigrana al rapporto mitico che sottende il tema città-campagna in cui proprio la città, iniziazione maturità oltre l'adolescenza, è il luogo dove ha un grande peso l'esperienza carnale oltre il rapporto magico-sacrale che lo stesso veniva rivestendo nel mondo contadino della campagna delle langhe, come mistero sempre presente.
Il rapporto quasi morboso con la sfera sessuale e l'altro sesso in genere, la letteratura e la poesia, la tentazione del suicidio che già traspare senza troppe edulcorazioni già in molte pagine del suo diario personale, quel suo “Mestiere di vivere” pubblicato postumo, in cui vengono legate con un doppio filo la tematica amorosa e il suo stesso successo con quella vita sentimentale così tormentata del poeta-scrittore; un diario che è quasi la rappresentazione e il simbolo premeditato del gesto estremo che lo portò a conservare il manoscritto in una apposita cartellina verde poco prima del suicidio.
Il “sensualismo” della donna dunque, è ancora una rappresentazione costante eco anch'essa di una sorta di iniziazione al mondo; presente tra città e campagna, rivestita di un alone di mistero, di purezza infantile nel suo affacciarsi al mondo nel primo caso, pienezza di un rapporto maturo con il mondo e la vita nella seconda situazione.
Il valore dell'iniziazione a un mondo sensuale prende le mosse da quella stessa aria anti ermetica che caratterizza poesia di Pavese in controtendenza al ripiegarsi in una dimensione intimistica dell'io e in cui proprio il verso lungo e narrativo è il mezzo che possa chiarificare e trasmettere il messaggio e il contenuto della sua opera.
L'intera raccolta “Lavorare stanca” è caratterizzata da questa bisettrice che tende verso la comunicabilità, volta a superare l'incomunicabilità che fa sprofondare il poeta in una continua solitudine che traspare nella raccolta come continua incapacità di comunicare con l'altro; una comunicabilità che ha per oggetto il tema centrale dell'antitesi città-campagna e la riscoperta del mondo contadino, come insieme di valori, di miti, di ricordi, di esperienze riscoperte sotto una nuova luce e, soprattutto, luogo concreto, non un “altrove” ma uno spazio simbolico, originario e libero dalle costrizioni della civiltà. La sensualità di alcune Donne appassionate rubata dallo sguardo del poeta, porta su di se il sottile legame con quel fantasticare il mare dell'età giovanile, in un sottile legame infanzia-maturità, campagna-città permea le descrizioni poetiche evocate da Pavese.

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