sabato 27 luglio 2013

La democrazia rallenta la crescita

di Mattia Sangiuliano

La democrazia rallenta la crescita, è la sintesi del pensiero napolitaneo. L'uomo che è stato rieletto al colle dai partiti, ben conscio che la convivenza in casa PD-PDL (più la coppia di fatto Monti-Casini), eco di una fallimentare "Casa Vianello Show" tutt'altro che idilliaca, continua a redarguire gli stessi.
Napolitano torna dunque a zittire i partiti e, tacciato di incostituzionalismo, non manca di rispondere a tono persino all'ex presidente Emerito della Camera dei Deputati Fausto Bertinotti con parole che, se dapprima rasentano la giustificazione, tentano il ridimensionamento delle critiche che poche voci politiche hanno avuto il coraggio di sollevare, mentre il popolo incomincia a dare segni di stanchezza e insofferenza. Napolitano però, senza dileguare i dissensi, contro criticando le parole di Bertinotti sgrida persino quella stampa e quelle personalità che si aggrappano a fatti più di cronaca che di sostanza politica, e sono responsabili di quella "polemica a effetto" che vorrebbe far congelare "un governo ancora fresco di nomina".

Napolitano in tutta la sua grinta zittisce (ma non soffoca) i dissapori, fa abbassare (ma non sopire) i toni, chiede... anzi: pretende tempo (senza offrire chiare soluzioni rimandando le elezioni anticipate) e vuole fiducia per un governo incompatibile con se stesso e con l'intero popolo degli elettori italiani. I partiti sono richiamati alla serietà in un governo e in un esecutivo che non è stato scelto dall'elettorato ma che, in una manovra di palazzo ha posto un compromesso chiamato Letta al governo; un uomo che può vantare un piccolo ritaglio di consensi, peraltro più estero che interno, più retorico che politico.
Il Napolitano dalla fulminea risposta sgrida i partiti che non approvano l'operato dell'esecutivo: i partiti (tutti) sono ridotti a sottoposti del lettiano e integerrimo impegno a sostenere l'Italia e la resurrezione economica.
Eccolo il nodo gordiano: l'economia. La crisi che non perdona, le fabbriche che chiudono e la crescita che sfuma nel malcontento generale e nei populismi facili.

Eppure il caso Shalabayeva ha scosso l'opinione pubblica, molto più dell'indecoroso caso Idem, che ha portato alle indiscutibili dimissioni della stessa. Alfano non dovrebbe dimettersi?
"Altolà" esclama il Napolitano di Crozza, quello tanto amato dal pubblico dei piddì radicalmente confusi. "Letta non si tocca" è la sentenza pronunciata. La sostanza è questa: possono cadere tutte le teste dell'esecutivo e del tavolo dei ministri, ma le teste di coloro che hanno un consistente peso politico non possono rotolare ai piedi della giustizia. Difatti coloro che, come Alfano, possono vantare un curriculum in attivo nei più svariati incarichi e un fondoschiena comodamente adagiato su più poltrone simultaneamente, ha un peso politico che trascende la sua carica di ministro e mina di portare ripercussioni alla stabilità del governo.
"Alfano non si tocca" per non toccare Letta. Sempre quello il punto della situazione: l'instabilità di una sede vacante, o peggio, pericolante. Le teste dei politici verrebbero raccolte e conficcate su picche acuminate come vendetta politica dalla parte avversa e, in questo caso, timore dei timori, i barbari, alla vista dei loro generali sottoposti a un indecoroso vilipendio potrebbero imbestialirsi e violentare il palazzo con manovre di secessionismo di stampo aventiniano.
Peccato che l'apologo di Menenio Agrippa non possa essere applicato a quelle membra imbarbarite di un partito con la testa altrove, concentrata sulle vicende tragicomico-giudiziarie dell'unico e più lettiano di tutti i leader.

La Costituzione tutela la libertà di espressione, di associazione e cementifica il diritto del singolo nella rappresentatività del Parlamento che non può venire esautorato nella sua essenziale attività di esercizio democratico. Il Presidente della Repubblica, che rappresenta l'unità nazionale e ha fatto del governissimo il suo stendardo crociato si sente in dovere di mettere da parte la volontà popolare a suo piacimento, zittendo l'azione del parlamento, dando la precedenza all'approvazione di provvedimenti che lui reputa adatti, attraverso improbabili e incostituzionali stratagemmi: dal caso F35 alla riforma costituzionale passando per il caso Shalabayeva che, da mozione di sfiducia al ministro Alfano si è trasformato in una dichiarazione di fiducia al governo Letta.

Napolitano fa l'occhiolino e ringrazia. I partiti però devono mettere da parte la loro dialettica: non è il momento adatto. È tempo di agire, l'esecutivo casa-Vianello è qui per questo: rendere i sogni realizzabili, come nelle peggiori pubblicità che incitano al gioco d'azzardo. Persino B. nella sua apologetica guerra dei 20 anni contro la magistratura e, per metonimia, contro il modello "rosso-comunismo", ha parlato di un'agognata riappacificazione: la beffa.

La crescita è il tema centrale: il santo Graal che tutti nominano ma che nessuno si impegna seriamente a cercare. Le proposte si schiantano contro le solide battaglie ideologiche di una destra sempre più a immagine e somiglianze di B. e contro una sinistra che ha assunto quella serie di punti programmatici da contrapporre alle fanta-teorie berlusconiane, senza però superare effettivamente il vuoto che questi avrebbe lasciato, una volta deposto.
Ma la crescita non arriva perché manca la volontà. "Non ci sono risorse" è la laconica scusa che viene ripetuta a tutti i livelli e in tutte le forze politiche. Le risorse però ci sono, basterebbe apportare l'unico criterio che la vera sinistra abbia mai sventolato e di cui può vantare la paternità (a livello almeno teorico): il progressismo.
Ma quando dalla teoria si passa ai fatti (o meglio: quando dalla teoria dietro la teoria si passa alla teoria che sottende i fatti) la faccenda si complica e rischia di scoppiare in mano a chi tenta di ristabilire un certo ordine pretendendo il confronto, facendosi coraggiosamente carico della patata bollente.

Il teatro dell'assurdo entra in scena con un parlamento di marionette che, seguendo il canovaccio delle solite reiterate interpretazioni, si bacchettano punzecchiandosi ripetendo le solite storie e le solite battute, goffamente e con lamentosi strepiti. Peccato che, proprio sul più bello, mentre sembra possa uscir fuori qualcosa di serio un Mangiafuoco, dallo scranno più alto, come un Deus ex machina che ha calcolato male i tempi, entra in scena quando la sua presenza non è richiesta e, tirando le fila riporta ordine sul piccolo palco parlamentare con la sua faccia cupa. «Shh! Non è tempo di parole».
Ai partiti non è concesso supporre il voto anticipato ("una delle più dannose patologie italiane") e, men che meno, nominare la possibile caduta di Alfano, se non per scongiurare il tragico quanto nefasto esito; la sintesi del modus operandi di Napolitano, riassumibile nel concetto: 'i pesci piccoli li potete sbranare, ma quelli grossi sono intoccabili'.
Tutelare l'esecutivo è l'unica preoccupazione di Napolitano che re-investito di tutti i suoi autorevoli poteri presidenziali dimentica qualche punto della carta costituzionale della Repubblica Italiana,.

E allora è ancora una volta la democrazia a languire e a soffrire la sete di quel nettare che la alimenta: il confronto. Ancora una volta è proprio la base del centro sinistra a illudersi, quella base che non si è organizzata nel movimento OCCUPY PD e che, guardandosi alle spalle lamenta quelle carenze attuali che invece erano l'elemento base della vera sinistra: il connubio di un partito politico che è anche partito di lotta.
Oggi il dibattito è quello delle alte sfere che si contendono poltrone e linee politiche quando invece l'unica linea da seguire era stata fatta firmare a milioni di italiani con il patto "Italia bene comune" ed è stata formalmente stracciata con larghe intese che rafforzano solo un centro destra che ingloba un centro sinistra allo sbando.
La democrazia langue ed è il padre-padrone: Re Giorgio (come lo chiama "Il Fatto"), a decretare la morte cerebrale della democrazia e della vita istituzionale del parlamento che rappresenta gli italiani. Perso per perso il colpo di grazia lo sferra l'autorità più alta dello stato repubblicano sintetizzando che la Res Publica (la cosa di tutti) è solo cosa (e causa) sua. Guai a metterci bocca. Il confronto danneggia l'esecutivo e la larga (strana) maggioranza di governo che non può permettersi di vacillare: perderebbe credibilità.

La morte cerebrale della democrazia è stata dichiarata, l'evanescente crescita viene allontanata preferendo palliativi e salassi forzosi. Il testamento biologico che potrebbe indicare la via e la strada da seguire, la nostra Costituzione, sta per essere dilaniata nel silenzio di una torrida estate.
Ma shh, non lo dite a nessuno: in tempi di crisi la democrazia rallenta la crescita.
Perché, come dice Napolitano:  "di azzardi la democrazia italiana ne ha vissuti già troppi".


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