martedì 24 dicembre 2013

"Inno a Satana" di Giosué Carducci

parafrasi e commento di Mattia Sangiuliano

“A te”; già dall'avvio del componimento è chiaro l'intento oratorio che muove il poeta, il quale, in questo componimento, vuole innalzare un canto allo spirito della modernità. Questa intenzione è chiara già dalle prime righe con la contrapposizione tra ciò che è “spirito” e ciò che è “materia”, in favore di questa seconda componente.
Il poeta riesce ad innalzare un omaggio al nuovo, al rivoluzionario, che rappresenta la rottura con il precedente e vecchio modo di concepire l'esistenza. Con un gioco di figure retoriche e di tematiche estremamente erudite, che gli hanno fatto valere la nomea di antidemocratico, in questo componimento, il Carducci introduce il lettore in un mondo fatto di immagini e di miti anche esoterici, ripresi dalla tradizione cristiana, dal mondo pagano, dalla mitologia greca e dalla letteratura latina, fondendo insieme tutto lo scibile in una cadenzata e precisa versificazione.

Satana rappresenta la materialità, il piacere, il piacere concreto e terreno; tangibile. Viene così elogiato il vino (v6), accostabile all'ebbrezza, all'apollineo nietszcheano, che riflette il piacere, in modo uguale a come farebbe l'anima negli occhi di chi osserva.
Subito viene introdotto l'accostamento con l'immagine della locomotiva. Satana si “disfrena”, l'indomabile, non può essere arrestato. L'aspersorio è inutile contro il diavolo, non può essere esorcizzato.
Seguono una serie di immagini che, poste dopo l'impotenza della religione e dello spiritualismo in generale, contro la forza travolgente di satana, descrivono un ambiente di morte e raggrinzimento, pianeti spenti, avvizziti, e come l'arcangelo cade cadono tutti gli angeli.
La materia che fibrilla, che non ha bisogno di riposo ed è causa di ogni fenomeno sensibile, completa il disegno di quel materialismo condensantesi nei versi del poeta. È satana, riprendendo l'inizio del componimento. Lui tiene l'impero in un suo occhio, ripetizione della seconda immagine di inizio creando una sorta di ponte, contrapposto tra lo spirito che riluce in un occhio e la materialità di satana che stringe in un occhio tutto l'universo. Tanto l'impulso alla modernità pervade la società e si rivela essere il vento dell'innovazione che riempie ogni novità, nata dall'ingegno dell'uomo.
Riluce nel sangue, brilla, e la libertà non viene meno e la vita ne trova ristoro.
Tra i versi 61 e 62 Carducci, con un chiasmo, riesce ad intrecciare potere temporale dei re e spirituale della chiesa, spezzandoli entrambi sotto la potenza travolgente del dio della materia, sfidando Dio e scuotendo le menti come un un fulmine.
L'arte greca della natura fu impressa su carta e incisa su marmi. Per Satana si incendiarono le anime dei cori e dei riti, Satana viene idolatrato, coincide con la purezza precristiana. Arrivò dunque il cristianesimo che piagò l'arte pagana, col suo spiritualismo che non comprese la materialità e corporeità dell'arte greca.
E con la figura dell'alchimista e del mago viene introdotta la sopravvivenza del materialismo di satana che può continuare ad esistere grazie agli occhi di questi; ancora una volta il topos dello sguardo, degli occhi che vedono, e possono soppesare il frutto del materialismo, contro una fede spirituale e immateriale, mortificante la sfera sensoriale.
Riprendendo citazioni di figure classicheggianti, contrapposte al novello Cristianesimo, Carducci cita gli scrittori Maro e Flacco. Ma piene di una corporeità particolare sono le “turbe frementi” evocate da Livio nelle sua pagine.
Al verso 154 “tremano/mitre e corone”, ripetendo l'unione di religione e potere politico, innanzi al vento della modernità e della rappresentazione satanica di questo mito, l'incarnazione della vera democrazia, che osserva tutti in maniera uguale, senza distinzione tra gerarchie e posizioni; la vera “ribellione”, il vero sovvertimento. Non a caso viene citato Savonarola, colui che predicando un modello teocratico, nuovo, venne condannato al rogo.
Lutero stesso gettò la tonaca allontanandosi dai dogmi che lo avvinghiavano e così deve fare il pensiero degli uomini, circondato da fiamme. Che si innalzi la materia, contro lo spirito: “Satano ha vinto”.

I versi tra il 169 e il 200 risultano essere di una bellezza accattivante, di una precisione ritmica fondata sulla ripetizione martellante della vittoria di Satana; da “mostro” che si “sferra”, ora viene concretizzata tutta la tematica affrontata nel componimento, riprendendo lo sfrenarsi di inizio componimento; vengono messe da parte le immagini classicheggianti ed erudite prediligendo un'azione diretta, in cui la locomotiva, Satana a Caronte infernale, riesce a piegare la natura sotto di se, “sorvolando baratri”, tuffandosi in abissi, raggiungendo popoli distanti, coprendo distanze sterminate senza stancarsi; lo stesso Satana che siede su un carro infuocato. E Satana non è che la personificazione della ribellione (v.194), la forza che vince la ragione. Che allora vengono tributati e accesi incensi e indirizzati voti, a quel Satana che è riuscito a vincere lo spiritualismo, con la forza della materia.





A te, dell’essere
principio immenso,
materia e spirito,
ragione e senso;                   4
mentre ne’ calici
il vin scintilla
sì come l’anima
nella pupilla;                       8
mentre sorridono
la terra e ’l sole
e si ricambiano
d’amor parole,                    12
e corre un fremito
d’imene arcano
da’ monti e palpita
fecondo il piano;                 16
a te disfrenasi
il verso ardito,
te invoco, o Satana,
re del convito.                      20
Via l’aspersorio,
prete, e ’l tuo metro!
no, prete, Satana
non torna in dietro !            24
Vedi: la ruggine
l’ode a Michele
il brando mistico;
ed il fedele                           28
spennato arcangelo
cade nel vano.
Ghiacciato è il fulmine
a Geo va in mano.              32
Meteore pallide,
pianeti spenti,
piovono gli angeli
dai firmamenti.                   36
Nella materia
che mai non dorme,
re dei fenomeni,
e delle forme,                       40
sol vive Satana.
Ei tien l’impero
nel lampo tremulo
d’un occhio nero,                44
o ver che languido
sfugga e resista
od acre ed umido
provochi insista.                  48
Brilla de’ grappoli
nel lieto sangue,
per cui la libera
gioia non langue,                52
che la fuggevole
vita ristora,
che il dolor proroga,
che amor ne incora.            56
Tu spiri, o Satana ,
nel verso mio,
se dal sen rompemi
sfidando il dio                     60
de’ rei pontefici,
de’ re cruenti:
e come fulmine
scuoti le menti.                    64
A te, Agramainio,
Adone, Astarte,
e marmi vissero
e tele e carte,                        68
quando le ioniche
aure serene
beò la Venere
anadiomene.                       72
A te del Libano
frernean le piante,
dell’ alma Cipride
risorto amante:                    76
a te ferveano
le danze e i cori,
a te i virginei
candidi amori                      80
tra le odorifere
palme d’Idume,
dove biancheggiano
le ciprie spume.                   84
Che vai se barbaro
il nazareno
furor dell’agapi
dal rito osceno                     88
con sacra fiaccola
i templi t’arse
e i segni argolici
a terra sparse?                     92
Te accolse profugo
tra gli dei lari
la plebe memore
dei casolari.                         96
Quindi un femineo
sen’ palpitante
empiendo, fervido
nume ed amante,                100
la strega pallida
d’eterna cura
volgi a soccorrere
l’egra natura.                      104
Tu all’occhio immobile
dell’ alchimista,
tu dell’indocile
mago alla vista                    108
dischiudi i fulgidi
tempi novelli
del nero claiistro
oltre i cancelli.                     112
Alla Tebaide,
te nelle cose
fuggendo, il monaco
triste s’ascose.                      116
O dal tuo tramite
alma divisa,
benigno e Satana:
ceco Eloisa.                          120
In van ti maceri
nell’aspro sacco:
il verso ei mormora
di Maro e Flacco                 124
tra la davidica
nenia ed il pianto;
e, forme delfiche,
a te da canto,                       128
rosee nell’orrida
compagnia nera,
mena Licoride,
mena Glicera.                      132
Ma d’altre imagini
d’età più bella
tal or si popola
l’insonne cella.                     136
Ei, dalle pagine
di Livio, ardenti
tribuni, consoli,
turbe frementi                     140
sveglia; e fantastico
d’italo orgoglio
te spinge, o monaco,
su ’l Campidoglio.              144
E voi, che il rabido
rogo non strusse,
voci fatidiche,
Wiclef ed Husse,                 148
all’aura il vigile
grido mandate:
s’innova il secolo,
piena è l’ etate.                    152
E già già tremano
mitre e corone :
move dal claustro
la ribellione,                         156
e pugna e predica
sotto la stola
di fra’ Girolamo
Savonarola.                         160
Gittò la tonaca
Martin Lutero:
gitta i tuoi vincoli,
uman pensiero,                   164
e splendi e folgora
di fiamme cinto;
materia, inalzati:
Satana ha vinto.                  168
Un bello e orribile
mostro si sferra,
corre gli oceani,
corre la terra:                       172
corusco e fumido
come i vulcani,
i monti supera,
divora i piani,                      176
sorvola i baratri;
poi si nasconde
per antri incogniti
per vie profonde;                 180
ed esce; e indomito
di lido in lido
come di turbine
manda il suo grido,            184
come di turbine
l’alito spande:
ei passa, o popoli,
Satana il grande;                188
passa benefico
di loco in loco
su l’infrenabile
carro del foco.                     192
Salute, o Satana,
o ribellione,
o forza vindice
della ragione!                      196
Sacri a te salgano
gl’incensi e i voti!
Hai vinto il Geova
de’ sacerdoti.                       200


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