martedì 16 aprile 2013

38° parallelo

di Mattia S.

Gli scarponi affondano nel fango per poi risollevarsi a fatica solo per risprofondare, di nuovo, sino alla seconda fibbia della calzatura 100% Army USA, pagata con i soldi dei contribuenti.
Il morale è basso, letteralmente "sotto le suole" proprio in mezzo alla poltiglia maleodorante che stanno calpestando. Il silenzio grava sui militari del plotone. I pochi rumori del sottobosco si mescolano con lo scoordinato scalpiccio sulla malta scivolosa.
I soldati statunitensi, sotto un cielo gravido di pioggia, fissano con occhi spenti il fondo umido su cui poggiano i pesanti scarponi, fucile in spalla, zaini ciondolanti e testa bassa. Da oggi non spareranno un altro colpo in quel teatro del globo. La guerra è stata persa. I movimenti fiacchi e stanchi dei militi americani convergono in un unico e disarmante pensiero: "l'Occidente è stato sconfitto dalle potenze rosse". Già se la vedono, la Russia, ridere di questa sua piccola vittoria, all'interno del suo "blocco" Comunista. Ai soldati a stelle e strisce non importa niente delle trattative del Presidente Truman con Kim Il Sung. A loro preme e brucia solamente questa sconfitta.
Gli statunitensi escono fuori dalla boscaglia e approdano ad uno di quei villaggi sudcoreani dal nome impronunciabile. Lo scenario è desolante, sembra di essere entrati in una di quelle città fantasma del selvaggio West. Ma ecco, appena mettono piede nel perimetro delle abitazioni, frotte di piccoli sudcoreani escono dalle catapecchie circostanti. La notizia ha preceduto il contingente USA: sanno che la guerra è finita. In una sorta di junghiana coscienza collettiva, la mente dei soldati viene attraversata dal medesimo e meccanico pensiero: "A questi sudcoreani non importa della sconfitta, ne tanto meno delle trattative di pace; a loro importa solo di poter campare un altro giorno così da poter sbrigare le proprie faccende, sotto l'ala dei marines".
Pieni di un giubilo incontenibile i bambini si accalcano tra i piedi dei demoralizzati marines, reclamando a gran voce un tributo, scandendo le sillabe "cio-co cio-co", in un coro monotono e straziante quanto i colpi di fucile dei comunisti. Alcuni soldati, i veterani più grandi, non possono esimersi dal paragonare questa scena a quella della liberazione dell'Italia dalle potenze nazifasciste. Stessa scena di marmocchi che si spintonano per essere i primi a ottenere le tanto amate barrette di cioccolata USA. L'unica cosa che cambia è il clima, e il colore dei marmocchi. "Questi marmocchi sudcoreani non si meritano la 'cio-co-cio-co' USA" pensano i marines "hanno perso anche loro, come noi, e come il Consiglio di sicurezza dell'ONU".
I marines procedono a testa bassa attraverso il polveroso villaggio, dando spallate agli adulti che gli corrono incontro per ringraziarli e pestando con i loro pesanti scarponi inzaccherati i piedi scalzi dei piccoli sudcoreani che, immancabilmente, si mettono a piangere buttandosi a terra. La risposta a tutti questi gesti è sempre la stessa serie di frasi che gli orientali non capiscono: -Ringraziate Mao! Ringraziate i suoi volontari comunisti e maledetti che hanno aiutato Kim Il Sung!- oppure: -Ti ho pestato il piede moccioso? Ringrazia Stalin, che ha armato i nordcoreani!- e così via. La guerra è stata persa, per i soldati non c'è niente da festeggiare.
Una volta superato il confine estremo del villaggio, i soldati americani si rendono conto di non essere più attorniati dalla mandria di sudcoreani. Voltandosi li vedono ai margini dei casolari di confine che scrutano i marines con aria perplessa, alzando le spalle e guardandosi l'un l'altro.
Senza proferire parola, un giovane e biondo soldato, contravvenendo al protocollo, appoggia il suo mitra contro un albero contorto e sfilandosi lo zaino di spalla, passa tra i suoi commilitoni che, spontaneamente, vi riversano al suo interno le razioni che hanno addosso. Fatto ciò, il biondo ritorna sui suoi passi e adagia il fagotto stracolmo a pochi metri dai sudcoreani ancora più stupefatti da questo gesto.
Dal centro del plotone un veterano borbotta: -In fondo siamo stati tutti sconfitti-
Non appena il magnanimo biondo si ricongiunge con il resto della milizia, gli americani possono riprendere la marcia alla volta del porto di Incheon, per lasciarsi alle spalle la penisola coreana, in un plumbeo 27 luglio del 1953.


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