lunedì 13 gennaio 2014

"Notturno teppista" di Dino Campana

parafrasi e commento di Mattia Sangiuliano

Firenze nel fondo era gorgo di luci di fremiti sordi:
Con ali di fuoco i lunghi rumori fuggenti
Del tram spaziavano: il fiume mostruoso
Torpido riluceva come un serpente a squame.
Su un circolo incerto le inquiete facce beffarde
Dei ladri, ed io tra i doppi lunghi cipressi uguali a fiaccole spente
Più aspro ai cipressi le siepi
Più aspro del fremer dei bussi,
Che dal mio cuore il mio amore,
Che dal mio cuore, l'amore un ruffiano che intonò e cantò:
Amo le vecchie troie
Gonfie lievitate di sperma
Che cadono come rospi a quattro zampe sovra la coltrice rossa
E aspettano e sbuffano ed ansimano
Flaccide come mantici

Tra espressionismo e schizofrenia, in bilico tra la costante ricerca di un porto sicuro e l'antitetico amore per la libertà; Dino Campana si muove, errabondo e girovago, tra la poesia del primo novecento per la sua allergia agli ismi poetici, alle scuole e alle linee dei movimenti dell'epoca che ha attraversato.
Nomade, dall'arte così personale, avanguardistica e, allo stesso tempo così vicina, per le tematiche toccate, agli esempi tardo ottocenteschi.

Nella poesia "Notturno teppista" Campana offre uno squarcio di una Firenze dei primi del '900, una città paragonabile ad una fucina, in attività, in movimento; ma un moto, questo descritto dal poeta, preda di un fremito visto da lontano. Firenze viene vista come nel fondo di un gorgo, un abisso di immoralità, di decadimento in cui è sprofondata, e il titolo stesso descrive i punto di vista di "teppista" che si aggira per il suo ventre, di notte, egli stesso un'ombra nella consunzione delle tenebre; la città era, come la descrive il poeta, mescolando sinesteticamente, per due volte, le percezioni sensoriali del primo verso grazie la frase "gorgo di luci di fremiti sordi", luogo di confusione, viva ma allo stesso tempo distante e ovattata.
Il poeta descrive, rappresentandole, una serie di immagini consecutive, dalla contestualizzazione spaziale della città ("Firenze") si passa a descrivere ciò che si trova al suo interno, caricandolo di forti tinte che hanno fatto valere a campana la dibattuta etichetta di espressionista.
In uno sferzante scatto di dinamismo dal sapore futurista il poeta evoca la figura del tram quasi riecheggiante il treno Carducciano dell'Inno a Satana che "con ali di fuoco" si muoveva per un grande spazio mentre "il fiume" della città, "mostruoso", "torpido" che riverbera la luce della città sovrastante la screziandola via del moto ondoso che ne increspa costantemente la superficie, tanto da sembrare un serpente sulle cui squame si riflette la luce. E la luce illumina i volti dei ladri disposti in circolo, segnando, con questi personaggio un ulteriore declino nell'immagine che il poeta fornisce di Firenze, immagine che, in una sorta di degrado crescente tocca il culmine con l'ultima immagine che viene presentata e della scena che ne sottende la comparsa.
Il tutto in un andamento che, puramente descrittivo, avulso da qualsiasi forma di narrazione o cronaca, calca la mano sulle tinte della città grazie alla ripetizione di un forte e marcato fonosimbolismo reso dalle numerose allitterazioni, dalla reiterazione dei medesimi suoni delle parole accostate di volta in volta per affinità semantica e somiglianza sonora, creando un ritmo interno che percorre tutto il componimento.
L'io lirico, il poeta, in un viale costeggiato da due lunghe file di cipressi simili a fiaccole spente, estinte, intona una sorta di canto, una canto di un ruffiano, e di un amore, sentimento questo che entra subito in contrasto con la scena che segue, più aspro dei cipressi spenti, delle siepi; riecheggia così una dissacrante e laida canzone, di un'amore che ha per oggetto prostitute anziane, lievitate letteralmente nell'atto di ricevere il seme dei loro clienti, in una puntuale quanto antiperbenistica e antiborghese descrizione, senza filtri; per quelle donne che dopo il rapporto cadono, come grassi e flaccidi rospi, sul selciato, ansimando e soffiando come dei mantici, stremate, ridotte a una cosa, reificate al pare del ventre di quella città che attira il poeta, ma che, allo stesso tempo è capace di respingerlo.

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