venerdì 15 marzo 2013

Materialismo, Cristianesimo e dittature

di Mattia S.

130 anni fa, il 14 marzo 1883, si spegneva, a Londra, uno dei più grandi pensatori del 19° secolo: il filosofo tedesco Karl Marx.

Ancora oggi non ci si può non fermare a riflettere su quanto, a distanza di un secolo e mezzo, le riflessioni del filosofo tedesco, risultino così tremendamente attuali.
Ovviamente non mi riferisco al plusvalore -il valore perso- quando oggi si parla di lavoro perso, all'interno di una società così massicciamente avviata verso (se non prossima al) collasso, dove il settore terziario-avanzato è sempre più specializzato e potrebbe assorbire e digitalizzare gli altri settori.
Dalla ruota del carro, alla ruota dentata dell'ingranaggio di un mulino che impiega la forza di caduta dell'acqua per produrre lavoro, all'impiego del carbone per far girare gli ingranaggi delle fabbriche -qui entra in gioco Marx- sino alla robotizzazione delle fabbriche; ben oltre la "semplice" meccanizzazione, siamo prossimi alla digitalizzazione di ogni cosa.
Già molti luoghi di lavoro si sono fisicamente smaterializzati. Se telefoni al centralino della tua compagnia telefonica che, per esempio, ha sede centrale (quando ha una sede centrale -nda-) a Bolzano, per lamentarti dei problemi di connessione , ti risponde un centralinista pugliese dell'estremo tallone della penisola italica. I callcenter? Stessa pasta, cambia solo il prodotto.

Addirittura, oggi, non si assiste solo alla smaterializzazione dello stesso processo di lavorazione; anche il frutto "effimero" del lavoro, la remunerazione,  è andata in contro ad un processo di smaterializzazione; ne sono un esempio le modalità di pagamento digitale dove tra conto corrente, carte di credito (o di debito), e vari chip elettronici collegati direttamente alle banche del globo, l'uomo si è tolto addirittura il piacere feticista e materialista del soldo sonante in tasca, in luogo di un altro feticismo asettico e totalitario: il soldo ora è contenuto in una delle tessere che tieni nel portafoglio, tra quella della palestra e la raccolta punti della Feltrinelli.

L'uomo diviene alienato ed estraniato, ancora di più adesso, che diviene un ingranaggio del consumismo e del meccanismo della totalitarizzazione sociale.

Se una volta un uomo lavorava giorni e giorni per fabbricare un dato oggetto di artigianato e sentiva il valore dell'oggetto che fabbricava e il valore del suo lavoro, ora, con l'avvento della società industrializzata e dei modelli del fordismo e del taylorismo (Tempi Moderni di Charlie Chaplin) e l'attuale toyotismo, l'uomo si è vista togliere la possibilità di stringere tra le mani il prodotto finito e il senso del gesto stesso.
Per carità: il progresso è tale per il suo procedere in avanti; la competitività è la cosa fondamentale per poter aggredire il mercato MONDIALE e poter affermare il proprio predominio ECONOMICO all'interno del mondo.
La stragrande maggioranza dei lavoratori nelle fabbriche globali, però, sono persone del terzo mondo, dei paesi in via di sviluppo (diversamente sviluppati sarebbe stato troppo assurdo come definizione) che se già di per sé non possono godere (almeno) del prodotto finito, figurati se possono apprezzare il pezzo di uno sportello di una macchina, quando gli altri componenti sono stati assemblati da altri sui "fratelli" in-via-di-sviluppo in altre parti del globo (le parti del mondo dove conviene far lavorare i bambini e dove non conoscono la brutta parola di "sindacato")

Il progredire di uno stato, in epoca di globalizzazione coincide con il depauperamento di altri dieci stati. Il divario si incrementa e gli aiuti umanitari, dove arrivano (e quando arrivano), danno vita ad una sorta di borsa nera attorno ai signori della guerra o (quando va meglio) ad un assistenzialismo fine a se stesso, non riuscendo a mediare con la necessità di creare un nuovo ordine e far cambiare le tradizioni. Il più delle volte si tenta di distruggere tradizioni quasi millenarie, fondamento di molte civiltà africane, in nome di una razionalizzazione
E anche gli intenti umanitari si scontrano con l'etica, dunque con la domanda: è giusto? Eppure da un lato l'occidente preme per arricchirsi-distruggendo, dall'altro per salvare-distruggendo.

Il Vescovo Emerito (ex papa, per gli amici) aveva delle graziose scarpe rosse che hanno fatto il giro del mondo (anche fisicamente) e dei tabloid di (casalinga) informazione. Di fattura italiana che gli valsero l'appellativo di modaiolo; sempre la cultura del tabloid che contagia anche le redazioni dei giornali, a caccia, non della verità, bensì del particolare più sfizioso e curioso, che possa scatenare il pretestuoso sfogo nei salottini dei media e gli onori delle cronache e della mondanità. Lo stesso ex-papa, dimissionario, di cui si congettura il "rifiuto" a causa degli scandali vaticani e dell'incapacità di cambiare un meccanismo già così ben oliato di secolarizzata fede. 
Il nuovo papa, Bergoglio, all'atto dell'insediamento si è subito profilato come un papa della preghiera e 'della Madonna'; dedito alla vita austera, hanno spopolato sui social le foto dei suoi viaggi sui mezzi pubblici -alla faccia delle auto blu- o delle sue ferventi prediche. Se non sono proprio i sandali del frate (gesuita di formazione, ma anche chimico, studioso di filosofia, teologo... un papa eclettico) non sono neppure le sfarzose scarpe "color passione di Cristo". Forse, parlando di austerity il seculum è riuscito ad insidiare la roccaforte di un luogo da sempre bersagliato per l'ossimoro vita di penitenza-spese eccessive (se non spregiudicate), sorvolando in questa sede sugli scandali dello IOR.

Un nuovo papa, umile, più vicino alla figura di Wajtyla, che i suoi fratelli Cardinali sono andati a prendere sino "ai confini del mondo" come ha detto lo stesso neo pontefice, riferendosi alla sua terra: l'Argentina. Papa umile, ha pregato in un italiano impeccabile -tanti saluti al latino ratzingeriano, ben ritrovato "volgare" del Concilio Vaticano II- neolatino di origine ha lasciato il latino clericale per l'italiano di adozione (colgo l'occasione per ricordare che il pontefice acquista la cittadinanza italiana nel momento della sua 'investitura' al soglio di Pietro e Vescovo di Roma); a quanto pare aveva studiato la lezione.

Però, e poco prima della fine c'è sempre un 'però' che allunga l'opera di un altro atto; già sono emersi torbidi trascorsi nel passato del nuovo pontefice: i suoi legami con i regimi dittatoriali dell'America Latina. In altri articoli si è parlato della sua vicinanza alla destra peronista.
Si potrebbe biasimare la sua condotta per la vicinanza alle dittature, il suo integralismo di destra (no ai contraccettivi e no alle nozze gay) o il suo disprezzo della politica e dei politici.
Eppure gli aneddoti attorno alla sua magnanimità, e vicinanza ai poveri della sua terra fanno pesare una figura molto vicina al fu Wajtyla. Forse anche quel Francesco I porta su di se il peso di una tradizione fatta di rinunce e di essenzialità spirituali.

Mi limiterei a ricordare il vertice della FAO del 1995, in cui a Roma -dove ha sede la FAO, appunto- si erano riuniti tutti i capi di stato del globo. A inizio vertice tutti i capi di stato sono stati  accolti da alcuni manifestanti con lancio di monete e semi; una sorta di protesta che aveva l'intento di sottolineare la mercificazione dei beni primari e il divario che passava tra cultura occidentale sviluppata (oggi conierei la parola sovrasviluppata) e le popolazioni del III mondo.
Le uniche due persone che, per rispetto verso di loro e verso gli ideali che incarnavano, non sono state benedette da questo gesto di protesta,sono state Fidel Castro e papa Wajtyla.

In epoche buie si aspetta sempre una luce che possa rischiarare il cammino. Che sia la ragione, la filosofia, la religione o un dittatore che vagheggi una rivoluzione in nome del progresso, in fin dei conti ai più non importa. Il più delle volte si vuole soltanto un segno che possa far rifiorire la speranza. Il più delle volte, l'esasperazione è l'arma a doppio taglio che può scatenare imprevedibili eventi.

E come disse Marx, oltre 130 anni fa:
I filosofi hanno interpretato il mondo in vari modi; ma il punto ora è di cambiarlo.


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