giovedì 7 febbraio 2013

Liberté, Egalité... "Balleré"

Perchè in Italia la "Rivoluzione" la si fa con... Ballarò.





Niente da dire, un bel programma televisivo anche per chi come me (non è retorica bensì pasoliniana realtà) la TV non la guarda.
Insomma, parliamoci chiaro: cartelloni che "dipingono" l'Italia (tralasciando citazioni molto poco veritiere di certe puntate), 'invitati speciali' di ogni estrazione sociale, segretari di partiti dall'estrema destra all'estrema sinistra... e lui: il 'Divo' Crozza, IL motivo per cui milioni di italiani il martedì sera guardano la Rai (molti pagano il canone solo per Lui), la raison d'être della stessa trasmissione. Un comico (la versione Rai di Claudio Bisio) che in 10 minuti di diretta è capace di registrare, lui da solo (più 2-3 politici come figuranti interattivi sullo sfondo), lo share che il resto della trasmissione si sogna per tutto il resto della stagione palinsestuale.
I social network, o meglio IL social network FB, potente veicolo dalla scarsa utilità materiale (come la Mediaset -nda), ci aiuta a rilevare molto bene cosa pensano e in cosa credono gli italiani. Abbiamo una condivisione esponenziale proprio delle battute del comico. Non vengono postati i servizi, i cartelloni o i dibattiti... vengono postati e (ri)postati sempre e soltanto quei 10 minuti in cui il comico pelato si cambia le parrucche imitando gli accenti dei politici.
Dio me ne scampi, un bravissimo imitatore, eccezionale specchio della vivacità pluriregionale che caratterizza il nostro paese... ma comico; al massimo umoristico (pirandellianamente parlando) se vogliamo dare un certo "rilievo" sociale ad una sequela di battute mai volgari (viva Dio) considerate nella loro, potenziale, utilità.
Il programma, di per se, è oggettivamente ben fatto e ricco di punti di vista nonché padre di molti spunti di riflessione personale (per chi non si limita ai 10 minuti iniziali della trasmissione) ma pur sempre un programma televisivo.

Arriviamo dunque al nocciolo del discorso.
Molte persone dimenticano che questo è un talk show (programma di parole). Taluni si aggrappano a questo feticcio mediatico manco fosse veramente un nuovo messia mentre, meglio ancora, tal altri lo considerano quasi come un nuovo patriottico giacobino-decapita-borghesi.

Viviamo in una società dove impera il voyeurismo mediatico, dove guardare, il più delle volte, viene scambiato per partecipare e dove le persone (studenti, politici, operai, contadini...) scambiano per informazione la buonanotte del TG preferito o il post "dell'-amico-più-informato". Paradossalmente nell'era della rivoluzione dell'informazione si  è perso contatto proprio con il senso stesso dell'informazione. In una società bombardata da nozioni e gigabyte di parole si è anestetizzata la volontà di ricercare la verità, si è persa la voglia di poter dare un senso concreto a tutte quelle parole che, perse e smarrite nella fiumana dei dati cronachistici, vengono troppo presto relegate in qualche meandro morto della coscienza collettiva o riciclate per fare della critica facile verso il sistema 'corrotto' per ottenere qualche like nel mainstream della rete.

Mentre in Spagna e in Grecia lo scorso settembre-ottobre si lottava fisicamente, qui in Italia tutto era filtrato dai media tradizionali (dove tradizionale include anche Facebook). Soltanto Twitter è riuscito a descrivere con le foto dei partecipanti cosa stava effettivamente accadendo nel lato oscuro dell'Europa informata. Una Rivoluzione nata dall'insostenibile sofferenza e oppressione di quelle persone calpestate da un governo oligarchico e tronfio. Una rivoluzione soffocata nel silenzio fors'anche involontario e cieco del gorgo mediatico, del sifone di opinioni perbenistiche e demagogiche dei Grandi Media, delle Grandi Reti. Mentre due nazioni si ribellavano, l'Italia aspettava la Rivoluzione lamentandosi della propria condizione, ignorando cosa stava accadendo nel resto dell'Europa.

Una volta e in altri luoghi si lottava per cambiare lo status quo, si studiava per ottenere maggiore dignità personale, si alzava la voce battendosi il petto e le idee c'erano, erano molte e buone, frutti maturi che sono stati colti da tanti ma troppo presto dimenticati dai più.
La cosa più grave è che si è dimenticato come formare un'idea. Dire che ci vogliono ignoranti sarebbe troppo facile mentre dire che ci vogliamo ignoranti, è troppo doloroso.

Oggi, ci sediamo in poltrona e guardiamo, ridendo, i comici. Aspettiamo la Rivoluzione.

La Rivoluzione, però, non può essere e non sarà MAI mediatica!

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