giovedì 27 giugno 2013

Che fine ha fatto la rivoluzione? Tra Brasile e Turchia, l'Italia galleggia

di Mattia Sangiuliano

La moneta viene lanciata, rotea in aria, riflettendo in mille lampi l'illuminazione dello stadio. Testa o croce non ha importanza nel caleidoscopio mulinante del caso. Ai tifosi delle due squadre da undici uomini cadauna che si affrontano per accedere alla finale della coppa, importa solo dell'azione e dello schema che li terrà inchiodati per 90 minuti (break, recupero e calci di rigore esclusi) alla diretta televisiva. Uomini che si riscaldano sotto gli occhi indemoniati di tifosi dalle facce colorate che inneggiano al capitano della propria squadra.


Dopo la sfilata con i bambini vestiti con i colori della nazionale che stringono la mano dei giocatori, delle star, che si appoggiano l'un l'altro, braccia sulle spalle del proprio vicino o passanti dietro i reni dei propri compagni, cingendosi la vita a vicenda, schierati.

Due squadre, 22 giocatori disposti in fila innanzi agli spalti recitano a gran voce l'inno nazionale scandendo le parole guardando chi gli spalti con i tifosi che rumoreggiano chi la panchina con il CT in prima linea, a bordo campo con i piedi su quell'area rettangolare tratteggiata, insormontabile dopo l'entrata in campo degli schieramenti, riservata agli uomini della panchina.

L'arbitro lancia la moneta e tutti attendono.

Il Brasile, la patria del calcio, di quelle partite di strada in mezzo alle baracche fatiscenti secondo l'imperativo del vero divertissement per cui il gioco è realmente un gioco, un divertimento e un intrattenimento costruttivo e di evasione da un mondo che non ti da garanzie e tu sei solo un ragazzo che vuole correre, come altri milioni di ragazzi.
Quello stesso Brasile che non subì passivamente la crisi del '29 promuovendo un processo di diversificazione produttiva sviluppando l'industria manifatturiera proprio nel periodo più buio della storia economica mondiale. Il Brasile che, stufo delle oligarchie politiche, dopo una rivolta popolare vide l'instaurazione del regime autoritario e populista di quel Getúlio Vargas che con il binomio fondamentale del nazionalismo, unito a un energico intervento statale a sostegno della produzione e, soprattutto, facendo della legislazione sociale dei lavoratori urbani (dimenticandosi del poverissimo proletariato rurale) gettò le basi di una nuova tipologia di accentramento del potere che, rasentando il fascismo, se ne discostò proprio per quella politica corporativistica, di blando autoritarismo, sostenuto dai lavoratori organizzati. Il getulismo, poi di ispirazione per le altre esperienze latinoamericane, sopravviverà allo stesso Vargas il quale, dopo un ventennio di vicende alterne che lo videro impossessarsi del potere per poi essere scacciato, nuovamente esautorato si suicidò lo stesso 1954. Invano i suoi successori tentarono di impossessarsi dell'eredità di Vargas con politiche di rilancio industriale analoghe a quelle degli anni '30 edulcorando le proprie politiche con gesti magniloquenti, come la nuova capitale a Brasilia (1960), lasciando a Rio de Janeiro il colossale stadio Maracanã.

Proprio attorno al maestoso stadio brasiliano si alza la voce del dissenso. La voce del popolo però viene soffocata dalle stesse grandi opere oggetto delle contestazioni. Opere che, di fatto, non fanno che creare un benessere solamente esteriore, effimero che deve solo rimuovere uno strato di vernice corrosa senza eliminare un problema strutturale.
Cosa chiedono i manifestanti in Brasile? Scuole. Politiche sociali ed economiche migliori, mentre la presidentessa brasiliana Dilma Rousseff risponde con un referendum. I manifestanti sono scettici riguardo alle dispendiose politiche dell'amministrazione in vista dei mondiali del 2014, il Brasile non ha bisogno di grandi resort, di grandi hotel o restauri architettonici dei maestosi e storici stadi che hanno ospitato quei campioni che hanno fatto tremare il cuore di generazioni di brasiliani che seguivano la radiocronaca nel loro quartiere imitando le azioni dei grandi campioni nel sudiciume delle strade.

In Turchia, come in Brasile, il popolo si è sollevato non accettando l'ingiustizia, reclamando di risparmiare un parco e 600 alberi contro un centro commerciale; una protesta ecologica che nascondeva il germe del bisogno di cambiare lo status quo di una finta democrazia che aveva esautorato la sovranità popolare per abbracciare la Shari'a, l'intransigenza della legge coranica, vanificando il progetto di Mustafà Kemal, insignito del soprannome di Atatürk, ossia «padre dei turchi», che dopo aver abolito il sultanato nel novembre del '22 e investito di poteri semidittatoriali, aveva incominciato una radicale opera di occidentalizzazione e di laicizzazione dello Stato, scontrandosi con il tradizionalismo.

Molti italiani hanno seguito con emozione e speranza le sorti e le battaglie di due nazioni così distanti eppure così vicine in un clima di incolmabile distanza da una classe politica che non comprende e non sa interpretare, Molti italiani hanno espresso il loro dissenso schierandosi contro l'acquisto dei caccia F35, a favore dell'acqua bene comune e per una politica sociale degna di questo nome. L'Italia aspetta una rivoluzione culturale cibandosi di una satira politica cui viene delegata l'illusione del cambiamento (Liberté, Egalité... "Balleré" - link) e che la fa stare a galla, soffocata dalle belle parole di un FARE che non arriva.

Centinaia di milioni di persone si assiepano a osservare la partita di calcio che si svolge in un'area lontana, quasi periferica de globo in cui nessuna delle due squadre gioca in casa. Milioni di italiani seguono morbosamente i gesti dai ristoranti, dai bar, dalle pizzerie o semplicemente dal salotto di casa, con le stesse espressioni concitate di chi, in prima fila, in curva o dagli spalti osserva la partita in diretta dallo stadio Maracanã , magari sventolando la bandiera della nazione ospitante, il Brasile, in segno di sportiva cordialità.
Fuori, in strada, al di là dei muri, delle balaustre e dei sostegni in cemento armato altre migliaia di persone protestano affinché il governo si occupi dei veri problemi, delle vere necessità del popolo che ha bisogno di un aiuto concreto per beni e servizi fondamentali.
Alla fine, allo stesso tifoso sfegatato, non importa neppure che l'Italia la vinca o meno la Confederations Cup, perché queste partite, in fondo, mica sono quelle dei mondiali di calcio.

La moneta gira, completa la sua rotazione e viene a cadere tra le mani del direttore di gara che, dopo averla appoggiata sul dorso della mano e osservata attentamente, comunica l'esito del lancio.


__note:
* I dati storici sono stati tratti da "Il mondo contemporaneo" di G. Sabbatucci e V. Vidotto (Laterza, 2012)

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