mercoledì 5 giugno 2013

Dubbio notturno

di Mattia S.

Il vento muove le fronde degli alberi del viale e fa tremare, con la sua pressione, le inferiate in ferro battuto del balconcino della camera da letto di Vittorio. Seguendo il tremore dei vetri, al di qua delle tapparelle abbassate, il ragazzo si rigira nel suo letto. Le gambe si muovono allontanando le lenzuola con piccoli scatti repentini che producono una serie di pieghe sul copriletto. Sbuffando Vittorio scansa le coperte con un brusco gesto del braccio per poi ritirarle con violenza sino al mento. Allo stesso modo si rigira irrequieto sul suo letto avvolgendosi completamente nelle lenzuola, facendo scricchiolare le doghe di legno e, completando la rotazione, ritrovandosi su un interminabile serie di pieghe e di grinze fastidiose, compie un ulteriore rotazione di trecentosessanta gradi in senso opposto, nel vano tentativo di stendere le pieghe del copriletto e di riposizionare in un dignitoso ordine le coperte aggrovigliate. Il tentativo risulta essere tanto infruttuoso da lasciare Vittorio sdraiato e deluso, a pancia in su, con la schiena appoggiata sulle fastidiose grinze che ha prodotto il suo nervosismo notturno.
Sconsolato Vittorio giace immoto, con i piedi oramai scoperti dal lembo del lenzuolo che ha tirato con troppa foga sino al mento. Gli occhi spalancati fissano l'oscurità che lo sovrasta.
«Non lo sopporto...» con un gesto di stizza scansa del tutto le lenzuola e l'imbottita; con uno scatto, ruotando su se stesso, riesce a mettersi seduto sulla sponda del letto, spostando definitivamente il copriletto e denudando il materasso.
Così seduto, con i gomiti appoggiati sulle ginocchia, appoggia la fronte sui palmi delle mani.
Un brontolio lontano, oltre la stazione, oltre il porto, annuncia un temporale. Proprio mentre il tuono muore riecheggiando nelle vie del quartiere le prime gocce iniziano a picchettare contro le persiane abbassate.
«Piove»
Tendendo la mano verso il comodino Vittorio accende la luce della lampada che accompagna le sue letture serali. La luce giallognola e flebile della lampadina a incandescenza lo acceca costringendolo a stringere gli occhi con forza.
Dopo qualche istante, non appena gli occhi si sono abituati alla luce dell'abat-jour può scorgere, sulla sveglia accanto al suo letto l'ora.
«Solo le 3:37...» mormora sconfortato. Tirando un profondo respiro che gli riempie i polmoni si alza di scatto e lascia andare l'aria non appena è in piedi, dritto, nel suo metro e settantacinque centimetri di altezza.
Inizia così a camminare avanti e in dietro nella sua stanza. Questa strana mancanza di sonno oramai lo lascia quasi indifferente, quello che gli dà pensiero sono le riflessioni che affollano la sua mente quando versa in questi stati di insonnia. Sono ormai diversi mesi che questi stati persistono. Hanno incominciato ad assillarlo dalla primavera scorsa e sono continuati per tutte le vacanze estive, nonostante un periodo di villeggiatura nell'entroterra, lontano dalla città e dal quartiere, a casa del suo nonno materno. Il medico di famiglia, suo zio paterno, che lo ha visitato a settembre l'ultima volta ha riconfermato la diagnosi dei mesi precedenti, ripetendo con la sua voce monotona la solita cantilena: “il cambio di stagione, la pubertà, lo stress dello studio”.
Proprio lo studio, però, è la cosa che maggiormente lo lascia indifferente, quasi come il cambio di stagione. La pubertà poi, la vede come una sorta di jolly, una carta magica che si passano specialisti e opinionisti, come una sorta di fatalità che tanto basta ad archiviare il caso con un sorriso tra le labbra e un accenno di assenso con il capo.
Vittorio continua a camminare, in punta di piedi, per non disturbare il silenzio che riempie l'appartamento; nonostante l'insistenza di quella pioggia novembrina che sta sferzando le case del quartiere ogni passo che fa produce un rumore ovattato che sembra far tremare le pareti.
I tuoni in lontananza lo cullano nelle sue riflessioni. Si ritrova persino ad apprezzare questa pioggia così inattesa che sembra venuta proprio per riempire la sua stanza.
Camminando lentamente si dirige verso la libreria. Preso dalle sue personali riflessioni incomincia ad accarezzare distrattamente il dorso rigido dei testi scolastici facendo indugiare il suo tocco sul volume di filosofia: “dov'è che siamo arrivati?” si domanda.
«Talete» sussurra con voce afona per quel suo sonno tormentato, ripensando alla lezione del giorno precedente. Camminando si sposta verso la piccola scrivania. Appoggiando la mano sul legno lucido si trattiene dal tamburellare sul legno come è solito fare nei momenti di indecisione. Sulla scrivania giacciono i libri e i quaderni su cui ha trascorso l'intero pomeriggio, il manuale di latino, le Georgiche di Virgilio e una gran quantità di carta bianca immacolata. Oramai abituatosi alla tenue luce della abat-jour si trattiene dall'accendere la semplice lampada da scrivania che lo ha assistito nello studio pomeridiano. Aggirando la scrivania indugia un istante davanti al basso mobile che ospita il suo giradischi. Si concede di dare un'occhiata al vinile che ha ascoltato tutto il pomeriggio mentre ripassava latino: Beggars Banquet dei Rolling Stones, contenente la canzone Sympathy for the Devil, incisa poco più di un decennio prima. Sotto gli Stones si scorge appena il vinile de King Crimson, riformatisi da qualche anno.
Vittorio si sposta davanti alla finestra. In lontananza il rombo del temporale. Stendendo il braccio appoggia i polpastrelli della mano destra sul vetro giusto in tempo per sentire la vibrazione prodotta dallo scoppio del tuono.
“Il temporale è un amico che riempie questo vuoto che ho nel petto”. Pensa Vittorio fissando le tapparelle scure al di là della finestra di legno dipinta di quel bianco che è lo stesso delle pareti e delle mensole che campeggiano sopra il mobile di legno dei vinili. “Eppure, pensandoci bene, se mi guardo indietro, il vuoto è sempre stato una condizione ineliminabile della mia precedente esistenza” un altro tuono fa vibrare gli infissi dell'intero appartamento. Imperturbabile Vittorio riprende a camminare per la stanza, tenendosi la nuca con le mani. La piccola sveglia segna le 3:38.
“È incominciato tutto la primavera scorsa, da allora è come se qualcosa si sia rotto... una sorta di equilibrio è andato in frantumi. Un tacito accordo è stato infranto. Che sia questo liceo?” Si domanda indugiando ancora lo sguardo sui testi scolastici disposti sulla sua libreria di legno scuro, di una tonalità e di un tipo di legno diverso da quello della scrivania così antica o del basso mobile adibito a porta vinili e giradischi, a sua volta di un legno ancora diverso, più recente e più chiaro.
“La scuola ha certamente una parte di merito” riflette. “È quello che rappresenta, con i suoi ritmi e con un suo programma totalizzante. Questa programmazione è il simbolo di quella mia esistenza passata, vuota, vissuta a metà, è l'eco di quel meccanismo in cui ero inserito senza rendermene conto. Vivevo senza pormi domande, assecondando i movimenti che mi venivano impressi; movimenti che non erano i miei... poi è successo qualcosa. La primavera scorsa ho incominciato a non dormire la notte, una miriade di pensieri mi affollavano la mente, cose da poco, facezie, piccoli ragionamenti. Non gli ho dato peso. Col passare del tempo le notti si sono trasformate in una lunga serie di ragionamenti capziosi, a volte slegati da ogni consecutio logica. Una depressione si era impadronita di me. Stavo tentando di soppiantare quel meccanismo che ero e quel meccanismo che era in me.”
“Eppure, nonostante abbia incominciato a interrogarmi per trovare una ragione che non fosse quella di un altro, una specie di vuoto interiore continuava a tormentarmi. Mi mancava qualcosa.”
Tornando presso il suo letto afferra un lembo del coprimaterasso e, tirandolo, ne distende le pieghe. La sola vista di quell'invitante materasso fa pesare tremendamente le palpebre sopra gli occhi di Vittorio. Guarda di sfuggita a sveglia. Sono le 4:24. Si siede sulla sponda del letto. Il contatto con quella fresca superficie gli fa attraversare la schiena da un brivido che come un colpo di frusta si insinua tra la spina dorsale e la canottiera che indossa. Prima di infilarsi sotto le coperte getta un occhiata al libro illuminato perpendicolarmente dalla sua abat-jour. L'opera di Bulgakov, nella sua rilegatura e nella sua versione italiana sembra invitarlo a prendere commiato da tutti quei pensieri e da quel mondo contorto e grottesco, un po' come il Maestro protagonista del racconto, dopo il suo incontro con il misterioso Woland.
Sdraiandosi a pancia in sotto sprofonda il volto nel cuscino. Una miriade di puntini luminosi gli accarezzano le pupille mentre con la mano afferra l'interruttore bianco della lampada. La luce si spegne. Vittorio se ne accerta girando appena il volto verso la spalla destra, verso il muro contro cui è appoggiato il suo letto. La notte lo avvolge di nuovo mentre fuori il temporale è divenuto un continuo e persistente scroscio di pioggia intervallato di tanto in tanto dal ruggito del tuono.
“Non è la scuola, non è il mondo a spaventarmi, o il sistema di quella mia predente vita vissuta a metà. Al di la di tutto il resto è certamente lei, la causa di questo vuoto che ho dentro” riflette Vittorio, rievocando il titolo del romanzo, prima di riuscire a concedersi un meritato riposo in vista della verifica che lo attende.

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