martedì 22 ottobre 2013

La dimensione dell'immaginazione

di Mattia Sangiuliano

Le Voyage dans la lune
La testa pesa, si muove seguendo i sobbalzi del treno che si disincaglia, lentamente, dalla stazione di Stuttgart. Le impalcature e le tettoie di questa maestosa stazione avvolgono i binari in un utero di ferro e cemento che esclude la vista del cielo e della città. Sono stato a Stoccarda per due cambi (andata e ritorno) ma non sono riuscito a vederla. Pazienza.
Dopo pochi istanti si incominciano a scorgere porzioni di cielo notturno, nero ma limpido; nessuna nuvola grava sulla città tedesca ora. Nessuna stella però è visibile in questo cielo; la zona che costeggia la ferrovia regala al viaggiatore una serie di edifici industriali e complessi di uffici che, verticalmente, vanno a grattare il ventre della notte, ma le loro luci (sobrie o colorate che siano, a seconda della pubblicità o dell'effetto che vogliono produrre) nascondono i bagliori stellari in quella che potrebbe essere, a ragion veduta, un'altra dimensione, lontana dalla nostra: inconcepibile nel suo silenzio visivo.
Una flebile luce fa capolino da questi alti palazzoni della capitale del Baden-Württemberg illuminando di lato, appena, le fiancate dei palazzi.
Una luna piena, un cerchio tracciato perfettamente con il più preciso dei compassi si erge, miracolata, su quella distesa di cemento e ferro.

La luna rapisce per la sua perfezione e per la funzione che assolve. La sua sfericità non viene neppure scalfita da quella superficie butterata da una quantità incredibile di crateri prodotti da meteoriti che l'hanno colpita miliardi di anni fa. Perfetta nella sua magica funzione ordinatrice, governando le maree della terra con la sua presenza accompagna la Terra nel suo vorticoso viaggio cosmico in un atto di perpetuo vassallaggio suggellato senza il bacio di rito.

Così irraggiungibile fa riemergere da ricordi nebulosi la pellicola muta, in bianco e nero, "Viaggio nella luna" di Georg Méliès (1902), titolo originale Le Voyage dans la lune: la trasposizione parodica, su pellicola, del capolavoro fantascientifico di Jules Verne Dalla terra alla luna.
La luna, così lontana e misteriosa, capace di suscitare la fantasia e l'immaginazione di uomini di scienza e di scrittori, viene dipinta con un volto umano, sofferente per aver ricevuto in un occhio quell'astronave a forma di proiettile e popolata da misteriosi indigeni lunari, i Seleniti.
Nell'immaginario collettivo è rimasta impressa la figurazione di quella luna antropomorfa irritata, in un gioco di proporzioni create per divertire il pubblico, con il chiaro intento comico del divertissement parodico. Una luna irraggiungibile, toccata dalla fantasia e dal desiderio artistico di rappresentarla in una forma archetipica ben configurata, non divinizzata dunque, come tipico dell'immaginario degli antichi, ma umana, sorella, toccata dal riso e dalla pietà di chi vorrebbe raggiungerla.

In epoca recente, da contraltare alla luna di Méliès ricreata in uno spazio cosmico aperto, viene alla mente la luna del celebre The Truman Show (1998), con Jim Carrey, in cui la luna è finzione nella finzione di un maestoso teatro di posa in cui si svolge l'intera vicenda del film. La luna che il giovane Truman guarda non è altro che un oggetto creato dall'uomo, un elemento scenografico che vuole ricreare il mondo e che per rendere il più reale possibile questa simil-reltà, ha bisogno di proiettarsi oltre le cose terrestri. La luna viene tirata giù dalle altezze stellari e inclusa in uno spazio chiuso da cui non si può sfuggire e in cui regna la finzione di un reality show che vuole ricreare un intero ecosistema in un ventre d'acciaio.
La finzione raggiunge un'ulteriore livello, l'oggetto del desiderio, della libertà, prima svincolato dal bisogno del possesso, viene ora intrappolato e nella farsa generale, diviene immagine di libertà in una gabbia dorata.

La luna è sinonimo di consolazione, proiezione e archetipo della libertà oltre il malessere del dover trascinare i piedi su una terra che ci imprigiona con la sua gravità di contingenze, imbrigliandoci e limitandoci in una serie di gesti che non sentiamo nostri. Allora come i primi uomini e, prima ancora, come le bestie selvagge che ululavano la loro libertà osannando la luna, l'uomo alza il capo e si crogiola nella fredda luce lunare trovando vigore e assaporando, sulla punta della lingua, il brivido gelido della libertà.
"Alla luna", poesia di Giacomo Leopardi, rappresenta la funzione a cui assolve la luna che pende sulla terra e che rischiara la "selva" su cui si trova lo stesso poeta sofferente: esorcizzare le paure, i timori e i dolori con la sua luce bianca, asciugando quello sguardo offuscato dal pianto rievocando alla memoria i dolori e il passato. E il ricordare la speranza della libera giovinezza aiuta a raccogliere le sfide del presente.

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