lunedì 29 aprile 2013

Disamina sul topos dell'osteria ne "il franco cacciatore" di Giorgio Caproni (parte 2 di 3)

(continua da 1 di 3)

di Mattia S.

In quel viaggio che simboleggia la ricerca gnoseologica di Caproni, l'osteria diviene il luogo in cui cercare riposo e ristoro per "le ossa a pezzi", come dice nella poesia "L'ultimo borgo". Nello stesso componimento si può leggere la tematica della "frontiera" che, se in Antefatto veniva declinata con "al limite della foresta", intesa sempre come confine, ora la si può leggere nella sua valenza politica; la frontiera è quel luogo, quella "striscia di terra" (per parafrasare Ungaretti) di nessuno, un ritaglio di terreno, una linea immaginaria, più che fisica, simbolo del traguardo, o ancor peggio, di una tappa; nonostante sia l'obbiettivo non risulta essere che mèta illusoria e vana, resa ancor più evanescente dalle asperità: "la strada/ era stata lunga", "i sassi" che ostacolano, "le crepe dell'asfalto", "i ponti più d'una volta rotti e barcollanti", elementi che rendono ancor più lontana la frontiera, nel momento della riflessione all'interno dell'osteria, nonostante il confine sia soltanto al di là di "un tratto" di terra.

    S'erano fermati a un tavolo
d'osteria.
             La strada
era stata lunga.
                      I sassi.
Le crepe dell'asfalto.
                               I ponti
più d'una volta rotti
o barcollanti.
                    Avevano
le ossa a pezzi.
                      E zitti
dalla partenza, cenavano
a fronte bassa, ciascuno
avvolto nella nube vuota
dei suoi pensieri.
                         Che dire.
    Avevano frugato fratte
e sterpeti.
              Avevano
fermato gente - chiesto
agli abitanti.
                  Ovunque
solo tracce elusive
e vaghi indizi - ragguagli
reticenti o comunque
inattendibili.
                   Ora
sapevano che quello era
l'ultimo borgo.
                     Un tratto
ancora, poi la frontiera
e l'altra terra: i luoghi
non giurisdizionali.
                            L'ora
era tra l'ultima rondine
e la prima nottola.
                           Un'ora
già umida d'erba e quasi
(se ne udiva la frana
giù nel vallone) d'acqua
diroccata e lontana.
 Al di là della frontiera 'l'altro', ecco il tema dell'alterità che trova nuovo nutrimento da quello della frontiera, all'insegna della ricerca di Dio che avvolge la ricerca caproniana. La frontiera assume particolare rilievo proprio per la sezione del libro intitolata: CONCLUSIONE QUASI AL LIMITE DELLA SALITA.
L'io lirico e i suoi compagni di viaggio (ancora una volta l'alterità), trovano ristoro nell'osteria, e nel clima di doveroso raccoglimento, zitti, come per tutto il viaggio, si raccolgono ognuno nei propri pensieri, meditando. Ecco che l'osteria diviene, ancora, il luogo della riflessione, dove si tirano le somme della giornata che sta per concludersi ("L'ora/ era tra l'ultima rondine/ e la prima nottola"), quel luogo che più per la sua valenza simbolica, più che materiale, ma non per questo meno concreta, rappresenta la riflessione quasi epistemologica, scientifica, della ricerca gnoseologica: "avevamo frugato fratte/ e sterpeti" oppure "avevamo/ fermato gente - chiesto/ agli abitanti".
L'io poetico, "Avvolto nella nube vuota/ dei suoi pensieri", fa spaziare il proprio pensiero al di fuori e al di là della stessa osteria, isola sicura, mettendo insieme i frammenti di quelle ricerche infruttuose: "tracce elusive", "vaghi indizi", o ancora "ragguagli/ reticenti o comunque/ inattendibili"; quest'ultimo elemento sottolinea l'insufficienza, proprio del rapporto con l'altro, che non è in grado di dipanare i dubbi, tanto è  personale la ricerca dell'io lirico.
In altri componimenti, come in "Indicazione sicura, o: Bontà della guida", "la guida, non mente" quando indica all'io poetico la strada per un albergo "il migliore albergo esistente": declinazione dell'osteria e del porto sicuro, sottolineando, con un valenza quasi fatalistica, che non avrebbe "trovato [...] niente", evidenziando l'inconcludenza, apparente, della ricerca.
Proprio nella poesia che porta il nome dell'omonima sezione - Conclusione quasi al mite della salita -, avviene un capovolgimento quasi paradossale, sempre ad opera di una indicazione:
-Signore, deve tornare a valle.
Lei cerca davanti a sé
ciò che ha lasciato alle spalle.
Il viaggio e la ricerca sono tutt'altro che conclusi.

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