giovedì 13 giugno 2013

Essere nel giusto

di Mattia S.

Vittorio riaggancia la cornetta del telefono e torna in cucina. Una tenera luce entra nella sala da pranzo facendo brillare le posate argentate davanti al suo piatto e l'acqua nella brocca al centro del tavolo e nel suo bicchiere riempito a metà, posto a lato del suo piatto, sopra la tovaglia a scacchi ripiegata a metà sul tavolo.
L'orologio sopra il forno segna le 14:15. Mentalmente calcola che i suoi non arriveranno per pranzare verso le 14:30, come loro solito; lui deve incontrarsi con Andrea alle 15 in punto.
Vittorio infilza gli ultimi bucatini e spazzola il piccolo strato di unto di burro, lasciato dal suo condimento improvvisato e appoggia il piatto e le posate nel lavandino del piccolo cucinino.
Ora che è giorno quella luce lo attrae irresistibilmente all'esterno, verso il quartiere, verso il suo amico.
Attraversando il piccolo corridoio in penombra su cui si affacciano tutte le camere del piccolo appartamentino condominiale, abitato dalla sua famiglia, situato in Corso Carlo Alberto. Passando accanto alla stanza da letto dei suoi genitori non può che notare con la coda dell'occhio le piccole fenditure di luce che filtrano dalle tapparelle abbassate e percepire un acre sentore tipico di una stanza che è rimasta abbandonata a se stessa per qualche ora di troppo con le finestre chiuse. Passando oltre, superando il mobile su cui poggia il piccolo telefono grigio, sopra un centrino bianco candido fatto a mano da sua madre, non ricorda più quanto tempo fa. Supera la porta chiusa del bagno, davanti alla porta chiusa del piccolo e angusto studio di suo padre, convertito da una vecchia camera da letto, arriva davanti all'ingresso della sua camera da letto.
Entrando si sveste in fretta, gettando la maglia bianca semplice sul letto, rimanendo con la canottiera di cotone. Frugando nell'armadio aperto pesca una maglietta nera di cotone, a maniche lunghe, che indossa al volo. Il contatto con quell'indumento pulito e fresco lo ristora, ampliando il piacere di questa giornata effervescente, contro quel temporale notturno che aveva impietosamente soffiato via le ultime foglie del viale. La camicia di flanella non può mancare. E il giubbetto, ovviamente.
Si abbottona la camicia davanti allo specchio del corridoio, dando le spalle al telefono, quel telefono che aveva squillato pochi minuti prima, interrompendo il suo pranzo. Si allaccia la zip ed è pronto ad uscire. Scende in fretta le scale condominiali saltellando di scalino in scalino poggiando tutto il suo peso sull'avampiede, come fa un pugile esperto che padroneggia le tecniche del ring, facendo attenzione a non scivolare sul marmo inumidito dall'acqua che i condomini hanno trascinato dentro con i loro vestiti fradici.
Impaziente appoggia la mano sulla maniglia del pesante portone d'ingresso lasciando che il peso del suo braccio faccia scattare il meccanismo della maniglia. Tirando in dietro il portone che cigola sui cardini una luce fresca chiara, celestiale, entra nell'atrio del palazzo accompagnata da un gelo di metà novembre che accarezza la faccia con disinvolta potenza. Con un sorriso appena accennato ammira il bel sole, dopo quel temporale inaspettato e imprevisto che aveva sorpreso tutta la cittadina. Subito i rumori di quel mercoledì accompagnano la sua uscita di primo pomeriggio; poche volte era uscito così presto. In lontananza si sentono i furgoni degli ambulanti del mercato che stanno finendo di smontare.
“Oppure sono gli scopini...” pensa Vittorio incamminandosi con le mani nella tasche della giacca lasciando che la porta si richiuda alle sue spalle. Incomincia a camminare lasciando che i suoi capelli di media lunghezza che gli cingono la fronte scodinzolino a destra e a sinistra lasciando che quei ricci scuri scudiscino le tempie e i padiglioni delle orecchie.
Deve raggiungere via Macerata, dove è situata la casa di Andrea, con le sue piccole casette condominiali basse, lontane dal tram tram del piccolo cuore pulsante del quartiere del piano, pur essendone un piccola coronaria, poco più di un agglomerato di case semplici, come tante altre.
Vittorio attraversa la via centrale sotto casa sua, tenendosi però lontano dal viale alberato, oramai denudato, schivando le pozzanghere che odorano di terra bagnata, nonostante quell'altro acre sentore di mareggiata che, dal porto turistico giunge sino al dedalo dei vicoli del piccolo quartiere. È l'odore tipico delle località marittime, di quelle case a ridosso del mare. Un odore d'autunno marittimo, in quelle mezze stagioni lontane dal sole e dal gelo invernale.
Gli scopini del comune avevano scoperchiato le fogne per permettere all'acqua di fluire nello scolo fognario, probabilmente mentre stava svolgendo il compito di latino. L'odore di acqua stantia e marcia contrasta con l'odore di mareggiata proveniente dal porto turistico.
Vittorio cammina svelto su un tappeto quasi uniforme di foglie. Piccoli rami ingombrano la strada e dappertutto un tappeto quasi uniforme di foglie, oramai inumidite come una patina di carta pesta che avvolge il mattonato del marciapiede; Vittorio cammina svelto su questo tappeto di foglie gialle, marroncine, marrone scuro e certe foglie verdi che avevano resistito al volgere delle stagioni ma alla fine avevano dovuto soccombere alla violenza del temporale.
Vittorio cammina sul marciapiede, ora rasente il muro, per schivare una pozzanghera, ora sfiorando la fila di macchine per saltare agevolmente un rivolo d'acqua che scola da una grondaia.
Tornato da scuola si era separato da Andrea nella piazza centrale del quartiere, dove si trovava la fermata dell'autobus, quando ancora il cielo lanciava i suoi rimbrotti e una quantità spropositata di acqua. Vittorio aveva imboccato la via che porta al viale, Andrea aveva imboccato la strada opposta che conduce a casa sua, situata in via Macerata.
Vittorio è giunto alla fine del corso, la strada si interrompe intersecata dalla solitamente trafficata via della Ricostruzione, che collega il centro del quartiere al centro vero e proprio della città; la strada, dopo questa interruzione, cambia nome in via delle Grazie, la via che conduce all'omonimo quartiere.
Vittorio svolta l'angolo e procede per un breve tratto lungo via della Ricostruzione e, non appena il traffico lo permette attraversa la strada. A pochi metri da dove si trova una piccola via in salita, via Lauro Rossi conduce a via Macerata.
Fischiettando il ritornello di Sympathy fo the devil, passa oltre il piccolo vicolo che conduce alla traversa in cui abita il suo amico. Essendo in anticipo si concede di prendere la via successiva, via Fano, che poco più ampia della precedente conduce anch'essa alla casa di Andrea.
Superato il vicolo, a non più di un paio di passi della via che deve imboccare una improvvisa folata bionda quasi lo schiaffeggia in viso.
«Ciao Vittorio!»
«Ciao Margherita!» Saluta in risposta con un cenno del capo che fa trapelare la sua sorpresa.
«Visto che bel sole che è uscito?» domanda una Margherita tremendamente raggiante con i suoi occhi castani, illuminati dalla luce solare.
«Si» risponde Vittorio ricambiando il sorriso «non me lo aspettavo proprio»
«Mi ricorda Genova» spiega Margherita «anche li avevamo il mare a poche centinaia di metri da casa. Ormai è un anno che ci siamo trasferiti qua. Stai andando al parco?»
«Nono, devo andare a... salvare Andrea, diciamo così. È per via del compito di latino»
«Si, in effetti non è stato molto facile» conclude Margherita fissando gli occhi di Vittorio.
«Immagino» fa Vittorio di rimando per poi aggiungere con un sorriso smaliziatio: «avrai preso solo 10»
«Non penso proprio questa volta...»
«...come l'ultima volta» taglia corto Vittorio con un sorriso ma, sapendo che Margherita tende sempre a tenere i propri successi scolastici riservati per una sorta di corretta modestia, si affretta a giustificare: «Sei il genio della sintassi latina»
«Dopotutto anche tu non vai male in latino»
«si, certo: con la mia media appena sufficiente»
«È sempre sopra la media del resto della classe» gli fa notare Margherita.
Vittorio rimane interdetto, dopo questo nuovo dato; una sorta di complimento indiretto, velato da una critica appena accennata al resto della classe.
Mentre Margherita parla Vittorio la contempla, osservando come da quel suo piumino bianco immacolato spunti una collo chiaro, pallido come il suo viso su cui spiccano due labbra tumide e rosate, in mezzo a tutto quel candore. Persino la montatura dei suoi occhiali è bianca. Dietro quelle lenti spiccano due occhi di un marroncino tenue, che ricorda vagamente alcune delle foglie cadute nella notte. Sopra la nuca una fitta capigliatura di capelli biondi sciolti, dal sapore quasi nordico.
«Nomina numina» esclama quasi involontariamente Vittorio, accompagnando le due parole da un gesto della mano che disegna nell'aria davanti alla ragazza una sorta di cerchio, mimando con le dita una sorta di spirale che chiudendosi il cerchio mima la corolla di un fiore.
«Come scusa?»
«Scusa» premette Vittorio alzando le palme delle mani aperte, senza però perdere il suo sorriso «ma sembra tu ci abbia fatto apposta»
«A fare cosa»
«A vestirti da margherita»
«Hahaha, beh, in un certo senso si: mi piace il bianco. Un attimo ho pensato fossi sotto l'influsso del professore e del compito»
«Appunto» dice a denti stretti Vittorio con un accenno di sorriso ora reso contrito «a proposito di latino, devo andare a salvare Andrea»
«Sei il solito» dice inaspettatamente Margherita, con un tono di voce che Vittorio non sa interpretare.
«In che senso?» chiede sorpreso il ragazzo.
«Sei sempre in prima fila; sempre pronto ad aiutare gli altri» dice semplicemente Margherita alzando impercettibilmente le spalle.
«Non posso accettare l'indifferenza di chi sta sopra e fa finta che un problema non esista» sintetizza Vittorio, muovendo appena il capo.
«Infatti molti professori si sono arresi con i nostri compagni di classe che non riescono a raggiungere la sufficienza» controbatte Margherita all'angolo di via Fano, senza scomporsi.
«Aiutare gli altri, coloro che sono in difficoltà, dovrebbe essere il compito di chi sta in alto. Se a loro non interessa delle persone che arrancano non vuol dire che debbano essere indifferenti anche quelli che siedono nella polvere» ribatte Vittorio.
«Anche tu siedi nella polvere?»
«Ne più ne meno di tutti gli altri»
«Ma vai molto bene in quasi tutte le materie a scuola» fa notare Margherita «non sei un po sopra la media?»
«Assolutamente no. Non è un voto che fa la differenza. È la voglia di tirarsi su e aiutare gli altri ad alzarsi in piedi»
«Ma se tutti gli altri sono indifferenti, verso la propria condizione o quella altrui, in cosa sei diverso tu?»
Vittorio tace un attimo osservando la montatura bianca degli occhiali della sua compagna di classe. Ma la risposta la conosce già, deve solo scavare un attimo per trovare quella cosa che è sepolta dentro di lui: «È la volontà di essere nel giusto» conclude.
Margherita sorride, dimostrando di aver trovato convincente questa risposta che ha concluso uno dei loro soliti dibattiti filosofici. «Per questa volta te la cavi» dice socchiudendo le palpebre dietro le lenti, mentre Vittorio scopre gli incisivi e i canini in un largo sorriso «solo perché devo andare a prendere il filobus»
«Dove vai?» domanda Vittorio.
«Vado a ripassare Anassimandro in biblioteca» risponde lei.
«Allora buono studio!»
«Grazie!» risponde la ragazza «a te buona fortuna!»
Vittorio si limita ad alzare entrambe le mani mostrando le dita incrociate e allontanandosi saluta con la mano la sua compagna di classe.
«A domani Diche!» dice lei
«A domani Maggie» risponde Vittorio sorridendo.
Vittorio arriva davanti casa di Andrea in anticipo di dieci minuti. Qui, aspettando per non essere troppo invasivo, si mette a passeggiare davanti al portone toccando con il diede le pigne cadute o frantumando le foglie in terra, fradice di pioggia. Nel frattempo si accorge di non riuscire più a rievocare nella mente il ritmo delle canzone che stava fischiettano prima dell'incontro con Margherita. Dopo neppure due minuti di attesa si decide a suonare il citofono. Quasi istantaneamente il portone scatta, come se a casa di Andrea stessero aspettando solo lui. E infatti, salendo al secondo piano del condominio trova la testa di Andrea che sporge dalla porta di ingresso che, muovendo le labbra screpolate dal freddo dice “aiuto”.
Senza neppure salutare il suo amico si fa semplicemente da parte per farlo entrare nell'ingresso, dove avvicinandosi dopo aver chiuso la porta gli sussurra: «mi vogliono fare la festa»
«Tanto per cambiare»
«Non scherzare e salvami»
Una voce femminile dal salotto antistante interrompe le suppliche di Andrea «Andri chi è alla porta? È Vittorio Di Cherio?»
Vittorio si stupisce un po di essere chiamato per nome e cognome dalla madre di un ragazzo che conosce dalle elementari.
«Si Mà...»
«Avvisalo che sei in punizione preventiva, sino a quando non arrivano i risultati del compito; dopodiché sarai in punizione definitiva»
«Visto?!» si rivolge all'amico che agguantato per la manica del giubbetto viene trascinato nel salotto.
«Buonasera signora!» esclama Vittorio entrando nella stanza
«Ciao Vittorio» risponde la madre di Andrea appoggiando sul bracciolo della poltrona il libro che stava leggendo, uno di quei tomi di qualche decennio prima di quelli con la copertina nera rigida, su cui non vi è impresso neppure il titolo. «Spero che Andrea non ti abbia disturbato per venire sin qui nel vano tentativo di trovare una scusa per farlo uscire; visto che tu devi studiare, a differenza sua»
“incominciamo male” pensa Vittorio senza perdere il suo cordiale sorriso, maledicendosi per aver accettato una situazione così spinosa. «Dunque Andrea non può uscire?» chiede lasciando intendere un lieve dispiacere.
«Categoricamente no!» Pronuncia la madre di Andrea che nel frattempo ha ripreso in mano il libro che stava leggendo.
Alle spalle di Vittorio, addossato alla porta a vetri, il sospiro di Andrea ricorda ai presenti la sua presenza. La madre fa finta di niente e continua a scorrere le parole sulla pagina del libro.
Un'idea si insinua furtivamente nella mente di Vittorio che, senza pensarci troppo esclama: «Potrei farmi garante di Andrea!»
«In che senso?» domanda la madre di Andrea, alzando gli occhi sul giovane, improvvisamente incuriosita.
«Mi faccio garante dei voti di Andrea, diventandone una specie di precettore. Usciremo assieme e ci dedicheremo allo studio»
«Ma chi te lo fa fare?» domanda la signora, alzando gli occhi al cielo, senza però misconoscere la caparbietà del giovane.
La mia volontà” pensa il ragazzo che si limita a rispondere «È un mio amico».
«E come avresti intensione di procedere?» domanda la madre del suo amico.
«Già, come?» sottolinea Andrea appena preoccupato, che non si sarebbe mai prospettato un simile rivolgimento dei fatti.
«Per esempio» incomincia Vittorio «potremmo andare a studiare in biblioteca».

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