lunedì 11 marzo 2013

"Radura" di Giorgio Caproni





    Dove ci siamo persi...
Dispersi...
                             Non
          è un'indicazione.
                        Non
un'interrogazione.
               Un'esclamazione,
                                         forse.
           (O uno sgomento.)
                              Un vento
friabile scalza la fronte
già smantellata. 
                       È paura?
     .  .  .  .  .  . 
    Il bosco s'è mutato
in allarmata radura.
                                   (da "Il franco cacciatore")



Giorgio Caproni (già trattato QUI per la poesia "Nebbia") è stato un poeta italiano di origine livornese. Nel 1922 dopo il suo trasferimento a Genova si legherà alla Liguria. Nelle sue poesie spesso viene descritto il paesaggio ligure e, attraverso la rievocazione memorialistica, la sua terra natia, la Toscana.
La poesia di Caproni vuole aderire alla vita, rinunciando ad ogni forma di ricercatezza. La poesia, assume una forma che tutti possano sentire come propria e nella quale possano riconoscersi. Alla base della poesia di Caproni, da contraltare alla sua apparente semplicità, vi è la consapevolezza della distanza irrimediabile che separa letteratura e vita.

La poesia sopra riportata si intitola "Radura"; è un componimento tratto dalla raccolta "Il franco cacciatore" (1982). L'intera raccolta è costruita su una tematica fondamentale: la ricerca di Dio. In una sorta di "viaggio poetico", il poeta, si figura al contempo come guardacaccia e come cacciatore, che vuole scovare la divinità. In un susseguirsi di battute e ribattute il poeta dialoga con se stesso e con altri personaggi. L'alterità è un altro tema fondamentale delle poesie di Caproni.

A inizio componimento il poeta tratta la condizione in cui lui e altri si trovano, confutando e correggendo, nel 2v, quanto affermato in quello precedente. Il dubbio pervade ogni tentativo di definizione della condizione del poeta. Il nulla gnoseologico, l'incapacità, o l'impossibilità, di conoscere si fa concreta. Il poeta, smarrito, disperso, senza un punto di riferimento ermeneutico, non può interpretare ciò che lo circonda. I versi 4, 6 e 7 rimando fra loro esplicano questa condizione di incertezza, di smarrimento. Sorta di analogia con la vita come viaggio; il vagabondare in terra alla ricerca di qualche cosa che non si conosce e che, forse, non si può conoscere; è quasi un'esclamazione, "o uno sgomento" il constatare questo spaesamento, questa condizione di buio.
Uno spiffero "scalza", scopre la mente che però è già stata demolita. Forse (ancora dubbio, introdotto dall'interrogazione) è la paura che si manifesta; il poeta non sa indagare il suo stesso d'animo, incerto, come il luogo in cui (non) si trova.
Epoché: sospensione temporale e di lettura, dettata dai punti. "Il bosco", luogo oscuro della perdizione e dello smarrimento (vedi Dante), in cui si trovava il poeta, si è diradato in una spaventata (ripetizione del timore, dal verso 13), e scoperta, "radura": questo cambiamento segna una sorta di quiete apparente, che, però, non sottrae al sentimento della paura, sempre presente nella condizione dello smarrimento dell'uomo, cacciatore e guardacaccia, alla ricerca di Dio.

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