giovedì 27 giugno 2013

Ruolo di un tutore

di Mattia Sangiuliano

Il professore si alza dalla sua scrivania dopo aver riposto la penna rossa in un elegante astuccio di pelle che contrasta con la plastica opaca della bic; si lascia alle spalle la sua poltrona imbottita, in velluto rosso, con le cuciture dorate a vista lungo tutto il bordo della suppellettile, a contatto con il legno antico, marrone vivo e ben lucidato dei braccioli, del bordo superiore sopra la testiera e delle zampe intagliate, segno inconfondibile di elevato prestigio e di dignità intellettuale del sacro magistero accademico che il professore svolge.
Proprio il senso di questo suo ruolo è il tema centrale delle riflessioni che si rincorrono nella sua mente mentre, con un'ammaliante movenza, attraversa la stanza spostandosi presso la parete alla destra della scrivania da dove può sbirciare la strada, attraverso il vetro della finestra.
Le ombre si sono allungate nella via antistante la sua casa, ancora umida per il temporale che aveva percosso la città per tutta la notte e la mattina di quello stesso giorno. Il cielo, però, sino a poco prima terso viene attraversato da pesanti nubi che a tratti occultano il sole che sta per tramontare e che illumina di sbieco le persone che, attraversando le vie, si stringono addosso i pesanti cappotti invernali, per ripararsi da quel penetrante gelo che il professore può solo intuire attraverso i gesti dei passanti, riparato com'è nel suo studio riscaldato.
Sovrappensiero, mentre il suo sguardo segue lo zigzagare delle persone, allunga una mano e appoggia i polpastrelli della mano sinistra su quel sottile vetro della portafinestra affacciata su uno spoglio balconcino che lo separa dal mondo esterno e da cui è solito osservare il tram tram del quartiere. Il contatto con quella superficie fredda gli fa attraversare il braccio da una scarica gelida che lo fa rabbrividire scuotendolo da quel suo torpore di inerzia che spesso lo coglie dopo aver adempiuto a un dovere accademico di correzione che, per l'appunto, è una di quelle mansioni che rispecchiano il suo ruolo.
“Il mio ruolo di tutore” pensa il professore staccandosi dalla finestra, senza far più caso alle nuvole minacciose che lambiscono la città, alla gente che vaga presa dalle proprie preoccupazioni così distanti da lui, dimentico dello stesso brivido che ha provato qualche istante prima.
Staccandosi dalla finestra con un piccolo senso di soddisfazione si dirige verso la parete dirimpetto alla sua scrivania, totalmente occupata da una libreria ingombra di eleganti tomi, anch'essa tirata a lucido dalle servizievoli mani della donna di servizio che ha lavorato durante la mattinata nel suo studio mentre il professore, a scuola, osservava con molta attenzione, e con poca fiducia, gli alunni della sua scolaresca che stavano svolgendo il compito di latino assegnatogli.
Con il passo ovattato dal morbido tappeto intessuto a mano, recuperato da qualche vecchia villa poderile dell'entroterra, aggira le due modeste poltrone di velluto marroncino poste di fronte al basso tavolino di legno scuro, imparentato con la scrivania, su cui attende una scacchiera. Rapito dai propri pensieri, senza nemmeno osservare i pesanti tomi della libreria, estrae meccanicamente dal ripiano all'altezza del suo petto un volume scuro dotato di una grande e vistosa copertina rigida che viene delicatamente appoggiato sul tavolino accanto alla scacchiera artigianale, davanti a un oblungo vasetto riempito a metà d'acqua, da cui sporgono tre crisantemi dorati.
Dopo aver preso posto sulla poltrona poco discosta dal tavolino, per godere della scarsa luce che ora filtra dalla finestra, riprende in mano il libro e se lo adagia con delicatezza sui pantaloni. Con infinita cura apre la prima pagina del volume, la prima di copertina, con uno scricchiolio della rilegatura. Il professore si concede un istante per respirare quel profumo di carta usata, di libro rimasto a lungo schiacciato in mezzo ad altri tomi, un odore di biblioteca così distante dalla recente carta stampata in massa che quasi gli fa tremare il cuore in quello che potrebbe essere il barlume di una lontana nostalgia. Ma dopo qualche istante, oramai sopito quel lieve senso di apprezzamento, appena voltata la seconda pagina, il professore prende a sfogliare distrattamente le prime pagine di quella che si rivela essere una raccolta di bozzetti artistici, una sorta di bella copia di raccolta di varie opere d'arte ricopiate da vari artisti che nei loro viaggi di formazione hanno attraversato il Mediterraneo diretti nelle più svariate città d'Europa.
Dopo qualche altra pagina il professore giunge alla sezione interessata: «Roma» sussurra dopo essersi inumidito le labbra con la lingua. Sistemandosi meglio sulla poltrona che non manca così di cigolare sotto il peso del professore, sfoglia un'altra pagina. Ecco l'argomento che stava cercando: la Cappella Sistina.
Sfogliando rapidamente altre due pagine concernenti dettagli relativi al Giudizio Universale giunge, finalmente alla Creazione di Adamo.
“La creazione è la formazione di un ordine. All'ordine è affidato il compito di tendere verso la perfezione” pensa il professore osservando la sospensione che avvolge la mano di Adamo e quella di Dio, in quell'anelito che trascende il tempo e lo spazio, sfiorando lo spasimo.
“L'ordine è un meccanismo perfettamente calibrato che vuole orientare la formazione della società. Compito di un tutore è quello di mantenere l'ordine dunque quella perfetta architettura che lo sottende”.
Voltando un'altra pagina può ammirare un perfetto schizzo del particolare delle due mani, quella di Dio e quella di Adamo, che stanno per sfiorarsi. Il rimbrotto improvviso di un tuono molto vicino alla sua casa fa tremare i vetri dell'abitazione ma il professore non se ne cura preso com'è dai suoi pensieri.
“La cultura squarcia le tenebre dell'ignoranza” sentenzia mentalmente il professore indugiando su ogni piccolo tratto d'ombra che rende perfetto il bozzetto, “la parola e le regole che sostengono i sistemi di una lingua sono l'esatto equivalente della legge che sorregge l'universo. Preservare l'ordine con la legge è il senso ultimo della giustizia. Così come il giardino dell'Eden è frutto dell'amore di Dio e dell'intransigenza, così le tavole che Dio consegnò a Mosè sono il frutto del suo amore fattosi parola scritta, legge. Abramo non rifiutò di seguire il volere di Dio e avrebbe sacrificato suo figlio Isacco se l'angelo non lo avesse fermato. Proprio nelle poche e scarne parole di questo passo dell'Antico Testamento ci figuriamo il traviamento di Abramo, senza bisogno di leggerlo esplicitamente, noi lo vediamo rappresentato. Come nota il filologo Auerbach, in poche parole si può vedere come i personaggi della Bibbia siano sotto la mano di Dio: creati ed eletti e perpetuamente foggiati, piegati, plasmati senza però distruggerne l'essenza. La perfezione che presiede l'equilibrio: la condizione dell'uomo che ha il compito di preservare quella creazione santa, scritta, e al contempo il libero arbitrio donatogli da Dio, la facoltà di scegliere ma la capacità di tendere verso il meglio e di indicare la giusta via ad altri, operando in quelle istituzioni create dall'uomo proprio per questo scopo”.
Un lampo improvviso illumina la mano di Dio gettando una lunga ombra su quella di Adamo e su quella del professore che sta accarezzando la pagina. Il professore non può fare a meno di domandarsi se invece Dio non si stia semplicemente allontanando da Adamo, se invece di volerlo toccare volesse rifiutare alla sua creatura quel contatto paterno e vitale di cui l'altro ha bisogno; come se, prevedendo l'esito del libero arbitrio donato a suo figlio, volesse abbandonarlo al suo destino di oscura barbarie.
Il professore appoggia il voluminoso tomo accanto ai crisantemi dorati e, proprio mentre la pioggia torna ad abbattersi sul quartiere, pensa “Questo è il ruolo di un tutore: ricongiungere l'uomo alla legge”.

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