lunedì 22 aprile 2013

Disamina sul topos dell'osteria ne "il franco cacciatore" di Giorgio Caproni (parte 1 di 3)

di Mattia S.

L'osteria, in Caproni (già trattato qui), è il luogo di partenza di quel viaggio che l'Io lirico del poeta compie alla ricerca di Dio e, non a caso, è il punto di avvio dell'Antefatto che apre la raccolta poetica intitolata "Il franco cacciatore" (1973-1982):
Sedetti fuor dell'osteria,
al limite della foresta.
Aspettai invano. Ore e ore.
Nessun predace in cresta
apparve della malinconia.
Aspettai ancora. Altre ore.
Pensai, in straziata allegria,
al colpo fulminante
del franco cacciatore.
 quel passato remoto del verbo 'sedere' che apre il componimento indica una situazione di attesa, in un tempo posteriore, poi rievocata al v.3 e 6, da "aspettai", sempre al passato. Al verso 7 il verbo "pensai" sottolinea ulteriormente la circostanza di riflessione e di inazione apparente in cui versa l'Io lirico del poeta. Tematica centrale dell'intera raccolta è la ricerca di Dio. Per intraprendere questa ricerca, il poeta veste i panni del cacciatore e, al contempo, quelli del guardacaccia; da un lato colui che vuole 'sparare' a Dio, come sottolinea il componimento "L'occasione":
L'occasione era bella.
Volli sparare anch'io.
Puntai in alto. Una stella
o l'occhio (il gelo) di Dio?
e dall'altra immedesimarsi nel guardacaccia che vuole scrutare e impedire la caccia di frode, dunque preservare e proteggere, in una sorta di ambivalente opposizione, contro l'obbiettivo del cacciatore.
 Uno dei luoghi privilegiati risulta essere l'osteria che diviene il punto di partenza della trattazione e il luogo in cui l'Io si rifugia, per ristorarsi dalla caccia, o dal suo ruolo di guardacaccia. Acquista notevole importanza la situazione di "Antefatto", dove l'Io non si trova nella osteria, ma "fuor" da questa, "al limite della foresta", di fronte al confine di quel luogo che è il teatro primo della sua caccia. Esiste per tutta la raccolta una sorta di dicotomia tra ambiente interno ed ambiente esterno, non solo dei luoghi presi in esame, come per esempio il binomio osteria-foresta, ma anche interiorità-esteriorità dell'Io lirico che si ripiega su se stesso in un primo momento per poi cercare il contatto e il dialogo con l'altro, con un'alterità che incontra per le sue peregrinazioni poetiche e, a tratti, metafisiche. No, il paese non è/ spopolato./ Sono/ tutti nel bosco./ Tutti/ alla battuta. (da "Lui").
"Antefatto" si colloca in una situazione di interstizio, di limbo, in cui il poeta si appresta a incominciare una sorta di viaggio che, in un certo senso, coincide con l'esistenza stessa, dunque con una ricerca gnoseologica, della conoscenza. Osteria come luogo di attesa, di "ore e ore" di riflessione, in cui "nessun predace" compare sulle formazioni rocciose ma che vede avanzare  la "malinconia", quel rimpianto nostalgico, che si ripresenta proprio nell'attesa.


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