lunedì 27 gennaio 2014

Neve sulla memoria

di Mattia Sangiuliano

Oggi ha nevicato su Augsburg; poco dopo mezzanotte e per tutto il resto della notte una tormenta si è abbattuta sulla città che mi ospita.
Anticipando le prime luci dell'alba, come tutti i lunedì, ho potuto constatare che la città era avvolta da un leggero e candido manto bianco, niveo, uniforme sui tetti e sulle strade così come sui marciapiedi ancora desolati mentre, già sulle strade appena trafficate, nottetempo, erano già passati i mezzi adibiti allo sgombero della neve, ripulendole da quella neve così suggestiva ma allo stesso tempo così fastidiosa per molti lavoratori e pendolari.
Dai tetti delle case, da quella distesa di una moltitudine di bavaresi tetti a punta si alzano piccole e sottili volute di fumo verso un cielo ancora scuro, plumbeo, inghiottito nella tenebra della notte che permane come un assonnato spettro.
Il fumo si alza sottile, grigio, verso quell'oscurità che a breve verrà rischiarata. Ma per il momento il grigio che fuoriesce dai comignoli si perde nel nulla.

Oggi, 27 gennaio 2014, vengono in mente tutte le vecchie foto che furono scattate, in questo triste giorno di 69 anni fa, in quel 27 gennaio 1945. Si riosservano oggi quelle foto scattate oltre sessantanni fa quando il lager di Auschwitz apriva le sue porte al resto del mondo, spalancando la bocca dell'inferno che si celava al suo interno; quell'inferno di disumana malvagità reso ancor più drammatico e inspiegabile dalla macchinosa e scrupolosa distruzione che era stata ordita per assassinare una popolazione intera; una popolazione costituita da ebrei, ribelli, individui asociali o inservibili al miti della razza pura, omosessuali, dissidenti; una popolazione eterogenea ma "diversa" da un mitico ideale di presunta superiorità razziale.

Un folle idea di macchinazione omicida che, sintetizzata nel pensiero di Adolf Hitler, è stata in grado di coinvolgere un intero apparato in un genocidio indiscriminato, illudendosi di poter pulire il crimine nel sangue delle vittime, dove la macchinosità dichiarata, la cura della devastazione, dell'omicidio, non potevano che essere il fiore all'occhiello di un macabro obbligo morale:
Dobbiamo essere crudeli, dobbiamo esserlo con la coscienza pulita, dobbiamo distruggere in maniera tecnico-scientifica.
Wir müssen grausam sein, wir müssen es mit ruhigem Gewissen sein, wir müssen auf technische, wissenschaftliche Weise zerstören. (Adolf Hitler)
Il tutto quasi obliando che la distruzione altro non è che morte, arrivando a completare quella fantomatica venerazione della morte stessa, come passaggio inevitabile verso la purificazione della razza, della collettività resa pura dopo il folle sacrificio di milioni di capri espiatori. La follia della "pulizia" di una diversità pensata inferiore.

La follia di un ordigno impazzito, rigurgitante su se stesso violenza e rabbia.
Centinaia di corpi ammassati al freddo, al gelo, semi sotterrati sotto la neve. Si aprivano le porte, i cancelli di Auschwitz spalancati, i forni fumanti cenere e le camere venivano rivelate mostrando quello che era stata celato agli occhi del mondo, in quel ventre gravido di morte; uno spettacolo che gli alleati non si sarebbero mai immaginato di trovare oltre quei cancelli in quello che sarebbe stato ricordato, dal 17 gennaio 1945 in poi come campo di sterminio, la più grande e mostruosa macchina della morte che l'uomo sia mai stato in grado di concepire nel ventesimo secolo; nient'altro che follia, necrofilia resa possibile dal silenzio e dalla connivenza con un morbo.

Già mentre la neve si scioglie fuori dalla mia finestra, i camini e le canne fumarie della città continuano a sputare cavalloni di fumo verso un cielo sempre più bianco, gravido di altra neve che forse non scenderà questa notte, risparmiando la città.
Le ombre già si allungano ancora una volta su questo giorno che sta per concludersi e sulla memoria che questa data porta con sé; come con una scrollata di spalle capace di liberarsi da neve e pensieri, il giorno può finire.
Ma se la neve può sciogliersi  così facilmente al sole è un bene che altrettanto possa essere risparmiato alla memoria.

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