lunedì 6 maggio 2013

Disamina sul topos dell'osteria ne "il franco cacciatore" di Giorgio Caproni (parte 3 di 3)

(continua da 2 di 3)

di Mattia S.

La nottola è un animale notturno, una specie di pipistrello diffusa su tutta la penisola italiana, si ripresenta in apertura della sezione successiva: "PONTE NERO", dando il nome al primo componimento, quasi a voler gettare un collegamento fra le due sezioni della raccolta:
Ero solo. Andavo.
Seguivo una buia viottola.
Mi batteva il cuore. Ascoltavo
(non c'era altra voce) la nottola.
Ancora è la solitudine ad accompagnare l'io poetico, come nella poesia Escomio, e sempre un uccello, uno dei più comuni questa volta, si eleva a simbolo della vita: "Gli amici sono spariti/ tutti. Le piazze/ sono rimaste bianche./ [...] A ricordare la vita,/ un perduto piccione/ plumbeo".
Specularmente, se le vie cittadine, e un immaginario dedalo di vicoli, assurgono ad allegoria della solitudine, l'osteria viene ulteriormente confermata come quel porto sicuro in cui evitare la deriva o un possibile naufragio; emblematica la poesia dedicata a Luigi Volpicelli: Delizia (e saggezza) del bevitore:
    Bicchiere dopo bicchiere.
    D'un bel rosso.
                            Acceso.
     In fiamma con la trasparenza
dell'albero.
                  È solo
(è sera) al tavolo
d'uscio dell'osteria.
     Guarda la via andar via
verso il bosco e il buio.
     Sa l'ombra.
                   Ma è allegria.
     Carezza la bottiglia
con mano amorosa.
(Beve vino, o una rosa?)
 Il "bevitore" è solo e trascorre la serata "al tavolo/ d'uscio dell'osteria", assorto contempla la via che si inoltra nel bosco e nel buio. Nonostante l'ombra che pervade gli ambienti e la solitudine è in allegria (il "ma" avversativo sottolinea la gioa interiore, contrapposta all'oscurità). "Bicchiere dopo bicchiere" di vino "rosso [...] acceso", infuocato, accarezza "la bottiglia", presentata come l'amante del bevitore che, a suo modo, è allegro nonostante l'ombra; questa è la "Delizia (e saggezza) del bevitore".
Se è vero che "Le parole. Già./ Dissolvono l'oggetto" (Le parole), nella poesia intitolata All'osteria lo sguardo vuole annientare "l'oggetto", letteralmente "ridurlo in schegge", quel bicchiere, quasi volendo smentire l'assunto successivo che, retoricamente, domanda: "Sapeva che il bicchiere dura/ più di chi in mano lo regge?".

Tutti gli elementi citati sino ad ora si ripresentano, con violenza, in apertura alla sezione VIKTORIA nella poesia "La caccia", componimento caratterizzato da un serrato andamento ritmico, già sottolineato dalle allitterazioni del primo verso: "Tempestavano spari/ in tutta la foresta". Il poeta da una "finestra/ ghiacciata" spiava "le ombre che nella galaverna", un deposito di ghiaccio, "si scontravano". L'io è dunque all'interno di un'osteria che lo "stornava": "I fumi. Gli schianti delle risate/ delle donne./ I bicchieri/ mandati in frantumi", tutt'altro che riflessivo, il luogo della taverna, saturo, è divenuto insostenibile, così come il caos che, questa volta, frantuma letteralmente i bicchieri, in una baraonda "cieca". "Mi girava la testa", è il pensiero che sottolinea lo stordimento eppure, pochi versi sotto, nonostante il caos: "Ero isolato". Con il fucile in braccio cerca e tenta di discernere "fra le altre ombre" la sua, il non riuscire a distinguere, a vedere, interpretabile come difficoltà epistemologica e identitaria, dato che non riesce a distinguere la propria ombra. Un ostico tentativo di prendere la mira a causa di quel capogiro, ma:
     (La mira, ero io.
                            Il resto,
tutto una fantasia.)

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