lunedì 28 aprile 2014

Cura Di Bella e metodo Vannoni; il placebo dell'unzione mediatica.

di Mattia Sangiuliano

“Non ho appiccato io l'incendio al santuario di Asclepio a Kos. Ammetto però che l'avrei fatto volentieri, tanta è la ripugnanza che il mercimonio della salute genera in me. Ed è una vergogna che i gestori di queste fiere del miracolo sparse per tutta l'Ellade si facciano chiamare anche loro asclepiadi, quasiché fossero i veri eredi della sapienza di Asclepio. Volgari imbroglioni, usurpatori del nome!” [1]

Vannoni, come notò l'oncologo Umberto Veronesi, con la vicenda Stamina “ripercorre il canovaccio della cura Di Bella”.
Da stratega delle comunicazioni, laureato in scienze della comunicazione e docente, sino a imprenditore nel campo della farmacologia genetica; Vannoni passa dal sottoscala di una sua azienda di marketing in comunicazione, alla luce del sole, alla ribalta sotto i riflettori mediatici. Da un nome qualsiasi a padrone di cronache specialistiche e non. Come il caso Di Bella.
La differenza più grande si fa sentire sul campo specialistico, uno è un professore laureato in Scienze della Comunicazione dedito a questa sua professione, pubblicista di testi che hanno per oggetto lo studio della persuasione; l'altro, Di Bella, un fisiologo di Modena, protagonista, nel secolo scorso, di una delle più grandi e spettacolarizzate vicende di cronaca scientifica che hanno per oggetto il legame che intercorre tra politica e influenza mediatica, passando per una piazza rumoreggiante e poco informata, scagliata contro uno stato sordo e una medicina tradizionale – e tradizionalista.
Lo Stato, sin dall'emergere della vicenda, viene presentato dai media lontano dai cittadini – come del resto la stessa medicina – sordo al dolore della gente comune, persone che soffrono nel silenzio dell'anonimato. I media, nell'ottica della collettività si schierano dalla parte dei cittadini, dei deboli, della maggioranza che soffre, contro una minoranza che è lo stato, e i professori stessi. Nel caso Di Bella La cura per molti mali gravi, e sofferenti, è a portata di mano, un cocktail naturale da somministrare con la somastotina. Nella vicenda Vannoni un mix di cellule staminali mesenchimali.
L'ostacolo a tali elisir miracolanti è il muro dello Stato, di una opposizione istituzionale, e di una medicina collusa con le case farmaceutiche.
Dove la logica della costituzionalità di una equità di diritti incontra la richiesta delle cure compassionevoli da apportare ai malati travalica, per una sorta di politica delle sfere separate, la certificazione di un prodotto sconosciuto, che non ha bisogno di essere testato prima della sua diffusione. Qui entra in campo la speculazione mediatica slegata dalla stampa di settore. Dato che ormai la comunicazione delle ricerche travalica i risultati delle stesse, lo step-by-step viene messo da parte per il bisogno di risultati concreti sul campo; oltre le sperimentazioni bisogna accertare la cura, in una sospensione attorno alla speranza, mentre si alimenta il bisogno di veder realizzato il miracolo.

Una breve riflessione che ha trovato posto come chiusa nell'edizione italiana de “La fabbrica del consenso” di Noam Chomsky, Alberto Leiss e Letizia Paolozzi si interrogano, in linea con l'opera del linguista statunitense, a riguardo del legame che intercorre fra politica e comunicazione, ragion di Stato e propaganda, tra Governo e Media:
«All'inizio la politica latita. Irrigidita, non riesce a capire le ragioni di chi indirizza le sue speranze su una strada diversa da quella della medicina ufficiale. Mentre si cominciano a vedere i cortei con i cartelli, gli striscioni, mentre risuonano i primi slogan, sono i media, la televisione ad amplificare la protesta.»[2]
La medicina e la politica claudicano di fronte al caso che viene fatto conoscere al grande pubblico avido di risultati più che di risposte, sicuro di aver trovato la pietra filosofale per la cura di ogni male. Il caso scoppia con la propaganda mediatica che fa da cassa di risonanza alimentando e alimentandosi nel circolo vizioso e viziato della piazza politica.
Nel febbraio 1998 la commissione incontra il professore per organizzare il protocollo di sperimentazione.
Come per il caso Di Bella, anche nel “caso” Vannoni la politica stessa zoppica facendosi influenzare da una scarsa competenza nel campo scientifico, la colpa è della piazza, amplificata come in un caleidoscopio dalla pervasività mediatica che si dedica alla figura del singolo, nell'attesa del miracolo; “«Italia dei miracoli» è stata, in occasione dell'evento Di Bella, la definizione del Guardian”.
Un miracolo preso alla leggera poiché già da tempo si conosceva il metodo del fisiologo modenese originario di Catania, lontano dalla scienza ufficiale – quella difesa dallo stato – che proponeva un nuovo modello di approccio alla cura del paziente, investendo in primo luogo tempo e attenzioni al paziente stesso. Ancora il risalto mediatico di una raccolta di dati che portano al costruirsi di un'immagine che parla da sé, l'immagine di un perseguitato politico, che vede dalla parte degli aguzzini i difensori della medicina ortodossa e tradizionale, che è solita fare affari d'oro con le multinazionali del farmaco, in una continua spirale di interessi ai discapito proprio dei singoli individui.
Ancora una volta il danno del medium che piega e deforma la figura viziata di parzialità, inseguendo lo spettacolarismo delle vicende, in cui l'informazione si getta a capofitto nell'inseguire la sofferenza, il “miracolo” e il “miracolato”, ma prima ancora il morboso attaccarsi alla speranza.
La vicenda analoga è quella del Siero Bonifacio, un preparato distillato da un veterinario, tale Bonifacio, attorno agli anni 60, impiegando feci di capre macellate, nella distorta teoria che questi animali non si ammalassero di questa patologia. Ancora in questo caso le prove scientifiche vengono messe da parte, il risalto mediatico della vicenda raggiunge le stanze del potere amplificando al sua portata dirompente ed 'epocale'; allora è il Ministro della Sanità Camillo Ripamonti in prima persona che approva il progetto di sperimentazione. Un progetto ovviamente destinato al naufragio di un fallimento e un rapido ritrattamento.
Stesso destino di naufragio che, ad anni di distanza, colpisce il preparato Di Bella i cui test, voluti dalle stanze del potere in concomitanza con le manifestazione che infiammano le piazze, danno i primi risultati: negativi. E negativi saranno anche i successivi responsi. Il veicolo mediatico non cessa la sua corsa: riproporrà la stessa disperazione in altra chiave; cambiano protagonisti e luoghi, ma non le storie, solo il movente muta nelle vere e proprie propagande della disperazione. Se prima si additava il sistema ritenuto inefficiente ora è la stessa disperazione a traboccare dagli argini, dopo il crollo della speranza nel miracolo che non è avvenuto.

Analogamente anche il metodo Vannoni ripete gli stessi esiti e le stesse conclusioni, ma, per certi versi, con minore impatto sociale. I media però continuano a pervadere la vita di tutti i giorni, se non è più la stampa tradizionale, la TV di stato, o le trasmissioni di approfondimento, sono le reti del divertissement e le reti digitali che questa volta distorcono l'informazione e la realtà escludendo dalla loro prospettiva il parere scientifico. Sono il programma televisivo de “le Iene” allora a portare in scena il dibattito, sollevando la questione critica ai danni della medicina ufficiale, fomentando, ancora una volta “l'unzione mediatica”, giocando sull'audience della disperazione, contro una medicina ancora una volta dall'altra parte della barricata, mentre i malati sono lontani anni luce.
Il metodo Stamina propugnato da Vannoni inficia il campo della scienza ufficiale su più punti, travalicando il labile confine che separa questioni di etica dalla cura metodologica e clinica, in un parola: scientifica. Mancando prove, riscontri reali, dati oggettivi ed essendo lo stesso documento di deposito del brevetto – subito rifiutato dalle autorità competenti – frutto di superficialità e parzialità tutt'altro che scientifica.
Già dalla definizione tecnica il metodo risulta esageratamente efficace, ma a questa presunta e dichiarata efficacia mancano prove concrete e condotte nel rispetto delle metodologie richieste, facendo riferimento non a terzi bensì a rilevamenti della stessa fondazione creata da Vannoni.
Nonostante una torbida vicenda scientifica, la stessa rivista Nature criticherà il metodo Vannoni chiedendo persino al Governo italiano di non assecondarlo, questi avvierà un protocollo di sperimentazione.
Il metodo però non riscontra da subito una possibile applicazione, nonostante la delibera della Camera il 15 maggio 2013 per l'avvio della sperimentazione, è lo stesso Vannoni a procrastinare la presentazione del documento che avrebbe avuto per oggetto le linee guida del progetto di sperimentazione, per ben due volte. A seguito di un ulteriore terzo rinvio la sperimentazione non è stata avviata.
Mentre dati e controversie trapelano, e la vicenda fa pendere capi d'accusa sulla testa dell'imputato, facendo da contraltare alla penuria di riscontri positivi, fa eco la pochezza con cui organi di informazione trattano fonti e osservazioni scientifiche soggette alla faziosità degli organi non ufficiali.
In una situazione di mancanza di confini e regolo deontologiche da rispettare, in cui il dolore diventa merce di scambio su cui lucrare, anche l'informazione, gioca un ruolo tutt'altro che di secondo piano, in cui si alimenta la speranza di un miracolo, e la disperazione del fallimento, in una offesa a un pubblico di persone che ascoltano e si affidano a speculazioni, risvolti ed opinioni; figli di una pratica dell'informazione, come le varie scienze non ufficiali, lontane dal giudizio di valore che Ippocrate affidò al ruolo del medico nel suo omonimo giuramento.
“Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio; mi asterrò dal recar danno e offesa.”



[1] “Io, Ippocrate di kos”; Massimo Fioranelli e Pietro Zullino, Editori Laterza (2008), p.21;

[2] Il partito del “mago”” di Alberto Leiss e Letizia Paolozzi in “La Fabbrica del consenso. La politica e i mass media”; Noam Chomsky, Edward S. Hermann, il Saggiatore (2008), p.410.

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